Lettere autografe edite ed inedite di Cristoforo Colombo/Altre lettere autografe di Cristoforo Colombo/Alla nutrice del principe don Giovanni

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Lettere autografe edite ed inedite di Cristoforo Colombo/Lettera di Cristoforo Colombo a Rafaele Saxis/Traduzione letterale

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Lettera di Cristoforo Colombo a Rafaele Saxis - Traduzione letterale Altre lettere autografe di Cristoforo Colombo - All'ambasciatore M. Nicolò Oderigo
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Molto virtuosa signora.

Se la mia querela del mondo è nuova, antico è l’uso ch’egli ha di maltrattare. Mille combattimenti mi diede, ed a tutti resistetti, fino a quest’ora, in che non mi hanno giovato né armi, nè consigli. Ei mi tiene crudelmente colato al fondo. Sostiemmi la speranza di chi ne creò tutti. Il soccorso di Lui fu prontissimo sempre. Un’altra volta, e non ha molto, trovandomi assai abbattuto, mi sollevò col suo braccio divino, dicendo: Levati, uomo di poca fede, che son Io; non aver timore1.

Io venni con amore così sviscerato a servire questi Principi, e tal servigio ho prestato, quale non si vide né si udì giammai.

Del nuovo cielo e terra, cui faceva nostro Signore, come scrive S. Giovanni nell’Apocalisse (dopo quel che ne fu detto per bocca d’Isaia) ei fece me nunzio, e mostrommene la via. In tutti trovai incredulità. E alla Regina, mia Signora, ne diè spirito d’intelligenza, ed animo grande, facendole creder tutto, come a cara ed [p. 100 modifica]amatissima figlia. Di tutto questo io fui a pigliare il possesso nel real nome di lei. Tutti s’ingegnavano di correggere la ignoranza, nella quale erano stati, volgendo il poco sapere a ragionare degli inconvenienti e delle spese. Sua Altezza per contrario lo approvava, e sostennelo quanto le fu possibile.

Sette anni andarono in trattative, e nove nell’eseguire. Cose segnalatissime e degne di memoria accaddero in questo tempo: di nulla si fe’ caso. Io sto mallevadore, che non è alcuno sì vile, il quale non pensi di oltraggiarmi. Viva il cielo; si troverà pure al mondo chi non vi possa acconsentire.

Se io rubassi le Indie, o la terra che2 . . . . . ora è la favola dell’altar di S. Pietro, e le dessi ai mori, non potrebbero in Ispagna dimostrarmi inimicizia maggiore. Chi ciò crederebbe di un paese dove fu sempre tanta generosità?

Avrei ben io sommamente bramato liberarmi da tal negozio, se fosse stata cosa onesta presso la mia Regina. Il coraggio ispiratomi da nostro Signore e da Sua Altezza fece che io continuassi; e per alleviarle alcuna parte dell’affanno in che si trovava per la morte3, intrapresi nuovo viaggio al nuovo cielo e mondo, che sino allora stavasi occulto. E se costì non se ne fa quel conto che si fa degli altri viaggi delle Indie, non è maraviglia; perchè servì a far apparire la mia industria.

Lo Spirito Santo4 abbruciò S. Pietro, ed altri [p. 101 modifica]dodici5 con lui. e tutti qui combatterono; e i travagli e le fatiche furono molte: alfine poi ne conseguiron vittoria.

Questo viaggio di Paria credo che placherebbe alquanto gli animi, a motivo delle perle e dell’oro scoperto nella Spagnuola. Alla gente colla quale fermai il concerto di andare alla pesca delle perle, comandai che le pescassero, e mettessero insieme: a mio giudizio ne avremo a misura di fanega. Se non lo scrissi alle Loro Altezze, egli fu, perchè prima io voleva aver fatto lo stesso riguardo all’oro.

Questo mi riuscì come altre cose molte, le quali io non perderei, nè il mio onore con esse, se cercassi il mio ben proprio, e lasciassi disertar la Spagnuola; o se mi fosser mantenuti i miei privilegii ed accordi: e dico altrettanto dell’oro ch’io adesso teneva raccolto, che con tante morti e travagli per virtù divina ho condotto a perfezione.

