Lettere autografe edite ed inedite di Cristoforo Colombo/Lettera di Cristoforo Colombo a Rafaele Saxis/Traduzione letterale

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Lettere autografe edite ed inedite di Cristoforo Colombo/Altre lettere autografe di Cristoforo Colombo/Alla nutrice del principe don Giovanni IncludiIntestazione 1 febbraio 2014 100% Letteratura

Lettera di Cristoforo Colombo a Rafaele Saxis - Testo spagnuolo Altre lettere autografe di Cristoforo Colombo - Alla nutrice del principe don Giovanni

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TRADUZIONE LETTERALE


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Signore, perchè so che avrete piacere della grande vittoria che nostro Signore mi ha dato nel mio viaggio, vi scrivo questa, per la quale saprete come in trentatrè giorni passai alle Indie con l’armata che gli illustrissimi Re e Regina, nostri signori, mi diedero, ove trovai moltissime isole, popolate da uomini innumerevoli; delle quali tutte pigliai possesso per le loro altezze, con araldo e bandiera reale spiegata; e non mi fu contraddetto. Alla prima che trovai posi nome San Salvador, in commemorazione della sua alta maestà, che meravigliosamente ci guidò in tutto questo viaggio. Gli Indiani l’appellano Guanaham. Alla seconda posi nome l’isola di Santa Maria della Concezione, alla terza Ferrandina, alla quarta la Isabella, alla quinta l’isola Giovanna; e cosi a ciascuna un nome nuovo. Quando io giunsi alla Giovanna, seguitai la sua costa al ponente, e la trovai tanto vasta, che [p. 87 modifica]pensai fosse terra ferma, la provincia del Catai1. E siccome non trovai nessuna città o villaggio lungo la riva del mare, tranne piccole tribù colla gente delle quali non poteva parlare perchè subito fuggivano tutte, andava io innanzi pel detto cammino, pensando di dover incontrare grandi città e borghi. Ed a capo di molte leghe, visto che non vi era innovazione, e che la costa mi portava al settentrione, cosa a cui la mia volontà era contraria, perchè l’inverno era già avanzato ed io aveva il proposito di virare verso austro, ed eziandio il vento mi mandava innanzi, determinai di non aspettare altro tempo; e voltai altrove fino ad un notevole porto, dal quale inviai due uomini entro terra, per sapere se vi erano re e grandi città. Andarono tre giornate e trovarono infinite piccole tribù e gente innumera, ma non indizio di governo, e perciò ritornarono. Io sentiva ancora da altri Indiani, che io avea presi, come continuamente quella terra fosse un’isola, e, così seguitai la sua costa dalla parte di oriente 107 leghe sin dove finiva. All’oriente del qual capo vidi altra isola, distante da questa 18 leghe, al quale luogo posi subito nome la Spagnuola, e mi recai colà, e seguitai la parte del settentrione, come avea fatto riguardo alla Giovanna all’oriente per 178 lunghe leghe, per la linea retta dell’oriente, cosi come avea fatto della Giovanna, la quale, come tutte le altre, sono fertilissime in massimo grado, e questa in particolar modo. In questa vi sono molti [p. 88 modifica]porti, lungo la costa del mare, senza confronto con quegli che io incontrai tra i cristiani, e poderosi fiumi grandi e buoni che è meraviglia. Le sue terre sono alte e vi sono molte sierre e montagne altissime senza confronto dell’isola del centro; tutte sono bellissime e variatissime, e tutte accessibili, e piene di alberi di diversissime forme e alti che pare tocchino il cielo, e credo che non perdino mai la foglia, secondo ho potuto giudicare veggendoli tanto verdi e tanto belli come sono in maggio nella Spagna, essendo alcuni in fiore, altri con frutto ed altri in diverso termine, secondo la sua qualità. E cantavano il rosignuolo ed altri augelli di mille specie, nel mese di