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Li frati (1845)

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Giuseppe Gioachino Belli

1845 Indice:Sonetti romaneschi V.djvu sonetti letteratura Li frati Intestazione 28 dicembre 2024 100% Da definire

Come va, Geremia? - Sempre l’istesso La compassion de le disgrazzie
Questo testo fa parte della raccolta Sonetti romaneschi/Sonetti del 1845

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LI FRATI.

     Questo io vorìa sapé da st’arrabbiati,
Ch’ar monno fraterie nun ce ne vònno:
Come farebbe sto povero monno,
Si vvenissi a rrestà senza li frati.

     Chi sse snèrba[1] pe’ nnoi? chi pperde er zonno
Pe’ ottenécce er perdon de li peccati?
Chi lo porta er Bambino all’ammalati?[2]
Chi le smartissce le sarache[3] e er tonno?

     So’ cquesti eh, ggiacubbinacci cani,
Li portroni e le mmaschere? So’ cquesti
L’impostori, l’arpie, li maggnapani?

     Tutte bbusciarderie,[4] tutti protesti.[5]
Li frati so’ bbonissimi cristiani,
Tutti servi de Ddio lésciti e onesti.[6]

29 maggio 1845.

Note

  1. [Si dà le nerbate, la disciplina.]
  2. Il miracoloso Bambino degli zoccolanti di Ara-Caeli. [Che si porta in carrozza, come ultima medicina agli ammalati.]
  3. [Salacche.]
  4. [Bugiarderia.]
  5. Pretesti.
  6. [Lecito e onesto: locuzione comunissima, che s’applica tanto a cose, quanto a persone. Qui, applicata a tutti i frati senza eccezione, dovette far ridere assai chi sentì il sonetto quando fu scritto; giacchè era freschissima la memoria dell’orribile fatto di Venafro. V. il sonetto: Er fattarello ecc., 31 magg. 37.]