Al ritorno da Paria trovai sollevata nella Spagnuola quasi la metà della gente; e mi hanno fatta la guerra fino ad ora, come ad un moro, e gl’Indiani gravemente (mi hanno afflitto) per un altro capo. In questo venne l’Hojeda6, e si provò di mettervi il suggello. Disse che le AA. LL. lo spedivano con promessa di doni e franchigie e paghe: radunò una numerosa banda di briganti, perchè in tutta la Spagnuola, salvo pochissimi, [p. 102 modifica]sono tutti vagabondi; e niuno con moglie e figliuoli. Questo Hojeda mi travagliò molto. Ebbe da partire; e lasciò detto che tosto saria di ritorno con più navi e gente; e che aveva lasciata la real persona della Regina, nostra Signora, presso alla morte. Intanto giunse Vincenzo Agnes con quattro caravelle: fuvvi scompiglio e sospetto, ma non danno. Gl’Indiani ne dissero molte altre ai Cannibali ed in Paria; e poscia sparsero la nuova di sei altre caravelle che portavano un fratello dell’Alcalde. Ma fu con malizia. Questo si fe’ sull’ultimo; quando già era quasi perduta la speranza che le Altezze Loro dovessero spedire omai più de’ navigli nelle Indie, nè più si sperava da noi; e volgarmente dicevano che S. Altezza era morta.

In questo tempo un tal Adriano provò un’altra volta a levar rumore, come dianzi; ma nostro Signore non sostenne che portasse ad effetto il suo malvagio proposito. Io mi era deliberato di non torcere un capello a nessuno: a costui però, attesa la sua ingratitudine, non fu possibile (lagrimando) serbare quel proponimento. Non avrei trattato diversamente mio fratello, s’egli avesse voluto uccider me, e rapirmi il dominio, che il mio Re e la Regina m’avean dato in guardia7.

Questo Adriano, come si vede, avea spedito a Xoragua Don Ferdinando a radunare alcuni suoi seguaci; e colà venne a contesa con l’Alcalde; di che nacque discordia di morte; ma non ebbe conseguenza. L’Alcalde il prese con una parte della sua banda, ed avrebbelo fatto giustiziare, s’io non vi poneva riparo: stettero in prigione, sperando l’arrivo di qualche caravella, sopra cui partirsi. Le [p. 103 modifica] nuove dell’Hojeda, ch’io pubblicai, fecero perdere la speranza, che egli venisse più.

Già da sei mesi io era presto a venirmene alle LL. AA. con le buone novelle dell’oro; e per sottrarmi dal governare gente dissoluta, piena di acciacchi e di malizia, che non teme nè Dio, nè il suo Re, nè la Regina.

Avrei terminato di pagar la gente con secento mila; e a quest’oggetto aveva quattro milioni di decime, e più, senza il terzo dell’oro.

Innanzi alla mia partenza supplicai tante volle le Altezze Loro, che spedissero qui persona incaricata dell’amministrazione della giustizia; e poichè trovai sollevato l’Alcalde, rinnovai le suppliche per avere o alcun poco di gente, o almeno un lor familiare con lettere; perchè tale si è la mia fama, che quantunque io facessi Chiese e Spedali, sarebber sempre chiamate spelonche da ladri.

Pur alla fine diedero un provvedimento; e fu contrario a quello che si richiedeva a tal negozio. In buon’ora sia; giacchè così lor piacque.

Io stetti colà due anni, senza poter guadagnare una provvigione di fanega, nè per me, nè per coloro che colà erano, e costui si portò via una cassa piena. Dio sa, se tutto finirà in suo servizio. Già sul bel principio si danno esenzioni per venti anni, che è l’età d’un uomo; e la raccolta dell’oro è tale, che persona vi fu, che ne diede cinque marchi in quattro ore: di che dirò appresso più largamente.

Avendo io ricevuto maggior danno dal misdire delle persone, che vantaggio del lungo servire e conservar l’azienda e il dominio delle Loro Altezze, sarebbe una carità, se piacesse Loro di far esaminare molti popolari di quelli che sanno le mie fatiche: io sarei restituito al [p. 104 modifica]mio onore; e se ne parlerebbe in tutto il mondo; perchè l’impresa è di tal qualità, che ogni giorno ha da crescer di fama e di stima.