novembre, e per tutto ov’io andava. E vi hanno palme di sei od otto specie, stupende a vedersi per la loro variatissima bellezza; e vi sono campagne estesissime, ed havvi miele, e molte sorta di uccelli e frutta e legumi molto diversi. Nella terra vi sono molte miniere di metalli ed havvi gente d’inestimabile numero. Nella Spagnuola sono meravigliose le sierre e le montagne e le pianure e le campagne e le terre tanto belle e pingui per piantare e seminare, per allevare bestiame di ogni razza, per edifici di ville e paesi. I porti del mare sono tali a cui non si presterebbe credenza senza vederli, e dei molti fiumi e delle grandi e buone acque, la più parte traggono oro. Negli alberi e frutti ed erbe vi hanno grandi differenze da quelle della Giovanna. In questa vi sono molte spezierie e grandi miniere d’oro ed altri metalli. Gli uomini di quest’isola, e di tutte le altre che ho trovate e prese, e di cui ho avuto notizia, vanno tutti nudi, uomini e donne, così come le loro madri li danno in luce; tranne che alcune donne si coprono una sola parte con una sola foglia d’erba od un pezzo di cotone che da sè fanno. [p. 89 modifica]Essi non hanno ferro, nè acciaio, nè armi, e non sono adatti a ciò, non perchè non abbiano ben disposta e bella statura, ma perchè sono timidissimi oltre ogni credere. Non hanno altre armi, salvo le armi delle canne, quando sono in semente, al cui capo pongono un bastoncino aguzzo; e non osano servirsene, chè molte volte mi è accaduto inviare a terra due o tre uomini a qualche villaggio per aver lingua, e uscire verso essi innumerevoli abitanti, e dopochè li vedevano accostarsi, fuggire così da non guardare il padre al figlio; e questo non perchè a qualcuno si avesse fatto male; anzi in ogni sito ove io sono stato, ed ho potuto avvicinarli, ho loro dato di tutto quello che possedeva, così panno, come molte altre cose, senza ricevere in cambio cosa alcuna; ma sono timidi senza rimedio. Vero è che dopo che si rassicurano e perdono questa paura, essi sono tanto ingenui e tanto liberali di ciò che posseggono che non lo crederebbe chi non lo vedesse. Chiedendo loro cosa che abbiano, giammai dicono di no, anzi incitano la persona a domandarla, e mostrano tanto amore che darebbero i cuori, e chiedendo loro vuoi cosa di valore vuoi di poco prezzo, subito, per qualsiasi bagattella che loro si dia in cambio, sono contenti. Io proibii che si dessero loro cose sì vili, come frammenti di stoviglie e pezzi di vetro rotto e capocchie di spille: quantunque, quando essi potevano ottenerle, paresse loro di avere la miglior gioia del mondo; che son certo un marinaio, per una spilla, aver avuto oro del peso di due castellani e mezzo; e altri per altre cose che valevano molto meno, e specialmente per bianchi nuovi2, davano tutto quanto possedevano, [p. 90 modifica] fossero anche due o tre castellani d’oro ed una o due misure di cotone filato; persino prendevano i pezzi degli archi rotti delle botti e davano quel che avevano come bestie; in guisa che mi pareva male. Io lo vietai e davo loro mille cose graziose e buone, che io portava perchè acquistassero amore; e procedendo così si faran cristiani, inchinevoli all’amore e servigio delle loro altezze e di tutta la nazione castigliana, e disposti ad aiutarci dandoci di quelle cose che posseggono abbondevolemente e che a noi sono necessarie. Essi non conoscono nessuna setta nè idolatria, tranne che tutti credono che le forze e il bene risiedono in Cielo. E credono molto fermamente che io con queste navi e gente sia disceso dal cielo; e con tal convinzione mi ricevevano in ogni luogo dopo aver perduto il timore. E ciò non procede perchè sieno ignoranti, anzi sono di sottilissimo ingegno, sicchè navigano tutti que’ mari e sorprende l’esatta