Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Lorenzo Ghiberti

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Lorenzo Ghiberti

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Paulo Uccello Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Masolino IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Paulo Uccello Masolino
Lorenzo Ghiberti

VITA DI LORENZO GHIBERTI SCULTORE

Non è dubio, che in tutte le città, coloro che con qualche virtù vengon in qualche fama fra li uomini, non siano il più delle volte un santissimo lume d’esempio a molti che dopo lor nascono et in quella medesima età vivono, oltra le lodi infinite e lo straordinario premio ch’essi vivendo ne riportano. Né è cosa che più desti gli animi delle genti e faccia parere loro men faticosa la disciplina degli studi, che l’onore e l’utilità che si cava poi dal sudore delle virtù; perciò che elle rendono facile a ciascheduno ogni impresa difficile, e con maggiore impeto fanno accrescere la virtù loro, quando con le lode del mondo s’inalzano. Per che infiniti, che ciò sentono e veggono, si mettono alle fatiche, per venire in grado di meritare quello che veggono aver meritato un suo compatriota. E per questo anticamente o si premiavano con richezze i virtuosi, o si onoravano con trionfi et imagini. Ma perché rade volte è che la virtù non sia perseguitata dall’invidia, bisogna ingegnarsi, quanto si può il più, ch’ella sia da una estrema eccellenza superata, o almeno fatta gagliarda e forte a sostenere gl’impeti di quella come ben seppe e per meriti e per sorte Lorenzo di Cione Ghiberti altrimenti di Bartoluccio, il quale meritò da Donato scultore e Filippo Bruneleschi architetto e scultore, eccellenti artefici, essere posto nel luogo loro conoscendo essi in verità, ancora che il senso gli strignesse forse a fare il contrario, che Lorenzo era migliore maestro di loro nel getto. Fu veramente ciò gloria di quegli e confusione di molti, i quali, presumendo di sé, si mettono in opera et occupano il luogo dell’altrui virtù, e non facendo essi frutto alcuno, ma penando mille anni a fare una cosa, sturbano et opprimono la scienzia degli altri con malignità e con invidia. Fu dunque Lorenzo figliuolo di Bartoluccio Ghiberti, e dai suoi primi anni imparò l’arte dell’orefice col padre, il quale era eccellente maestro e gl’insegnò quel mestiero, il quale da Lorenzo fu preso talmente, ch’egli lo faceva assai meglio che ’l padre. Ma dilettandosi molto più de l’arte della scultura e del disegno, manegiava qualche volta i colori et alcun’altra gettava figurette piccole di bronzo e le finiva con molta grazia. Dilettossi anco di contraffare i conii delle medaglie antiche, e di naturale nel suo tempo ritrasse molti suoi amici. E mentre egli con Bartoluccio lavorando cercava acquistare in quella professione, venne in Fiorenza [la peste] l’anno 1400, secondo che racconta egli medesimo in un libro di sua mano dove ragiona delle cose dell’arte, il quale è appresso al reverendo Messer Cosimo Bartoli gentiluomo fiorentino. Alla quale peste aggiuntesi alcune discordie civili et altri travagli della città, gli fu forza partirsi et andarse in compagnia d’un altro pittore in Romagna; dove, in Arimini, dipinsero al signor Pandolfo Malatesti una camera e molti altri lavori, che da lor furono con diligenza finiti e con sodisfazione di quel signore, che ancora giovanetto si dilettava assai delle cose del disegno. Non restando perciò in quel mentre Lorenzo di studiare le cose del disegno, né di lavorare di rilievo cera, stucchi et altre cose simili, conoscendo egli molto bene che sì fatti rilievi piccoli sono il disegnare degli scultori e che senza cotale disegno non si può da loro condurre alcuna cosa a perfezzione. Ora, non essendo stato molto fuor della patria, cessò la pestilenza; onde la Signoria di Fiorenza e l’Arte de’ Mercatanti deliberarno (avendo in quel tempo la scultura gli artefici suoi in eccellenza, così forestieri come Fiorentini) che si dovesse, come si era già molte volte ragionato, [fare] l’altre due porte di S. Giovanni, tempio antichissimo e principale di quella città. Et ordinato fra di loro che si facesse intendere a tutti i maestri, che erano tenuti migliori in Italia, che comparissino in Fiorenza per fare esperimento di loro in una mostra d’una storia di bronzo, simile a una di quelle che già Andrea Pisano aveva fatto nella prima porta, fu scritto questa deliberazione da Bartoluccio a Lorenzo ch’in Pesero lavorava, confortandolo a tornare a Fiorenza a dar saggio di sé; ché questa era una occasione da farsi conoscere e da mostrare l’ingegno suo, oltra che e’ ne trarrebbe sì fatto utile, che né l’uno né l’altro arebbono mai più bisogno di lavorare pere. Mossero l’animo di Lorenzo le parole di Bartoluccio di maniera che, quantunque il signor Pandolfo et il pittore e tutta la sua corte gli facessino carezze grandissime, prese Lorenzo da quel signore licenza e dal pittore, i quali pur con fatica e dispiacere loro lo lascioron partire, non giovando né promesse né accrescere provisione, parendo a Lorenzo ogn’ora mille anni di tornare a