Venne frattanto a S. Domingo il commendator Bovadiglia; io mi trovava nella Vega, e il Prefetto in Xoragua, dove quell’Adriano aveva fatto capo: ma già tutto era cheto, ricca la terra, e tutta in pace. Il secondo giorno proclamò sè stesso governatore, e fece uffiziali, ed esecuzioni; e pubblicò franchigie dell’oro, e delle decime, e generalmente di ogni altra cosa per anni venti, che, come dico, è l’età di un uomo; e che veniva per pagare tutti; benchè non avessero servito pienamente fino a quel giorno; e divulgò che dovea mandare in ferri e me e i miei fratelli, come ha fatto; e che non ci sarei colà tornato giammai; nè io, nè altri del mio legnaggio, dicendo di me mille cose disoneste e scortesi. Tutto questo si fece il dì secondo dopo il suo arrivo, come ha detto; trovandomi io lontano ed assente, senza sapere nè di Lui nè del suo arrivo.

Avendo egli portata gran quantità di lettere in bianco, soscritte dalle Loro Altezze, ne scrisse alcuna all’Alcalde e alla sua compagnia con favori e commendazioni: a me non inviò mai lettera, nè messaggio; nè mi ha parlato sino ad ora. Pensi V. S. che penserebbe qualunque avesse il mio carico: onorare e favorire chi si provò a rubare alle Altezze Loro il dominio, ed ha fatto tanto male e danno; e invilire chi lo sostenne con tanti pericoli.

Quando io seppi questo, credetti che sarebbe di lui come dell’Hoieda; o di tal altro. Mi calmai avendo saputo dai Frati, ch’egli era inviato dalle Loro Altezze. Io gli scrissi dandogli il benvenuto; e che io era apparecchiato d’irmene alla Corte, avendo posti tutti i miei averi [p. 105 modifica] all’incanto: che riguardo alle franchigie indugiasse un poco; che e questo e il governo io gli avrei dato bentosto, così piane come la palma della mano. E ne scrissi pure ai Religiosi. Nè quegli nè costoro mi diedero risposta. Anzi egli si mise in piede di guerra, e costringeva quanti capitavano quivi a dargli il giuramento come a governatore: dissermi per anni venti. Appena ch’io seppi di tali franchigie, pensai al riparo di errore sì grande, immaginando ch’ei sarebbe contento, avendo dato, senza necessità nè cagione, cosa così importante ed a gente vagabonda, quando sovrabbonderebbe a chi avesse moglie e figliuoli. Pubblicai in voce e in iscritto, che egli usar non poteva delle provvigioni, essendo più valide le mie; e mostrai le franchigie che portò Giovanni Aguado.

Tutto ciò io feci per temporeggiare; acciocchè le Altezze Loro fossero informate dello stato della terra; e avessero luogo di ordinar nuovamente quanto fosse di lor servigio.

Pubblicar tali esenzioni nelle Indie è cosa vana. Riguardo ai coloni, che hanno già preso delle tenute, egli è un eccesso, perchè loro si danno le terre migliori, che, a dir poco, varranno un dugento mila. Al fine di quattro anni si termina la concessione della tenuta, senza che v’abbian dato un colpo di marra. Io non direi così, se i coloni fossero ammogliati; ma non vi hanno sei fra tutti, che non istien sull’avviso di ragunare quanto è possibile, e irsene poi in buon’ora. Bene sarebbe, che e’ fossero di Castiglia; e sì pure che si sapesse chi e come, e che si popolasse di gente onorata.

Io aveva accordato con questi coloni, che pagherebbero il terzo dell’oro, e le decime, così pregato da essi; e lo ricevettero per grazia grande delle Loro Altezze. Come [p. 106 modifica] seppi, che non eseguivano il patto, li ripresi, e sperava ch’egli meco si unirebbe a fare altrettanto; ma fu al contrario.

Irritolli contro di me, dicendo ch’io cercava di togliere a esso loro quello che le AA. LL. concedevano; e si affaticò di cacciarmegli a’ fìanchi, e lo fece, e che scrivessero alle LL. AA. che non m’inviassero più mai al governo: e così supplicai io stesso per me e tutta la8 casa mia, ove non abbia un popolo diverso; ed egli unito a loro ordinò una perquisizione di furfanteria, che somigliante non si seppe nell’inferno giammai. Ma sopra di noi è Nostro Signore, che scampò Daniele e i tre garzoni con tanta sapienza e forza sua propria, e con tanto apparecchio, se gli piacesse, come con la sua volontà.