ragione che danno di tutto; tranne che non videro mai gente vestita nè simili navigli. E subito che giunsi alle Indie, nella prima isola che trovai, presi per forza alcuni di essi, perchè apprendessero e mi dessero notizia di quello che vi era in quelle parti; e così avvenne che subito intesero, e noi essi, o per voce o per segni. E questi hanno giovato molto, ed anche oggidì che li conduco meco, durando sempre essi nella credenza che vengo dal cielo, per quanto abbiano trattato con me; e questi erano i primi a proclamarlo ovunque io giungeva. E gli altri andavano correndo di casa in casa, e nei villaggi circonvicini gridando: venite, venite a vedere la gente del cielo. Così tutti, uomini e donne, dopo essersi rassicurato il cuore sul conto nostro, venivano, grandi e piccoli, e tutti portavano qualche cosa da mangiare e da bere che davano con incredibile amore. Essi hanno [p. 91 modifica] in tutte le isole moltissimi canotti simili a fuste da remo, di maggiori e minori dimensioni; e non poche sono più ampie di una fusta di diciotto banchi. Non sono tante larghe, perchè sono formate da un solo tronco, ma una fusta non competerebbe con esse al remo, perchè vanno con una incredibile rapidità; e con quelle navigano per tutte quelle isole che sono innumerevoli, trasportandovi sopra le mercanzie. Ho vedute alcune di queste piroghe, che contenevano settanta ed ottanta uomini e ciascuno col proprio remo. In tutti queste isole non riscontrai molta differenza nell’aspetto della gente, nè nei costumi, nè nel linguaggio, anzi tutti si comprendono che è cosa singolarissima, per cui spero si determineranno le loro altezze a procacciare la conversione di quella gente alla nostra santa fede, alla quale sono molto inclinati. Già dissi com’io era andato 107 leghe radendo la costa del mare in linea retta da occidente ad oriente, lungo l’isola Giovanna, secondo il quale cammino posso dire che questa isola è maggiore d’Inghilterra e Scozia unite, perchè oltre queste centosette leghe mi resta dalla parte di ponente due provincie alle quali io non pervenni. L’una di queste chiaman Avan3, ove nasce la gente con coda, le quali provincie non possono occupare in lunghezza meno di 50 o 60 leghe, secondo potei rilevare da questi Indiani che ho meco, i quali conoscono tutte le isole. L’altra isola Spagnuola, misura in circuito più di tutta la Spagna dalle Colonne4 lungo la costa del mare sino [p. 92 modifica]a Fonterabia, in Biscaglia. Dunque in quadrato misura cento ottant’otto grandi leghe per retta linea da occidente ad oriente. Essa è troppo appetibile perchè, una volta veduta, la si possa abbandonare. Conciossiachè in questa isola, della quale ho preso possesso in nome delle loro altezze, vi è grande abbondanza di tutto quello che io saprei dire; per cui le loro altezze, per le quali la tengo, ne potranno disporre in tutto come del regno di Castiglia. In questa Spagnuola, nel luogo più conveniente, e il miglior circondario per le miniere d’oro e per tutto il commercio cosi della terra ferma di qui come di quella del Gran Can5, dove si farà molto traffico e molto guadagno; ho preso possesso di un grande villaggio cui posi nome la Natività, ed ivi mi assicurai ed eressi un fortilizio che a quest’ora dev’essere del tutto terminato, e vi lasciai uomini sufficienti al bisogno, con armi e artiglierie e vittovaglie per oltre un anno, ed una fusta, ed un maestro di mare, esperto in tutte le arti, per farne altre, affidandomi alla grande amicizia col re di quella terra al punto che si pregiava di chiamarmi e tenermi per fratello. E quand’anche mutassero intenzioni e volessero offendere questa gente, nol potrebbero, perchè non sanno che siano armi, e vanno nudi, e come ho già detto, sono i più paurosi che vi sieno al