Fiorenza. Partitosi dunque, felicemente a la sua patria si ridusse. Erano già comparsi molti forestieri e fattesi conoscere a’ Consoli dell’Arte, da’ quali furono eletti di tutto il numero sette maestri, tre Fiorentini e gli altri Toscani, e fu ordinato loro una provisione di danari, e che fra un anno ciascuno dovesse aver finito una storia di bronzo della medesima grandezza ch’erano quelle della prima porta, per saggio. Et elessero che dentro si facesse la storia quando Abraam sacrifica Isac suo figliuolo, nella quale pensorono dovere avere i detti maestri che mostrare, quanto a le difficultà dell’arte, per essere storia che ci va dentro paesi, ignudi, vestiti et animali, e si potevono far le prime figure di rilievo e le seconde di mezzo e le terze di basso. Furono i concorrenti di questa opera Filippo di ser Brunelesco, Donato e Lorenzo di Bartoluccio fiorentini, et Iacopo della Quercia sanese, e Niccolò d’Arezzo suo creato, Francesco di Vandabrina e Simone da Colle detto de’ bronzi; i quali tutti dinanzi a’ consoli promessono dare condotta la storia nel tempo detto e ciascuno alla sua dato principio, con ogni studio e diligenza mettevano ogni lor forza e sapere per passare d’eccellenza l’un l’altro, tenendo nascoso quel che facevano secretissimamente, per non raffrontare nelle cose medesime. Solo Lorenzo, che aveva Bartoluccio che lo guidava e li faceva far fatiche e molti modelli, innanzi che si risolvessino di mettere in opera nessuno, di continuo menava i cittadini a vedere, e talora i forestieri che passavano, se intendevano del mestiero, per sentire l’animo loro; i quali pareri furon cagione ch’egli condusse un modello molto ben lavorato e senza nessun difetto. E così, fatte le forme e gittatolo di bronzo, venne benissimo, onde egli con Bartoluccio suo padre lo rinettò con amore e pazienza tale, che non si poteva condurre né finire meglio. E venuto il tempo che si aveva a vedere a paragone, fu la sua e le altre di que’ maestri finite del tutto, e date a giudizio dell’Arte de’ Mercatanti, per che, veduti tutti dai Consoli e da molti altri cittadini, furono diversi i pareri che si fecero sopra di ciò. Erano concorsi in Fiorenza molti forestieri, parte pittori e parte scultori et alcuni orefici, i quali furono chiamati dai Consoli a dover dar giudizio di queste opere insieme con gli altri di quel mestiero che abitavano in Fiorenza. Il qual numero fu di 34 persone, e ciascuno nella sua arte peritissimo. E quantunque fussino in fra di loro differenti di parere, piacendo a chi la maniera di uno e chi quella di un altro, si accordavano nondimeno che Filippo di ser Brunelesco e Lorenzo di Bartoluccio avessino e meglio e più copiosa di figure migliori composta e finita la storia loro, che non aveva fatto Donato la sua, ancora che anco in quella fusse gran disegno. In quella di Iacopo della Quercia erano le figure buone, ma non avevano finezza, se bene erano fatte con disegno e diligenza. L’opera di Francesco di Valdambrina aveva buone teste et era ben rinetta, ma era nel componimento confusa. Quella di Simon da Colle era un bel getto perché ciò fare era sua arte, ma non aveva molto disegno. Il saggio di Niccolò d’Arezzo, che era fatto con buona pratica, aveva le figure tozze et era mal rinetto. Solo quella storia che per saggio fece Lorenzo, la quale ancora si vede dentro all’udienza dell’Arte de’ Mercatanti, era in tutte le parti perfettissima: aveva tutta l’opera disegno et era benissimo composta; le figure di quella maniera erano svelte e fatte con grazia et attitudini bellissime, et era finita con tanta diligenza, che pareva fatta non di getto e rinetto con ferri, ma col fiato. Donato e Filippo, visto la diligenza che Lorenzo aveva usata nell’opera sua, si tiroron da un canto, e parlando fra loro, risolverono che l’opera dovesse darsi a Lorenzo, parendo loro che il publico et il privato sarebbe meglio servito, e Lorenzo, essendo giovanetto che non passava 20 anni, arebbe nello esercitarsi a fare in quella professione que’ frutti maggiori che prometteva la bella storia, che egli a giudizio loro aveva più degli altri eccellentemente condotta, dicendo che sarebbe stato più tosto opera invidiosa a levargliela, che non era virtuosa a fargliela avere. Cominciando dunque Lorenzo l’opera di quella porta, per quella che è dirimpetto all’opera di San Giovanni, fece per una parte di quella un telaio grande di legno quanto aveva a esser appunto, scorniciato e con gl’ornamenti delle teste in sulle quadrature, intorno allo spartimento de’ vani delle storie e con que’ fregi che andavano intorno. Dopo fatta e secca la forma con ogni diligenza, in una stanza che aveva compero dirimpetto a S. Maria Nuova, dove è oggi lo spedale de’ Tessitori, che si chiamava l’Aia, fece una fornace grandissima, la quale mi ricordo aver veduto, e gettò di metallo il detto telaio. Ma, come volle la sorte, non venne bene, per che, conosciuto il disordine, senza perdersi d’animo o sgomentarsi, fatta l’altra forma con prestezza senza che niuno lo sapesse, lo rigettò e venne benissimo. Onde così andò seguitando tutta l’opera, gettando ciascuna storia da