Saprei ben io rimediare a tutto questo, e a quanto ho detto, ed è avvenuto dappoichè io sono nelle Indie, se la volontà mi permettesse di procurare il mio proprio bene, e ciò fosse cosa onesta. Ma il sostenere la giustizia, e l’aumentare il dominio delle AA. LL. fino ad ora mi tiene in fondo. Oggidì che si trova tant’oro, avvi discordia di pareri, se meglio convenga andare rubando, o andare alle miniere. Per una donna si trovano cento castigliani, come per una fanciullina9: ed è molto in uso, e sonovi molti mercanti che vanno buscando fanciulle di nove in dieci anni: or sono in pregio di tutte l’età10. [p. 107 modifica]Dico, come dicendo io che il commendatore non poteva dar franchigie, io feci quanto egli bramava; benchè a lui dicessi ciò essere ad oggetto di soprassedere, fino a che le AA. LL. risolvessero intorno al paese, e tornassero ad esaminare ed ordinare ciò che fosse di loro servigio.

Inimicommi tutti costoro, e pare, secondo che si vide, e secondo le sue maniere, ch’ei fosse venuto già bene acceso; o è vero ciò che si dice, che abbia speso molto, per venire a questa impresa: non ne so altro. So bensì di non avere mai sentito che un Inquisitore allegasse i ribelli, e li prendesse per testimoni contro a chi governa; nè soltanto costoro, ma niuno che sia indegno di ottener fede.

Se le AA. LL. comandassero che si facesse qui una perquisizione generale; io vi dico che si vedrebbe una maraviglia, come l’isola non si sprofondi.

Io credo che si ricorderà V. S. quando la burrasca mi spinse a Lisbona senza vele, come fui accusato falsamente, che io era andato colà a trattare col re, per dargli le Indie. Seppero poi le AA. LL. il contrario; e che tutto erasi detto con malizia.

Benchè io sappia poco, non so chi mi tenga per vigliacco a segno, ch’io non conosca, che anche se le Indie fosser mie, non potrei sostenermi senza l’aiuto di un Principe.

Se la cosa è così dove trovar potrei io mai miglior

[p. 108 modifica]appoggio e sicurezza di non esser da quelle al tutto discacciato, che nel Re e nella Regina nostri Signori, che dal nulla mi hanno posto in tanto onore, e in terra e in mare sono i più alti principi del mondo? I quali si tengono da me serviti, e mi conservano i miei privilegi e grazie; e se taluno me li diminuisce, le AA. LL. me gli aumentano con avvantaggio (come si vide nel fatto di Giovanni Aguado), e comandano che siami fatto molto onore; e, come ho già detto a V. S., riconoscono di aver da me ricevuto servigio; e tengono per familiari i miei figli: cose tutte che non potrei incontrare presso altro Principe; perchè ove non è amore, tutto il resto è nulla.

Quanto or ora ho detto, egli è per ribattere la maldicenza maliziosa, e contro alla mia volontà; perchè, il commendator Bovadiglia procura con tale maldicenza di gettare con malizia un’ombra sopra le sue maniere e i suoi fatti: ma io gli farò vedere col braccio sinistro, che la sua ignoranza e gran vigliaccheria, e la sformata cupidigia, lo han fatto in ciò cadere.

Già ho detto, ch’io scrissi a lui ed a’ frati; e tosto partii, come aveagli scritto, da me solo, perchè la gente si trovava col Prefetto; ed anche per trarlo di sospetto. Com’egli il seppe, preso Don Diego, il fe’ porre in una caravella carico di ferri; e a me, arrivato che fui, fece altrettanto; e poi al Prefetto, quando venne. Non gli ho parlato più; nè egli ha consentito insino ad ora che altri mi parli. E giuro che non posso sapere il perchè io sia imprigionato.

La sua prima diligenza fu di pigliarsi l’oro, che trovò, senza misura nè peso; e trovandomi io assente, disse che volea pagarne la gente; e secondo che ho udito, fece per sè la prima parte, e manda nuovi riscattatori pei riscatti. Di quell’oro io aveva serbati a parte alcuni saggi; grani [p. 109 modifica] grossi come uova d’oca, di gallina, di pollastra, e di altre molte forme, raccolti da alcune persone in breve spazio, perchè le AA. LL. si rallegrassero, e da ciò conoscesser l’impresa; con una quantità di pietre grosse piene d’oro. Queste cose furono le prime ad esser donate con malizia, acciocchè le Altezze Loro non tengan da molto questo negozio, fino a che egli abbia fatto il nido; nel che si dà molta premura.

L’oro che sta per fondersi, scema al fuoco. Certe catene che peserebbero fino a venti marchi, non si sono più vedute. Nel particolare dell’oro mi si è fatto maggior aggravio che in quello delle perle; perchè non lo ho portato io alle Loro Altezze.