mondo; cosicchè soltanto la gente che è colà rimasta è bastevole per distruggere tutta quella terra; ed è isola senza pericolo per le loro persone, sapendo reggersi. In tutte queste isole mi pare che tutti gli uomini sieno contenti di una sola moglie, e soltanto il loro capo può averne [p. 93 modifica]fin venti. Le donne mi pare che lavorino più degli uomini, nè ho potuto rilevare se posseggono beni proprii, che anzi mi parve notare che di quanto uno possedeva faceva parte a tutti, e specialmente delle cose commestibili. In queste isole fin qui non ho trovato uomini mostruosi, come molti pensavano6, ma anzi è tutta gente di molto pulito aspetto, nè sono negri come in Guinea, anzi co’ capegli distesi, cosa incredibile sotto l’eccessiva sferza dei raggi solari. In vero il sole ha qui gran forza, posciachè si è lontani dalla linea equinoziale xxvi gradi. In queste isole, ove vi sono montagne, il freddo è vivissimo nell’inverno, ma essi lo tollerano per l’abitudine e per l’aiuto de’ cibi che mangiano con molte droghe sommamente calide. Pertanto di mostri non ebbi notizia tranne di un’isola che da qui è la seconda all’entrata delle Indie, la quale è popolata da uomini, tenuti in tutte le isole come molto feroci, che si cibano di carne umana. Essi posseggono molte piroghe con cui corseggiano tutte le isole dell’India, rubano e [p. 94 modifica]predano quanto possono. Essi non sono più deformi degli altri; tranne clie hanno costume di tenere i capelli lunghi come le donne; ed usano archi e freccie delle medesime armi di canna, con in cima una punta di legno in mancanza di ferro che non posseggono; sono feroci in confronto degli altri popoli che sono in sommo grado codardi, ma io non li temo più degli altri. Questi sono coloro che contraggono matrimonio con le donne della prima isola partendo di Spagna verso le Indie, nelle quali non havvi uomo alcuno. Esse non attendono a lavori femminili, ma usano archi e freccie di canna come sopra si è detto, e s’armano e coprono con lamine di rame, di cui ne posseggono molto. Un’altra isola m’accertano maggiore della Spagnuola, i cui abitanti non hanno capelli. In quest’isola havvi incalcolabile quantità d’oro, e di essa e delle altro traggo meco Indiani per testimonio; e finalmente per dire soltanto di quello che si è fatto in questo viaggio, che fu sì rapido, ponno persuadersi le loro altezze che io darò ad esse oro quanto vogliono, mediante quel minimo aiuto che le loro altezze mi presteranno. Presentemente droghe e cotone quanto le loro altezze comanderanno di caricare, e mastice quanto invieranno a caricare e di tal qualità che non si trova se non in Grecia, nell’isola di Chio; e il governo la vende come vuole. E legno d’aloe quanto manderanno a prendere, e schiavi quanti ne vorranno, e saranno idolatri. E credo aver trovato rabarbaro e cannella, e moltissime altre spezierie che troveranno indubbiamente quegli che io ho lasciato cola, giacchè io non mi sono arrestato in alcun luogo se non quanto mi sforzavano a trattenermi i venti, eccetto che nella città della Natività, quanto ci volle per fortificarmi e ben ordinare le cose. E per dir il vero si sarebbe fatto molto di più se le navi mi [p. 95 modifica]avessero servito come ragione voleva. Questo è ciò che potè operare l’eterno Iddio, nostro Signore, il quale dà a quanti camminano per la sua via, vittoria nelle cose che paiono impossibili. E questa segnatamente fu di quelle. Perchè, sebbene intorno a queste terre si sia già detto scritto da altri, tutto fu per congettura senza che alcuno le abbia viste e conosciute positivamente, tantochè i veggenti ricevevano queste novelle e le giudicavano più per favole che per altro, lontanissimi dal vedere i risultati vittoriosi che dopo diede a noi il nostro Redentore.

