Leonardo prosatore/Novellette e bizzarrie/Lettere sul gigante

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Lettere sul gigante

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Lettere sul gigante.

I.

Caro Benedetto, per darti nuove de le cose di Levante, sappi come del mese di giugno è apparito un gigante che vien di la diserta Libia.

Questo gigante era nato nel mont’Atalante, ed era nero, ed ebbe contro Artaserse cogli Egizi e gli Arabi, Medi e Persi; viveva in mare delle balene, gran capidogli e de’ navili.

La nera faccia sul primo oggetto è molto orribile e spaventosa a riguardare, e massime l’ingrottati e rossi occhi, posti sotto le paurose e scure ciglia, da fare rannuvolare il tempo e tremare la terra.

E credimi che non è sì fiero omo che dove voltava li infocati occhi che volentieri non mettessi ali per fuggire, che Lucifero infernale paria volto [p. 298 modifica] angelico a comparazione di quello. Il naso arricciato con l’ampie anari, de’ quali usciva molte e grandi setole, sotto i quali era l’arricciata bocca, colle grosse labbra, da le stremità de’ quali era pelo a uso de le gatte e denti gialli. Avanza sopra i capi de li omini, a cavallo, dal dosso de’ piedi in su. ..... Volta l’ira in furore, cominciò co’ pié, dimenati da la furia delle possenti gambe, a entrare fra la turba, e con calci gittava li omini per l’aria, i quali cadeano non altrimenti sopra gli altri omini, come se stata fussi una spessa grandine.

E molti furon quelli che, morendo, detter morte; e questa crudeltà durò finchè la polvere mossa da’ gran piedi, levata ne l’aria, constrinse questa furia infernale a ritirarsi indrieto.

E noi seguitammo la fuga.

Oh! quanti vari assalimenti furono usati contro a questa indiavolata, a la quale ogni offesa era niente! Oh! misere genti, a voi non vale le inespugnabili fortezze, a voi non l’alte mura de la città, a voi non l’essere in moltitudine, non le case o palazzi! Non v’è restato se non le piccole buche e cave sotterranee, a modo di granchi o grilli o simili animali: [lì] trovate salute e vostro scampo!

Oh quante infelici madri e padri furono private de’ figlioli! Oh quante misere femmine private de la lor compagnia!

Certo certo, caro mio Benedetto, io non credo che, poi che ’l mondo fu creato, fussi mai visto un lamento, un pianto pubblico esser fatto con tanto terrore! [p. 299 modifica]

Certo in questo caso la spezie umana ha da invidiare ogni altra generazione d’animali: imperocchè, se l’aquila vince per potenza li altri uccelli, il meno non sono vinti per velocità di volo, onde le rondine colla lor prestezza scampano da la rapina de lo smerlo; i dalfini con lor veloce fuga scampano da la rapina de le balene e de’ gran capidogli; ma noi, miseri! non ci vale alcuna fuga, imperocchè questa, con lento passo, vince di gran lunga il corso d’ogni veloce corsiero. Non so che mi dire o che mi fare, e mi pare tuttavia trovarmi a notare a capo chino per la gran gola, e rimanere con confusa morte sepolto nel gran ventre.

II.

Caduto il fier gigante, per la cagione della insanguinata e fangosa terra, parve che cadessi una montagna, onde la campagna [fu] squassata di terremoto con ispavento a Plutone infernale. E per la gran percossa, ristette sulla piana terra alquanto stordito, e subito il popolo, credendo fussi morto di qualche saetta, tornando la gran turba — a guisa di formiche che scorrano a furia, correndo per il caduto rogere — così questi scorrendo per l’ampie membra e le traversando con ispesse ferite.

Onde risentito il gigante e sentendosi quasi coperto da la moltitudine, subito sentesi cuocere per le punture, mise un muglio che parve funsi uno spaventoso tono, e, posto le sue mani in terra e levato il pauroso volto, postosi una de le mani in capo, [p. 300 modifica] trovosselo pieno d’uomini appiccati a’ capegli a similitudine de’ minuti animali che tra quegli sogliono nascere: onde, scotendo il capo, gli omini faceano non altramenti per l’aria che si faccia la grandine, quando va con furor di venti; e trovossi molti di questi uomini esser morti da quegli che gli tempestavan addosso, po’ ritti co’ piedi calpestando.

E tenendosi a’ capegli e ’ngegnandosi nascondere tra quegli, facevano a similitudine de’ marinai, quando han fortuna che corrono su per le corde per abbassar la vela a poco vento.