per sé e rimettendole, nette che erano, al luogo suo. E lo spartimento dell’istorie fu simile a quello che aveva già fatto Andrea Pisano nella prima porta che gli disegnò Giotto, facendovi venti storie del Testamento Nuovo. Et in otto vani simili a quelli, seguitando le dette storie, da piè fece i quattro Evangelisti, due per porta, e così i quattro Dottori della chiesa nel medesimo modo, i quali sono differenti fra loro di attitudini e di panni: chi scrive, chi legge, altri pensa, e variati, l’un da l’altro si mostrano nella lor prontezza molto ben condotti. Oltre che nel telaio dell’ornamento riquadrato a quadri intorno alle storie, v’è una fregiatura di foglie d’ellera e d’altre ragioni, tramezzate poi da cornici et in su ogni cantonata una testa d’uomo o di femina tutta tonda figurate per profeti e sibille, che son molto belle e nella loro varietà mostrano la bontà dell’ingegno di Lorenzo. Sopra i Dottori et Evangelisti già detti, ne’ quattro quadri dappiè, sèguita, da la banda di verso S. Maria del Fiore, il principio; e quivi nel primo quadro è l’Annunziazione di Nostra Donna, dove egli finse nell’attitudine di essa Vergine uno spavento et un sùbito timore, storcendosi con grazia per la venuta dell’Angelo. Et allato a questa fece il nascer di Cristo, dove è la Nostra Donna che, avendo partorito, sta a ghiacere, riposandosi; èvvi Giuseppo che contempla i pastori e gl’Angeli che cantano. Nell’altra allato a questa, che è l’altra parte della porta, a un medesimo pari, sèguita la storia della venuta de’ Magi, et il loro adorar Cristo dandoli i tributi; dov’è la corte che gli sèguita con cavagli et altri arnesi, fatta con grande ingegno. E così allato a questa è il suo disputare nel tempio fra i Dottori, nella quale è non meno espressa l’ammirazione e l’udienza che danno a Cristo i Dottori, che l’allegrezza di Maria e Giuseppo ritrovandolo. Sèguita sopra a queste, ricominciando sopra l’Annunziazione, la storia del battesimo di Cristo nel Giordano da Giovanni, dove si conosce negli atti loro la riverenza dell’uno e la fede dell’altro. Allato a questa, sèguita il diavolo che tenta Cristo, che, spaventato per le parole di Gesù, fa un’attitudine spaventosa, mostrando per quella il conoscere che egli è figliuolo di Dio. Allato a questa, nell’altra banda, è quando egli caccia del Tempio i venditori, mettendo loro sottosopra gli argenti, le vittime, le colombe e le altre mercanzie; nella quale sono le figure, che cascando l’una sopra l’altra hanno una grazia nella fuga del cadere molto bella e considerata. Seguitò Lorenzo allato a questa il naufragio degl’Apostoli, dove S. Piero uscendo della nave che affonda nell’acqua, Cristo lo sollieva; è questa storia copiosa di varii gesti nelli Apostoli che aiutano la nave, e la fede di S. Piero si conosce nel suo venire a Cristo. Ricomincia sopra la storia del battesimo, da l’altra parte la sua Trasfigurazione nel monte Tabor, dove Lorenzo espresse nelle attitudini de’ tre Apostoli lo abbagliare che fanno le cose celesti le viste dei mortali; sì come si conosce ancora Cristo nella sua divinità, col tenere la testa alta e le braccia aperte, in mezzo d’Elia e di Mosè. Et allato a questa è la resurrezzione del morto Lazzaro, il quale uscito del sepolcro, legato i piedi e le mani, sta ritto con maraviglia de’ circostanti; èvvi Marta e Maria Maddalena che bacia i piedi del Signore con umiltà e reverenza grandissima. Sèguita allato a questa, ne l’altra parte della porta, quando egli va in su l’asino in Gerusalem e che i figliuoli degli Ebrei, con varie attitudini, gettano le veste per terra e gli ulivi e le palme, oltre agli Apostoli che seguitano il Salvatore. Et allato a questa è la cena degli Apostoli, bellissima e bene spartita, essendo finti a una tavola lunga, mezzi dentro e mezzi fuori. Sopra la storia della Trasfigurazione comincia la adorazione nell’orto, dove si conosce il sonno in tre varie attitudini degli Apostoli. Et allato a questa sèguita quando egli è preso, e che Giuda lo bacia; dove sono molte cose da considerare, per esservi e gli Apostoli che fuggono, et i Giudei che nel pigliar Cristo fanno atti e forze gagliardissime. Nell’altra parte allato a questa è quando egli è legato alla colonna; dove è la figura di Gesù Cristo che nel duolo delle battiture si storce alquanto con una attitudine compassionevole, oltra che si vede in que’ Giudei che lo flagellano una rabbia e vendetta molto terribile per i gesti che fanno. Sèguita allato a questa quando lo menano a Pilato, e che e’ si lava le mani e lo sentenzia a la croce. Sopa l’adorazione dell’orto, dall’altra banda, nell’ultima fila delle storie, è Cristo che porta la croce e va a la morte, menato da una furia di soldati, i quali con strane attitudini par che lo tirono per forza; oltra il dolore e pianto che fanno co’ gesti quelle Marie, che non le vide meglio chi fu presente. Allato a questo fece Cristo crocifisso, et in terra a sedere con atti dolenti e pien di sdegno la Nostra Donna e S. Giovanni Vangelista. Sèguita, allato a questa nell’altra parte la sua Resurrezzione; ove, addormentate le guardie dal