Ai nostri illustrissimi Re e Regina ed a’ loro regni famosi spetta sì gran cosa, di cui tutta la cristianità deve menar allegria e far grandi feste e rendere infinite grazie alla Santa Trinità, con molte orazioni solenni per il sommo beneficio che avranno tanti popoli venendo nel grembo della nostra santa fede. E poscia per i beni temporali che non solo alla Spagna, ma a tutti i cristiani torneranno di refrigerio ed utilità. Queste cose come fatte si sono in breve, così si sono anche in breve esposte. Nella caravella, sopra l’isola di Canaria, al quindici di febbraio mille quattrocento e novantatrè.

Scritta da chi la manda.

L’Almirante.


Biglietto occluso nella lettera.

Dopo aver scritto quanto sopra, e trovandomi nel mare di Castiglia, fui sopraffatto da tanto vento sud-est7, che mi forzò ad alleggerire le navi per ridurmi in questo porto di Lisbona, ove destai la maggior meraviglia [p. 96 modifica]del mondo e da dove mi è dato scrivere alle loro Altezze. In tutte le Indie ho sempre trovato i temporali come in maggio: alle quali giunsi in trentatrè giorni, e tornai in ventotto; ma queste procelle mi hanno trattenuto in questo mare quattordici giorni. Dicono qui tutti gli uomini di mare che giammai non videro peggiore inverno, nè tanti naufragj. Data ai quattordici di marzo.

Questa carta inviò Colombo allo scrivano Deracion intorno le isole scoperte nelle Indie. Contenuta in altra der le loro Altezze.





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Note

  1. Quel Catai, di cui raccontò meraviglie Marco Polo e che Colombo credeva di aver trovato, perchè, come tutti sanno, egli viveva nella convinzione di navigar all’Oriente, cioè verso l’Asia, per l’Occidente. Della quale sua convinzione tien altresì fede l’aspettazione ch’egli nutriva d’incontrare ampli regni e grandi città, e raffermare che fa, più innanzi (pag. 92), die l’Ispaniola si trova in tal posizione da poter mercatare colla terra del Gran Can.
  2. Il bianco era una monetuzza d’argento, o di rame unito all’argento. Diceansi altresì soldi bianchi, e con questo nome sono menzionati in antiche cronache francesi ed inglesi.
  3. Per errore la traduzione latina dice Anan.
  4. La traduzione latina dice Colonia; ma a noi parve di tradurre le Colonne, perchè trovandosi Fonterabia in una delle estremità settentrionali della Spagna, il paragone reggeva soltanto citando un’estremità meridionale corrispondente; la quale si trova appunto essere Gibilterra, ove gli antichi posero le Colonne d’Ercole. Nè d’altronde si può alla città di Colonia, posta nel cuore dell’Europa, muovere per mare sino a Fonterabia.
  5. Vedi la nota a pag. 87.
  6. Era naturale che uomini non istrutti, ed amanti del maraviglioso, approdando a lidi così rimoti, s’immaginassero di trovare de’ mostri. Tanti ne avevano citati gli antichi viaggiatori fino dai tempi di Ctesia, letto e compendiato da Fozio, e di Plinio, che non riuscirebbe strana in alcun modo questa aspettativa nei compagni di Colombo. Ma leggendo attentamente il testo della lettera, può accorgersi chicchessia che Colombo non parla d’uomini mostruosi, conformati diversamente dal rimanente della specie, ma bensì d’uomini barbari, snaturati per ferocità e crudeltà, in una parola di mostri morali; giacchè poco dopo dice di non aver trovato mostri se non nell’isola degli antropofagi, ossia de’ Caribi, o Caraibi, dei quali dice pure che quanto alla loro conformazione differenti non erano dagli altri uomini, ma lo erano solo pei loro costumi feroci ed inumani. Chi non legge con questa avvertenza può essere tratto facilmente in inganno.
  7. Così ci sembra di poter interpretare lo parole del testo sul y fueste.