Lettere (Filippo Sassetti)/Lettera I

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Lettera I

../Lettera II IncludiIntestazione 1 giugno 2008 75% Lettere

Lettera II


I.
A Messer Baccio Valori in Firenze


Io dubito di non aver fatto troppo a sicurtà meco medesimo per non avere scritto a VS. poichè io mi partii da lei. Io giunsi a Seviglia, e per iscriverle aspettava, che ne venissero dal nuovo Mondo le navi, acciocchè scrivendole, e raccontandole qualcosa delle novità, che sogliono vedersi, io venissi a meno tediarla. Stettivi pochi giorni, e fummi necessario venire quì, dove io non sò quanto mi starò. Delle cose passate nel viaggio, e de’ costumi delle genti non tratterò a VS. perchè in passando non si può giudicare. Solo le dirò, che se io fussi andato attorno per Amore, ben potrei accusandolo dire:

Cercar m’hai fatto diversi paesi

fino a quel mezzo verso:

Dure genti, e costumi

che pare a me il proprio di tutte queste ingenerazioni, talchè chiunque ci verrà de’ nostri, e non sarà armato d’una eterna pazienza, ma sarà veloce ne’ suoi movimenti, fugga di questo luogo, ch’e’ ci morrà di subito. Questa è città grandissima, e la parte principale, e maggiore è fuori delle mura; il forte di essa sono tre colli, e due vallate; sebbene i borghi, che si distendono come razzi, ne abbracciano fino a cinque; ha la riviera del Tago da Mezzo giorno, ancora che quì ella si possa chiamare per più vero nome un braccio di mare, che è porto grandissimo, dove stanno migliaia de’ legni, e ’l palazzo reale è lungo la riviera, ma gli altri abitatori, che stanno in basso, sono tutti mercatanti. Non ha nessuno bello edifizio, nè alcuna antica memoria che ci restò dalla furia de’ Mori. Il paese non è ameno, che i caldi grandi abbruciano ogni cosa. Sonci assai ulivi, ma tanto maltrattati, che chi si trova affezionato a questa pianta, non gli potrà vedere, e star cheto; perchè il tutto si raccomanda alla natura, e la coltivazione è più bandita di quì di qualunque altra cosa nimica. Gli abitatori di Lisbona saranno come dugentocinquantamila; questi sono Cristiani vecchi, Cristiani nuovi, e Schiavi; i Cristiani vecchi son divisi ne’ Fidalghi1, e altro popolo minuto, e i Cristiani nuovi sono gli ultimi Giudei, che elessero di rimanere quì, e battezzarsi; sono gente poco meglio, che infame, cattivi, perfidi, senza fe, senza onore o cosa, che buona sia, se non un intendimento sottilissimo, che congiunto alle sopradette qualità fa una composizione, che chi ha a trattare con esso loro, e non vi lascia del suo, è uomo, che si può mandare per tutto, e dargli, come si dice, la briglia sul collo. I vecchi per lo contrario sono gente, che sà poco, molto superba, e tanto di loro testa, che il rimuovergli della opinione loro, e l’impossibile, sono una medesima cosa. Tutto sanno essi, e tutto fanno essi, e da loro depende ogni cosa, e la loro terra è la meglio del Mondo, e si pongono a provarlo con l’induzione. Sono loquaci, e gente vana; e se egli affannano uno, bisogna far conto di fare la parte degli ascoltanti; e tre quarti delle parole consistono in V. M. e in giuramenti, che non credo che si trovi dove più si giuri. Giurano per los Santos Evangelio, e quando vogliono aggrandire, e procacciarsi più fede: aggiungono y mas por estas barbas, o por esto rostro; e toccanti la barba, o ’l viso non senza muovere chi gli vede a riso. Gli Schiavi nella diversità loro agguagliano tutte quelle genti, che sentendo favellare gli Apostoli ciascuno in suo linguaggio, si stupivano, e al credere mio saranno la quinta parte delle genti, che ci sono, e tutti vivono di vettovaglia portataci per mare, o la maggior parte; che il paese è sterile, e non colto; e per questo vengono quì navilj infiniti, trecento per volta di Danimarca, d’Olanda, e tutta la Fiandra, d’Ingilterra e tutta la costa di Brettagna, e di Francia, e ci portano d’ogni cosa fino all’uova, e alle galline, e de’ danari sopra questo, e portanne spezierie, e de’ paesi nostri ancora ci vengono delle vettovaglie, grani talvolta di costà, vini, e