tuono, stanno come morti, mentre Cristo va in alto con una attitudine che ben pare glorificato nella perfezzione delle belle membra, fatto dalla ingegnosissima industria di Lorenzo. Nell’ultimo vano è la venuta dello Spirito Santo, dove sono attenzioni et attitudini dolcissime in coloro che lo ricevono. E fu condotto questo lavoro a quella fine e perfezzione senza risparmio alcuno di fatiche e di tempo che possa darsi a opera di metallo, considerando che le membra degli ignudi hanno tutte le parti bellissime, et i panni, ancora che tenessino un poco dello andare vecchio di verso Giotto, vi è dentro nondimeno un tutto che va in verso la maniera de’ moderni, e si reca in quella grandezza di figure una certa grazia molto leggiadra. E nel vero, i componimenti di ciascuna storia sono tanto ordinati e bene spartiti che meritò conseguire quella lode e maggiore, che da principio gli aveva data Filippo. E così fu onoratissimamente fra i suoi cittadini riconosciuto, e da loro e dagli artefici terrazzani e forestieri sommamente lodato. Costò questa opera fra gli ornamenti di fuori, che son pur di metallo et intagliatovi festoni di frutti et animali, ventiduamila fiorini, e pesò la porta di metallo trentaquattro migliaia di libbre. Finita questa opera, parve a’ Consoli dell’Arte de’ Mercatanti esser serviti molto bene, e per le lode dateli da ognuno deliberarono che facesse Lorenzo, in un pilastro fuor d’Or San Michele, in una di quelle nicchie, ch’è quella che volta fra i Cimatori, una statua di bronzo di quatro braccia e mezzo in memoria di S. Giovanni Battista, la quale egli principiò né la staccò mai che egli la rese finita; che fu et è opera molto lodata, et in quella nel manto fece un fregio di lettere scrivendovi il suo nome. In questa opera, la quale fu posta su l’anno 1414, si vide cominciata la buona maniera moderna, nella testa, in un braccio che par di carne, e nelle mani, et in tutte l’attitudini della figura. Onde fu il primo che cominciasse a imitare le cose degli antichi Romani; delle quali fu molto studioso come esser dee chiunche disidera di bene operare. E nel frontespizio di quel tabernacolo si provò a far di musaico, faccendovi dentro un mezzo profeta. Era già cresciuta la fama di Lorenzo per tutta Italia e fuori, dell’artifiziosissimo magistero nel getto, di maniera che avendo Iacopo della Fonte et il Vecchietto sanese e Donato fatto per la Signoria di Siena, nel loro San Giovanni, alcune storie e figure di bronzo, che dovevano ornare il battesimo di quel tempio, et avendo visto i Sanesi l’opere di Lorenzo in Fiorenza, si convennono con seco e li feciono fare due storie della vita di S. Giovanni Battista. In una fece quando egli battezzò Cristo, accompagnandola con molte figure et ignude e vestite molto riccamente; e nell’altra quando San Giovanni è preso e menato a Erode; nelle quali storie superò e vinse gl’altri che avevano fatto l’altre, onde ne fu sommamente lodato da’ Sanesi e dagl’altri che le veggono. Avevano in Fiorenza a far una statua i maestri della Zecca in una di quelle nicchie che sono intorno a Or San Michele dirimpetto a l’Arte della Lana, et aveva a esser un San Matteo d’altezza del S. Giovanni sopra detto. Onde l’allogorono a Lorenzo che la condusse a perfezzione, e fu lodata molto più che il San Giovanni, avendola fatta più alla moderna. La quale statua fu cagione che i Consoli dell’Arte della Lana deliberorono che e’ facesse nel medesimo luogo, nell’altra nicchia allato a quella, una statua di metallo medesimamente, che fusse alta alla medesima proporzione dell’altre due, in persona di S. Stefano loro avvocato. Et egli la condusse a fine e diede una vernice al bronzo molto bella. La quale statua non manco satisfece che avesse[ro] fatto l’altre opere già lavorate da lui. Essendo generale de’ frati predicatori in quel tempo Messer Lionardo Dati, per lassare di sé memoria in S. Maria Novella, dove egli aveva fatto professione, et alla patria, fece fabbricare a Lorenzo una sepoltura di bronzo e sopra quella sé a ghiacere morto, ritratto di naturale; e da questa, che piacque e fu lodata, ne nacque una che fu fatta fare in S. Croce da Lodovico degli Albizi e da Niccolò Valori. Dopo queste cose, volendo Cosimo e Lorenzo de’ Medici onorare i corpi e reliquie de’ tre martiri Proto, Iacinto e Nemesio, fattigli venire di Casentino, dove erano stati in poca venerazione molti anni, fecero fare a Lorenzo una cassa di metallo, dove nel mezzo sono due Angeli di basso rilievo che tengono una ghirlanda d’ulivo, dentro la quale sono i nomi de’ detti martiri; et in detta cassa fecero porre le dette reliquie e la collocarono nella chiesa del monasterio degl’Angeli di Firenze, con queste parole da basso dalla banda della chiesa de’ monaci, intagliate in marmo: "Clarissimi viri Cosmas et Laurentius fratres, neglectas diu sanctorum reliquias martirum, religioso studio ac fidelissima pietate suis sumptibus aereis loculis condendas, colendasque curarunt". E dalla banda di fuori, che riesce nella chiesetta verso la strada, sotto un’arme di palle, sono nel marmo intagliate queste altre parole: "Hic condita