Il commendatore pose tosto in opera quanto parvegli che sarebbe in mio danno. Ho già detto che con secentomila avrei pagato tutti, senza rubare a nessuno, e che aveva più di quattro milioni di decine senza il bargellato, senza mettere mano all’oro. Egli fece larghezze tali che muovon le risa; quantunque cominciò, io credo, la prima parte da sè. Il sapranno le LL. AA. se manderanno qua a domandargli i conti; e specialmente s’io vi fossi presente. Egli altro non fa se non che dire esservi un debito di somma assai grande; ma non è sì grande; è quella che io ho detto. Io sono stato moltissimo aggravato in questo, che siasi mandato un inquisitore sopra di me, il quale sapeva, che ove la relazione fosse di cose molto gravi, a lui sarebbe conferito il governo11.

Fosse piaciuto a Nostro Signore che le AA. LL. avessero [p. 110 modifica] inviato lui, o altra persona due anni fa; perchè io già sarei fuori di scandalo e d’infamia; nè mi si torrebhe il mio onore, nè il perderei. Iddio è giusto, e ha da fare che si sappia il perchè e il come. Costì mi giudicano, com’io fossi un governatore di Sicilia, o di città o terra posta sotto civil reggimento; ed ove le leggi si potessero osservare interamente, senza timore di perdere il tutto. Io ricevo un grande aggravio.

Io debbo esser giudicato come un capitano, che dalla Spagna andò alle Indie a conquistare gente bellicosa, numerosa, di costumi e di credenza a noi molto contraria, che vivono per balze e monti, senza popolazione ordinata, nè noi altri12; dove già per divino volere ho posto sotto il dominio del Re e della Regina nostri Signori un altro mondo; per cui la Spagna ch’era detta povera, è la più ricca.

Io debbo esser giudicato come un capitano che da tanto tempo insino ad oggi porta le armi allato senza lasciarle un’ora; e comanda a cavalieri di conquista e di uso, non di lettere, salvo se fosser Greci o Romani, o altri moderni, de’ quali hannovi tanti e sì nobili nella Spagna. Perchè in altra forma ricevo grande aggravio, stantechè nelle Indie non sono nè comuni, nè statuti.

Aperta è già la porta dell’oro e delle perle, e quantità di tutto ciò, di pietre preziose, di spezierie e di altre cose mille si può sperare fermamente; e mai di peggio non mi avvenga, come ciò darei col nome di Nostro Signore nel primo viaggio; come anco darei il commercio dell’Arabia felice fino alla Mecca, come io scrissi alle [p. 111 modifica]Altezze Loro coll’occasione di Antonio de Torres nella risposta della partizione della terra e del mare co’ Portoghesi; e poscia verrei a quello di Coloarti13, come pure Lor dissi, e diedi in iscritto nel Monastero della Meiorada.

Le nuove dell’oro, le quali io dissi che date avrei, sono che il giorno della Natività, standomi afflitto di molto, combattuto da’ mali Cristiani, e dagl’Indiani, in termine di abbandonar tutto per campare, se avessi potuto, la vita, Nostro Signore mi consolò miracolosamente, e disse: Fa cuore, non t’abbattere, nè temere io provvedere a tutto. I sette anni del termine dell’oro non sono passati; e in ciò e nel resto darotti rimedio.

In tal giorno seppi che v’erano ottanta leghe di terra; e miniere ad ogni capo: ora si crede che ne formino una sola. Taluni raccolgono cxx. castigliani in un giorno; altri cx. e ne fu trovato sino a ccl. Tali altri da l. fino a lxx. molti da xx. fino a cinquanta; lo che si tiene per buona giornata; e molti ci continuano. Il comune è di sei a dodici, e chi ne raccoglie meno, non è contento. Onde pare che queste miniere sien come le altre, che non danno in ciaschedun giorno un prodotto eguale. Le miniere e i raccoglitori son nuovi. È opinione di tutti, che se vi andasse pure tutta Castiglia, per quanto la persona fosse neghettosa, non ribasserebbe di un castigliano, o due, al giorno. Ed ora così avviene in questi primi giorni. Egli è il vero che tengono alcuni Indiani; ma il negozio è tutto de’ Cristiani. Veda qual fu la discrezione del [p. 112 modifica]Bovadiglia, dar tutto per nulla; e quattro milioni di decime senza motivo, senza esserne richiesto, senza prima notificarlo alle AA. LL. Nè il danno è questo soltanto. Io so che i miei errori non furono ad oggetto di far male; e credo che così credano le Altezze Loro, com’io dico; e so e vedo che usano misericordia con chi maliziosamente le disserve; onde credo e tengo per certissimo che migliore e maggiore pietà avranno con me, che caddi in essi con ignoranza e trattovi a forza, come poi sapranno pienamente; e riguarderanno a’ miei servigi, e conosceranno ogni giorno che sono di molto vantaggio: tutto porranno in una bilancia, come ci racconta la S. Scrittura che si farà del bene e del male nel giorno del Giudizio.