olj di Provenza, e da tutta la costa di Spagna; e tutto ci ha presta, e buona spedizione, secondo la qualità delle cose, o la disposizione della Terra. Di carne ci è sottosopra mancamento, che d’ogni tempo ci si ammazzano vacche molto dure, e pochi castrati; a che ha sovvenuto l’innumerabile quantità de’ pesci, che ci si pigliano, e ci si consumano, che in ogni via, e in ogni casa è bottega, che cuoce, e vende pesce ogni giorno, e ogni ora, talmente che per l’odore cattivo del frittume è una noja grandissima l’andare attorno. Il traffico de’ Portughesi è al Capo Verde, e alle Isole quivi vicine; più basso alla Mina di San Giorgio, e tutta questa costa d’Africa, che guarda il Ponente, all’Isola di San Tommè, e a quella costa del Mondo nuovo, ch’e’ chiamano il Verzino2; di là dal Capo Buona Speranza fanno scala a Monzambiquo, e poi se ne vanno in India, e di quivi, cioè dalla prima costa d’India, dove è Calicut, e Goa, vanna a Malaca, che dicono essere l’antica Aurea Chersoneso, alla China, e al Giapan, e prima a Malucco; e nella costa d’Africa di Ponente, che sono Capo Verde, e la Mina, portano principalmente di quelle tele, che vengono d’India in quantità grande, e di quelle, che vengono di Roano, ottoni lavorati di ogni sorte, e massime collane, e certe maniglie, e anelli, che que’ Neri si pongono al naso, e agli orecchi, e molti paternostri di vetro, che ne fanno vezzi, e collane, e una certa sorte di paternostri rossi, che vengono dell’India a carrate. A San Tommè non portano se non le cose necessarie per vitto, che trattone i Portoghesi, non vi sono altri, che Schiavi, e nel Verzino conducono d’ogni sorte cosa; grasce, panni, drappi, mercerie, come specchi, sonagli, e altre sì fatte; e in India portano di tutto parimente, cioè vino, olio, drappi, e panni ma pochi, fogli, vetri, coralli, e reali. Le cose, che riportano in quà, sono queste: del Capoverde cuoia, cotoni, zuccheri; della Mina oro perfetto, e zibetto, che quest’anno, che i Portoghesi sono in guerra con quelli del paese, in due legni sono venuti da dugentomila ducati in barrette d’oro; di San Tommè vengono quegli zuccheri, che si raffinano, chiamati da noi zuccheri rossi in numero di sette milioni, e secentomila delle nostre libbre, e ogni trentasette vagliono circa a un p. e tre quarti; del Verzino vengono altrettanti zuccheri, la maggior parte bianchi, che vagliono quì le libbre quarantatre circa p. quattro. In questo paese si ritrova Filippo Cavalcanti fratello di Guido, e di Stiatta, il quale ha grandissime faccende alle mani, ed è uomo di grande autorità, e quasi soprastante a tutto insino al proprio Governatore; dicono, che e’ tiene gran corte con molti paggi, e cavalli, e spende l’anno in sua casa meglio di scudi cinquemila; e’ suoi negozj sono ingegni di zuccheri. Quivi sono, per quanto intendo, mostri stupendi d’animali bruti; e un piloto d’una nave venutone quest’anno; ha portato la pelle d’un serpente, sul quale, pensando di porre il piede sopra un sasso, scavalcava, che è largo sul dorso quattro piedi, e lungo trentaquattro, o trentacinque, il quale dice, che mangiava una pantera, e mangiava anche lui, se e’ non lo soccorrevano; ha ancora portato il cuoio d’uno animale della grandezza della lontra, ma coperto di squame durissime, ha la testa di testuggine, gambe di coccodrillo, e la scaglia della schiena si raccoglie come fa la parte di sopra delle manopole di ferro, o i cosciali d’una armadura, e la coda è della medesima materia, e viene più distinta a nodo a nodo fino a che ella viene sottilissima; dice questo medesimo, che in Fernambuch, terra del Verzino, è un mostro scorticato, e pieno di paglia, preso non sono molti anni, che è quasi la Scilla; ha testa, e collo di cane, spalle, braccia, e mani di figura umana, petto, e ventre di pesce, e piedi d’oca; e altre cose infinite vi sono, delle quali non si pigliano cura costoro di dare notizia al Mondo. Del Mozambiquo portano in India Schiavi, e molto avorio, e d’India recano tutte le cose preziose, che noi conosciamo; le