sunt corpora sanctorum Christi martirum Prothi et Hyacinthi et Nemesii, Anno Domini 1428". E da questa, che riuscì molto onorevole, venne volontà agli Operai di S. Maria del Fiore di far fare la cassa e sepoltura di metallo per mettervi il corpo di S. Zanobi, vescovo di Firenze, la quale fu di grandezza di braccia tre e mezzo et alta due. Nella quale fece oltra il garbo della cassa, con diversi e varii ornamenti, nel corpo di essa cassa dinanzi una storia quando esso San Zanobi risuscita il fanciullo lasciatoli in custodia dalla madre, morendo egli, mentre che ella era in peregrinaggio. In un’altra v’è quando un altro è morto dal carro e quando e’ risuscita l’uno de’ due famigli mandatoli da Santo Ambruogio, che rimase morto uno in su le Alpi, l’altro v’è che se ne duole alla presenza di San Zanobi che, venutoli compassione, disse: "Va’, che e’ dorme, tu lo troverrai vivo". E nella parte di dietro sono sei Angioletti che tengono una ghirlanda di foglie d’olmo, nella quale son lettere intagliate in memoria e lode di quel Santo. Questa opera condusse egli e finì con ogni ingegnosa fatica et arte, sì che ella fu lodata straordinariamente come cosa bella. Mentre che l’opere di Lorenzo ogni giorno accrescevon fama al nome suo, lavorando e servendo infinite persone così in lavori di metallo come d’argento e d’oro, capitò nelle mani a Giovanni figliuolo di Cosimo de’ Medici una corniuola assai grande, dentrovi lavorato d’intaglio in cavo quando Apollo fa scorticare Marsia; la quale, secondo che si dice, serviva già a Nerone imperatore per suggello; et essendo per il pezzo della pietra, ch’era pur grande, e per la maraviglia dello intaglio in cavo, cosa rara, Giovanni la diede a Lorenzo, che gli facesse intorno d’oro un ornamento intagliato, et esso, penatovi molti mesi, lo finì del tutto, facendo un’opera non men bella d’intaglio attorno a quella, che si fussi la bontà e perfezione del cavo in quella pietra. La quale opera fu cagione ch’egli d’oro e d’argento lavorasse molte altre cose, che oggi non si ritruovano. Fece d’oro medesimamente a papa Martino un bottone ch’egli teneva nel piviale con figure tonde di rilievo e fra esse gioie di grandissimo prezzo, cosa molto eccellente; e così una mitera maravigliosissima di fogliami d’oro straforati, e fra essi molte figure piccole tutte tonde che furon tenute bellissime. E ne acquistò, oltra al nome, utilità grande da la liberalità di quel Pontefice. Venne in Fiorenza l’anno 1439 papa Eugenio, per unire la chiesa Greca colla Romana, dove si fece il Concilio. E visto l’opere di Lorenzo, e piaciutogli non manco la presenza sua, che si facessino quelle, gli fece fare una mitera d’oro di peso di libre quindici e le perle di libre cinque e mezzo, le quali erano stimate con le gioie in essa ligate trentamila ducati d’oro. Dicono che in detta opera erano sei perle come nocciuole avellane, e non si può imaginare, secondo che s’è visto poi in un disegno di quella, le più belle bizzarrie di legami nelle gioie e nella varietà di molti putti et altre figure, che servivano a molti varii e graziati ornamenti. Della quale ricevette infinite grazie e per sé e per gli amici da quel Pontefice oltra il primo pagamento. Aveva Fiorenza ricevute tante lode per l’opere eccellenti di questo ingegnosissimo artefice, che e’ fu deliberato da’ Consoli dell’Arte de’ Mercatanti di farli allogazione della terza porta di San Giovanni di metallo medesimamente. E quantunque quella che prima aveva fatta, l’avesse d’ordine loro seguitata e condotta con l’ornamento, che segue intorno alle figure e che fascia il telaio di tutte le porte, simile a quello d’Andrea Pisano, visto quanto Lorenzo l’aveva avanzato, risolverono i consoli a mutare la porta di mezzo, dove era quella d’Andrea, e metterla a l’altra porta, ch’è dirimpetto alla Misericordia, e che Lorenzo facesse quella di nuovo, per porsi nel mezzo giudicando ch’egli avesse a fare tutto quello sforzo che egli poteva maggiore in quell’arte. E se gli rimessono nelle braccia, dicendo che gli davon licenza, che e’ facesse in quel modo ch’e’ voleva o che pensasse che ella tornasse più ornata, più ricca, più perfetta e più bella ch’e’ potesse o sapesse imaginarsi; né guardasse a tempo, né a spesa, acciò che così come egli aveva superato gl’altri statuarii per insino allora, superasse e vincesse tutte l’altre opere sue. Cominciò Lorenzo detta opera mettendovi tutto quel sapere maggiore ch’egli poteva; e così compartì detta porta in dieci quadri, cinque per parte, che rimaseno i vani delle storie un braccio et un terzo, et a torno per ornamento del telaio che ricigne le storie, sono nicchie in quella parte ritte, e piene di figure quasi tonde, il numero delle quali è venti e tutte bellissime; come uno Sansone ignudo, che abbracciato una colonna, con una mascella in mano, mostra quella perfezzione che maggior può mostrare cosa fatta nel tempo degli antichi ne’ loro Ercoli, o di bronzi o di marmi; e come fa testimonio un Iosuè, il quale in atto di locuzione par che parli allo esercito, oltra molti profeti e Sibille adorni l’uno e l’altro in varie maniere di panni