Se tuttavia comandano che altri mi giudichi, il che non ispero, e ciò sia per inquisirmi riguardo alle Indie, umilissimamente le supplico, che mandino qui a mie spese due persone di coscienza ed onorate; le quali troverannole, spero, assai agevolmente, adesso che si trova dell’oro a cinque marchi in quattro ore. Con questo, e senza questo, è necessario che ci preveggano.

Il commendatore al suo arrivo a S. Domingo albergò in casa mia; e quando ci trovò, tolse tutto per suo14: sia in buon’ora; chè forse ne avea mestieri. Non mai corsaro cosi adoperò contra mercanti. Duolmi assai più delle mie scritture, che sì me le abbian prese: già quelle che mi doveano più giovare a scolparmi, queste teneva più [p. 113 modifica] occulte. Vedete che giusto ed onesto perquisitore! Quante cose egli ha fatte, mi dicono che sono state dentro i termini della giustizia; salvo assolutamente15..... Iddio Nostro Signore è presente con la sua forza e sapienza, secondo il suo costume; e punisce tutto, specialmente la ingratitudine e le ingiurie.

Note

  1. Queste parole sono riportate nella Storia di D. Ferdinando, cap. 84, e tal visione si dice accaduta nel giorno di Natale del 1499.
  2. Le parole del Codice tra che ed ora non presentano alcun senso intelligibile.
  3. Cioè la morte del principe D. Giovanni, erede delle corone di Castiglia e di Aragona, morto in età di 19 anni nel 1497.
  4. Nella versione de’ sigg. Accad. di Genova: Lo Spirito Santo mandò qui S. Pietro.
  5. Due non dodici leggono gli Accademici; aggiungendo in nota (12), che si tratta «di tre navigli indirizzati dall’Ammiraglio alla Spagnola.»
  6. «Giunse all’Isola un Alfonso di Ogieda..... procacciava di suscitare un altro nuovo tumulto: pubblicando per cosa certa, che la Regina Donna Isabella stava per morire ecc. Ferdin. cap. 84.
  7. Questo ultimo periodo manca nella traduzione de’ sigg. Accademici.
  8. Nel Codice veramente si legge Cosa, non Casa; ma il sentimento vuol Casa, come debbono aver letto anche gli Accademici, che tradussero famiglia.
  9. Nel Codice, labrança.
  10. Le parole ha de tener un bueno, non si possono spiegare, per colpa dell’amanuense, come si vuol credere. Nella traduz. degli Accademici mancano affatto, essendovi indicata la lacuna con vari puntini. Si potrebbe dire, che Colombo usò avvertitamente di una locuzione oscura per non offendere la delicatezza della matrona, cui scriveva; a motivo che la voce bueno riceve un significato metaforico, che si può vedere sui dizionari.
  11. «Il già detto Giudice (Bovadiglia) bramoso di rimaner nel governo, senz’altra dimora, nè giuridica informazione, al principio di ottobre dell’anno 1500 lo mandò prigione ecc.» Ferdin. cap. 86.
  12. Queste parole ni nosotros guastano il senso, ma si leggono chiaramente nel Manoscritto: mancano nella traduzione degli Accademici.
  13. Così il Manoscritto. Nella copia di cui si servirono i sigg. Accad. si legge Calicut; e pare la vera lezione. Nei viaggi del Roncinotto, che andò a Calicut sopra una nave di Andrea Colombo, nipote di Cristoforo (ann. 1532), è scritto Colocut. (V. Bibliot. ital. agosto, 1819.)
  14. «E l’inquisitore che per tale effetto i Re mandarono, fu un Francesco di Bovadiglia, povero commendatore dell’ordine di Calatrava... La prima cosa ch’ei fece, fu alloggiar nel palazzo dello ammiraglio, e servirsi e impadronirsi di tutto quello che vi era, come se per giusta successione ed eredità gli fosse toccato.» D. Ferdin. cap. 85.
  15. Così ha il Manoscritto.