spezierie, parte delle quali fanno in quella costa, come il pepe, la cannella, e ’l zenzero; l’altre vi sono portate, come le noci moscate, e ’l mais, che vengono pure di Terra ferma, e i garofani, che vengono dal Malucco (dove i Portoghesi non arrivano più, perchè un Capitano fece senza proposito pigliare un Re loro, e tagliargli la testa, e quelle genti fecero loro cantare il Vespro Siciliano) tutte le sorte di pietre preziose, che noi conosciamo, salvo che non ho veduto turchine. Vengonne infinite sorti di tela di bambagia, e alcune d’erba, tanto fini, e sottili, che senza vederle non si potrebbe credere; e queste son quelle, che passano dipoi in Barberia, e per tutta l’Africa. Vengono veli assai di seta, e molti di quelli drappi, che noi chiamiamo zendadi3, de’ ciambellotti4, con seta sottilissima, e bianca, e cose lavorate, come coltre imbottite, nelle quali si troverà da spendere sino a centoventi, e centocinquanta scudi nell’una. Vidi un casa un Piloto d’India un manto per a collo per una donna, di tela bianca, imbottito di seta gialla, dove io credo, che fossero centomila milioni di punti, cose vaghissime da vedere, della quale domandava fino a quaranta p. Vengono di là legnami da letti, che e’ domandano catri, dipinti di diversi colori, e tali miniati d’oro di gentilissimi comparsi, e in luogo di saccone tengono cigne, con le quali l’attraversano, ed empiono tutto, e in quei paesi pongono una stuoja sopravi e dormonvisi; quà vi mettono le materasse. Le madreperle, e altre fantasie di mare, ch’e’ conducono di là, non hanno numero, e son tutte cose, che ingombrano molti danari. Aveva lasciato il musco, e l’ambra, la quale vogliono in fatto, che esca del fondo del mare, e sia una specie di terra non altrimenti, che si sia il bitume, o ’l cinabro, o altra cosa. Vienci l’ anile, ovvero indaco, la lacca per tignere, che sono cacature di formiche, e in certi cannelli quella dura da suggellare. Le porcellane non sono da lasciarsi, delle quali credo, che ci siano venute quest’anno dugento tinelli, e tutte hanno preso luogo, che adesso non si troverebbe da comperarne, che fussero buone; vagliene ragguagliatamente un quarto di ducato il pezzo de’ piccoli; e’ grandi poi uno, due, tre, e quattro ducati l’uno. Restami a dire degli Schiavi, che da tutte queste partì ci sono condotti, salvo che del Verzino, i quali saranno più di tremila; del Verzino non ce ne conducono, perché e’ sono gente cattiva, e ostinata, e come e’ si veggono Schiavi, si deliberano di morirli, e viene loro fatto. Di altri luoghi ci vengono i Giaponi, gente ulivastra, e che esercitano qui ogni arte con buono intendimento, piccol viso, e nel resto di statura ragionevole. I Chini sono uomini di grande intelletto, e parimente esercitano tutte le arti, e sopra tutto imparano maravigliofamente la cucina; hanno il viso rincagnato, gli occhi piccoli, come se fossero forati con un tufo, e a tutti (che mi pare la loro propria differenza) il copertoio dell’occhio ricuopre quella particella, dove sono appiccate le palpebre, talchè mancano di essa, che gli fa difformi alla vista, e conoscibili tra tutti gli altri; il colore loro è tra giallo, e tanè. D’India vengono due forti d’ingenerazioni: i Mori Maomettani, e’ Neri, che sono Gentili. I Mori sono propriamente ghezzi, che è tra ’l zingano, e ’l nero, gente di tanto intelletto, che nessuna più, e nella vivezza degli occhi si conosce il loro ingegno, ma hanno per lo più mala inclinazione, che sono ladri finissimi; e chi n’ha uno, che sia buono, ha un gran servizio di lui. I Neri Gentili sono talmente neri, che e’ non è tanto tinto l’inchiostro; sono di bassa statura, e forti, e per travagliare in cose di fatica. Questi sono condotti in India parte dal Mozambiquo, e parte de’ luoghi vicini all’India più propinqui all’Equinoziale. Di San Tommè vengono una gran turma di Neri portativi di tutta la costa d’Africa, dal Capoverde fino a quel parallelo; sono questi medesimamente gente più da fatica, che d’intelletto, e quelli, che ci vengono dal Capo Verde, di tutti