per il dosso, e di acconciature di capo, di capegli et altri ornamenti, oltra dodici figure, che sono a ghiacere nelle nicchie, che ricingono l’ornamento delle storie per il traverso, faccendo in sulle crociere delle cantonate in certi tondi, teste di femmine e di giovani e di vecchi in numero trentaquattro. Fra le quali nel mezzo di detta porta vicino al nome suo intagliato in essa, è ritratto Bartoluccio suo padre, ch’è quel più vecchio, et il più giovane è esso Lorenzo suo figliuolo, maestro di tutta l’opera; oltra a infiniti fogliami e cornici et altri ornamenti fatti con grandissima maestria. Le storie, che sono in detta porta, sono del Testamento Vecchio; e nella prima è la creazione di Adamo e di Eva sua donna, quali sono perfettissimamente condotti; vedendosi che Lorenzo ha fatto, che sieno di membra più begli che egli ha possuto; volendo mostrare che, come quelli di mano di Dio furono le più belle figure che mai fussero fatte, così questi di suo avessino a passare tutte l’altre ch’erano state fatte da lui ne l’altre opere sue: avertenza certo grandissima. E così fece nella medesma quando e’ mangiano il pomo et insieme quando e’ son cacciati di Paradiso, le qual figure in quegli atti rispondono a l’effetto, prima del peccato conoscendo la loro vergogna, coprendola con le mani, e poi nella penitenza quando sono dall’Angelo fatti uscir fuori di Paradiso. Nel secondo quadro è fatto Adamo et Eva che hanno Caim et Abel piccoli fanciulli creati da loro; e così vi sono quando de le primizie Abel fa sacrifizio, e Caim de le men buone, dove si scorge negli atti di Caim l’invidia contro il prossimo, et in Abel l’amore in verso Iddio. E quello che è di singular bellezza è il veder Caim arare la terra con un par di buoi, i quali nella fatica del tirare al giogo l’aratro, paiono veri e naturali; così come è il medesimo Abel, che guardando il bestiame Caim li dà la morte; dove si vede quello con attitudine impietosissima e crudele, con un bastone ammazzare il fratello, in sì fatto modo che il bronzo medesimo mostra la languidezza delle membra morte nella bellissima persona d’Abel; e così di basso rilievo da lontano è Iddio, che domanda a Caim quel che ha fatto d’Abel; contenendosi in ogni quadro gli effetti di quattro storie. Figurò Lorenzo nel terzo quadro come Noè esce dall’Arca la moglie co’ suoi figliuoli e figliuole e nuore et insieme tutti gli animali, così volatili come terrestri; i quali, ciascuno nel suo genere, sono intagliati con quella maggior perfezzione che può l’arte imitar la natura; vedendosi l’Arca aperta, e le stagge in prospettiva di bassissimo rilievo, che non si può esprimere la grazia loro. Oltre che le figure di Noè e degli altri suoi, non possono esser più vive, né più pronte mentre faccendo egli sagrifizio, si vede l’arcobaleno, segno di pace fra Iddio e Noè; ma molto più eccellenti di tutte l’altre sono dove egli pianta la vigna, et inebriato del vino mostra le vergogne, e Cam suo figliuolo lo schernisce, e nel vero uno che dorma non può imitarsi meglio, vedendosi lo abandonamento delle membra ebbre, e la considerazione et amore degli altri due figliuoli, che lo ricuoprono con bellissime attitudini. Oltre che v’è e la botte et i pampani e gli altri ordigni della vendemmia, fatti con avvertenza et accomodati in certi luoghi, che non impediscono la storia, ma le fanno un ornamento bellissimo. Piacque a Lorenzo fare nella quarta storia l’apparire de’ tre Angeli nella valle Mambre, e faccendo quegli simili l’uno all’altro, si vede quel santissimo vecchio adorarli, con una attitudine di mani e di volto molto propria e vivace; oltre che egli con affetto molto bello intagliò i suoi servi, che a’ piè del monte con uno asino aspettano Abraam, che era andato a sacrificare il figliuolo. Il quale stando ignudo in su l’altare, il padre con il braccio in alto cerca far l’obbedienza; ma è impedito dall’Angelo, che con una mano lo ritiene e con l’altra accenna dove è il montone da far sacrifizio, e libera Isac da la morte. Questa storia è veramente bellissima, perché fra l’altre cose si vede differenza grandissima fra le delicate membra d’Isac e quelle de’ servi e più robusti, in tanto che non pare che vi sia colpo che non sia con arte grandissima tirato. Mostrò anco avanzar se medesmo Lorenzo in quest’opera; nelle difficultà de’ casamenti e quando nasce Isaac, Iacob et Esaù, o quando Esaù caccia, per far la volontà del padre; et Iacob, ammaestrato da Rebecca, porge il cavretto cotto, avendo la pelle intorno al collo, mentre è cercato da Isac, in qual gli dà la benedizzione. Nella quale storia sono cani bellissimi e naturali, oltre le figure che fanno quello effetto istesso, che Iacob et Isac e Rebecca nelli lor fatti, quando eron vivi, facevano. Inanimito Lorenzo per lo studio dell’arte, che di continuo la rendeva più facile, tentò l’ingegno suo in cose più artifiziose e difficili; onde fece in questo sesto quadro Iosef messo da’ suoi fratelli nella cisterna, e quando lo vendono a que’ mercanti; e da loro è donato a Faraone, al quale interpreta il sogno della fame; e la provisione per rimedio, e gli onori fatti a Iosef da Faraone. Similmente vi è quando Iacob manda i suoi figliuoli per il grano in Egitto, e che riconosciuti da lui, gli fa ritornare per il padre. Nella quale storia, Lorenzo fece un tempio tondo girato in prospettiva con una difficultà grande, nel quale è dentro figure in diversi modi che caricano grano e farine, et asini straordinarii. Parimente vi è il convito ch’e’ fa loro et il nascondere la coppa d’oro nel sacco a Beniamin, e l’essergli trovata, e come egli abbraccia e riconosce i fratelli; la quale istoria per tanti affetti e varietà di cose è tenuta fra tutte l’opere la più degna e la più difficile e la più bella. E veramente Lorenzo non poteva, avendo sì bello ingegno e sì buona grazia in questa maniera di statue, fare che, quando gli venivano in mente i componimenti delle storie belle, e’ non facessi bellissime le figure; come appare in questo settimo quadro, dove egli figura il monte Sinai, e nella sommità Moisè che da Idio riceve le leggi, riverente e ingenocchioni. A mezzo il monte è Iosuè che l’aspetta e tutto il popolo a’ piedi impaurito per i tuoni, saette e tremuoti, in attitudini diverse fatte con una prontezza grandissima. Mostrò appresso diligenza e grande amore nello ottavo quadro, dove egli fece quando Iosuè andò a Ierico, e volse il Giordano, e pose i dodici padiglioni pieni delle dodici tribù; figure molto pronte; ma più belle sono alcune di basso rilievo, quando girando con l’arca intorno alle mura della città predetta con suono di trombe rovinano le mura e gli Ebrei pigliano Ierico; nella quale è diminuito il paese, et abbassato sempre con osservanza da le prime figure ai monti e dai monti a la città, e da la città al lontano del paese di bassissimo rilievo, condotta tutta con una gran perfezzione. E perché Lorenzo di giorno in giorno si fece più pratico in quell’arte, si vide poi nel nono quadro la occisione di Golia gigante al quale Davit taglia la testa con fanciullesca e fiera attitudine; e rompe lo esercito dei Filistei quello di Dio; dove Lorenzo fece cavalli, carri et altre cose da guerra. Dopo fece Davit che tornando con la testa di Golia in mano, il popolo lo incontra sonando e cantando; i quali affetti sono tutti proprii e vivaci. Restò a far tutto quel che poteva Lorenzo nella decima et ultima storia, dove la regina Sabba visita Salamone, con grandissima corte; nella qual parte fece un casamento tirato in prospettiva, molto bello; e tutte l’altre figure simili alle predette storie, oltra gl’ornamenti degli architravi che vanno intorno a dette porte, dove son frutti e festoni, fatti con la solita bontà. Nella quale opera, da per sé e tutta insieme, si conosce quanto il valore e lo sforzo d’uno artefice statuario possa nelle figure quasi tonde, in quelle mezze, nelle basse e nelle bassissime, oprare con invenzione ne’ componimenti delle figure, e stravaganza dell’attitudini, nelle femmine e ne’ maschi e nella varietà di casamenti, nelle prospettive e nell’avere nelle graziose arie di ciascun sesso, parimente osservato il decoro in tutta l’opera: ne’ vecchi la gravità, e ne’ giovani la leggiadria e la grazia. Et invero si può dire che questa opera abbia la sua perfezione in tutte le cose, e che ella sia la più bella opera del mondo e che si sia vista mai fra gli antichi e moderni. E ben debbe essere veramente lodato Lorenzo, da che un giorno Michelagnolo Buonarroti, fermatosi a veder questo lavoro, e dimandato quel che gliene paresse e se queste porte eron belle, rispose: "Elle son tanto belle, che elle starebbon bene alle porte del Paradiso": lode veramente propria e detta da chi poteva giudicarla. E ben le poté Lorenzo condurre, avendovi, dall’età sua di venti anni che le cominciò, lavorato su quaranta anni con fatiche via più che estreme. Fu aiutato Lorenzo in ripulire e nettare questa opera, poi che fu gettata, da molti, allora giovani, che poi furono maestri eccellenti, cioè da Filippo Brunelleschi, Masolino da Panicale, Niccolò Lamberti, orefici; Parri Spinelli, Antonio Filareto, Paulo Uccello, Antonio del Pollaiuolo, che allora era giovanetto, e dal molti altri; i quali, praticando insieme intorno a quel lavoro e conferendo, come si fa, stando in compagnia, giovarono non meno a sé stessi, che a Lorenzo. Al quale, oltre al pagamento che ebbe da’ Consoli, donò la Signoria un buon podere vicino alla Badia di Settimo. Né passò molto che fu fatto de’ Signori et onorato del supremo magistrato della città. Nel che tanto meritano di essere lodati i Fiorentini di gratitudine, quanto biasimati di essere stati verso altri uomini eccellenti della loro patria poco grati. Fece Lorenzo dopo questa stupendissima opera l’ornamento di bronzo alla porta del medesimo tempio che è dirimpetto alla Misericordia con quei maravigliosi fogliami i quali non potette finire, sopragiugnendoli inaspettatamente la morte quando dava ordine, e già aveva quasi fatto il modello, di rifare la detta porta che già aveva fatta Andrea Pisano, il quale modello è oggi andato male, e lo vidi già, essendo giovanetto, in borgo Allegri, prima che dai descendenti di Lorenzo fusse lasciato andar