i Neri sono i più gentili, e con facilità imparano tutto quello, ch’e’ veggono fare, fino a sonar di liuto; e sopra tutto tengono bene l’arme in mano, e di loro si ha buono servizio, trattone, ch’e’ sono un poco superbi, che è vizio di tutti i Neri, e ce n’è il proverbio: Egli ha più fantasia, che un Nero. E’ miseria il vedere, com’e’ sono qua condotti, che in una nave ne saranno venticinque, trenta, e quaranta, e tutti stanno qui sopra coverta ignudi addosso l’uno all’altro; e sopra tutto si accostumano molto astinenti, che fino a qua danno loro da mangiare del medesimo di che vivono nella terra loro, che sono certe barbe come quelle del ghiaggiuolo, che crude, e cotte, chi non lo sapesse, le giudicherebbe castagne; smontati in terra stanno a una solicandola5 a turme, e chi ne vuol comperare va qui, e guarda loro la bocca e fa distendere, e raccorre le braccia, chinarsi, correre, e saltare, e tutti gli altri movimenti, e gesti, che può fare un sano, che considerando in loro la natura comune, non può essere, che non se ne pigli spavento, e il prezzo loro è da trenta fino a sessanta p. l’uno. Non mi pare da lasciare di contare a VS. quello che mi fece restare attonito, considerando la miseria loro e la inumanità del padrone. Sopra una piazza erano in terra forsè cinquanta di questi animali, che facevano di loro un cerchio, e’ piedi erano la circonferenza, e ’l capo il centro; erano l’uno sopra l’altro, e tutti facevano forza d’andare a terra. Io m’accodai per vedere che giuoco fosse questo, e veggo in terra un grande; catino di legno, dove era stata dell’acqua, e gli miseri stavano, e si sforzavano di succiare i centellini, e leccare l’orlo; e da loro, sì nell’azione, come nel colore, a un branco di porci, che si azzuffino per ficcar la testa nel brodo, non era nessuna differanza. Sonmi condotto all’ultimo della lettera con questa storietta di poco gusto, forse contro alle regole, le quali non si possono sempre osservare, e là dove non si tratta di creanza, ma di considerare la natura delle cose, non si disconviene, e se mal non mi si ricorda, Platone dice, che non si ha da lasciare indietro nè la natura del loro eziandio, ancora che io so, che a VS. non occorrerà questa scusa. Di tutte le cose, che vengono d’India, molte mi si rappresentavano degne d’essere vedute da VS. ma l’essersi dileguate da me certe comodità, che a ciò si ricercano, ha fatto, che io manchi all’obbligo, e desiderio mio. Vengonci molte conserve con zucchero, pepe, noci moscate, macis, mirabolani, e altre cose mai assai, e tra tutte queste la più gentile a me è paruta l’acqua di cannella, della quale scrive un Dottore quello, che VS. vedrà: honne preso una bazza di terra coperta con fune, la quale terrà da quattro, o cinque fiaschi, e ben turata l’ho messa sur una nave, che per partirsi non aspetta altro, che ’l tempo. Holla indirizzata a Pisa a Messer Michele Saladini, dal quale, se ella verrà salvata, sarà mandata a V.S. e quando e’ segue, desidero, che ella ne faccia quatro parti, che l’una sia per lei, l’altra pel Signor Piero Vettori, l’altra pel Reverendissimo Don Vincenzio, e l’altra pel mio messer Bernardo Davanzati, co’ quali tutti vorrei, che V.S. mi scusasse del silenzio, e col Sig. Priore principalmente, col quale, partendomi, feci troppo a sicurtà. Francesco Valori, quando io mi partii di costì, secondo me, mi messe in uscita, che di lui non ho mai sentito nulla, nè di Pagol Antonio ancora; quando vengono da VS. piacciale raccomandarmi loro, e sopra tutto tenermi in sua memoria, che è quanto mi occorre per questa; e Nostro Signore la contenti, e guardi.

Di Lisbona alli 10. d’Ottobre 1578.

Filippo Sassetti.

Note

  1. Gli Hidalgo o Fidalgo, erano gli appartenenti alla nobiltà portoghese dell’epoca. N. d. C.
  2. O Bresile, ovvero il Brasile. N. d. C.
  3. Veli di seta, utilizzati come ornamento femminile, chiamati a Venezia anche Zendali. N. d. C.
  4. Tipo di stoffa molto ruvida, utilizzata soprattutto per gli abiti dei monaci. N. d. C.
  5. Luogo esposto al sole.N. d. C.