male. Ebbe Lorenzo un figliuolo chiamato Bonacorso, il quale finì di sua mano il fregio e quell’ornamento rimaso imperfetto, con grandissima diligenza; quell’ornamento, dico, il quale è la più rara e maravigliosa cosa che si possa veder di bronzo. Non fece poi Bonacorso, perché morì giovane, molt’opere come arebbe fatto, essendo a lui rimaso il segreto di gettar le cose in modo che venissono sottili, e con esso la sperienza et il modo di straforare il metallo in quel modo che si veggiono essere le cose lasciate da Lorenzo; il quale, oltre le cose di sua mano, lasciò agl’eredi molte anticaglie di marmo e di bronzo, come il letto di Policleto che era cosa rarissima, una gamba di bronzo grande quanto è il vivo, et alcune teste di femine e di maschi, con certi vasi stati da lui fatti condurre di Grecia con non piccola spesa. Lasciò parimente alcuni torsi di figure et altre cose molte; le quali tutte furono insieme con le facultà di Lorenzo mandate male; e parte vendute a Messer Giovanni Gaddi, allora cherico di camera e fra esse fu il detto letto di Policleto e l’altre cose migliori. Di Bonacorso rimase un figliuolo, chiamato Vettorio, il quale attese alla scultura, ma con poco profitto, come ne mostrano le teste che a Napoli fece nel palazzo del duca di Gravina, che non sono molto buone, perché non attese mai all’arte con amore, né con diligenza, ma sì bene a mandare in malora le facultà et altre cose che gli furono lasciate dal padre e da l’avolo. Finalmente, andando sotto papa Paulo Terzo in Ascoli per architetto, un suo servitore, per rubarlo, una notte lo scannò, e così spense la sua famiglia, ma non già la fama di Lorenzo, che viverà in eterno. Ma tornando al detto Lorenzo, egli attese mentre visse a più cose e dilettossi della pittura e di lavorare di vetro; et in Santa Maria del Fiore fece quegli occhi che sono intorno alla cupola; eccetto uno che è di mano di Donato, che è quello dove Cristo incorona la Nostra Donna. Fece similmente Lorenzo li tre che sono sopra la porta principale di essa Santa Maria del Fiore, e tutti quelli delle capelle e delle tribune; e così l’occhio della facciata dinanzi di Santa Croce. In Arezzo fece una finestra per la capella maggior della Pieve, dentrovi la incoronazione di Nostra Donna e due altre figure per Lazzero di Feo di Baccio, mercante ricchissimo; ma perché tutte furono di vetri viniziani carichi di colore fanno i luoghi dove furono poste anzi oscuri che no. Fu Lorenzo dato per compagno al Brunellesco, quando gli fu allogata la Cupola di Santa Maria del Fiore, ma ne fu poi levato, come si dirà nella vita di Filippo. Scrisse il medesimo Lorenzo un’opera volgare, nella quale trattò di molte varie cose, ma sì fattamente che poco costrutto se ne cava. Solo vi è, per mio giudizio, di buono che, dopo avere ragionato di molti pittori antichi, e particolarmente di quelli citati da Plinio, fa menzione brevemente di Cimabue, di Giotto e di molti altri di que’ tempi. E ciò fece con molto più brevità che non doveva, non per altra cagione che per cadere con bel modo in ragionamento di se stesso, e raccontare, come fece, minutamente a una per una tutte l’opere sue. Né tacerò che egli mostra il libro essere stato fatto da altri, e poi nel processo dello scrivere, come quegli che sapea meglio disegnare, scarpellare e gettare di bronzo che tessere storie parlando di se stesso, dice in prima persona: "Io feci, io dissi, io faceva e diceva". Finalmente pervenuto all’anno sessantaquattresimo della sua vita, assalito da una grave e continua febbre si morì, lasciando di sé fama immortale nell’opere che egli fece e nelle penne degli scrittori; e fu onorevolmente sotterrato in Santa Croce. Il suo ritratto è nella porta principale di bronzo del tempio di San Giovanni, nel fregio del mezzo quando è chiusa, in un uomo calvo et a lato a lui è Bartoluccio suo padre, et appresso a loro si leggono queste parole: "Laurentii Cionis de Ghibertis mira arte fabricatum". Furono i disegni di Lorenzo eccellentissimi e fatti con gran rilievo, come si vede nel nostro libro de’ disegni, in uno Evangelista di sua mano et in alcuni altri di chiaro scuro bellissimi. Disegnò anco ragionevolmente Bartoluccio suo padre, come mostra un altro Vangelista di sua mano in sul detto libro, assai meno buono che quello di Lorenzo. I quali disegni con alcuni di Giotto e d’altri ebbi, essendo giovanetto, da Vettorio Ghiberti l’anno 1528, e gl’ho sempre tenuti e tengo in venerazione e perché sono belli e per memoria di tanti uomini. E se quando io aveva stretta amicizia e pratica con Vettorio io avessi quello conosciuto che ora conosco, mi sarebbe agevolmente venuto fatto d’avere avuto molte altre cose che furono di Lorenzo, veramente bellissime. Fra molti versi, che latini e volgari sono stati fatti in diversi tempi, in lode di Lorenzo, per meno essere noiosi a chi legge, ci basterà porre qui di sotto gl’infrascritti:

Dum cernit valvas aurato ex aere nitentes in templo Michael Angelus obstupuit. Attonitusque diu, sic alta silentia rupit: "O divinum opus; o ianua digna polo!".

FINE DELLA VITA DI LORENZO GHIBERTI SCULTORE