Lirici marinisti/IV/Biagio Cusano

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Biagio Cusano

Liriche di Biagio Cusano ../Giambattista Basile ../Giovanni Palma IncludiIntestazione 10 giugno 2017 75% Da definire

IV - Giambattista Basile IV - Giovanni Palma
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BIAGIO CUSANO


I

LE TRE BELLE

     O belle Parche al mio stame vitale,
o separato Gerïon d’amore,
o tridente gentil che nel mio core
puoi con tre punte aprir piaga immortale!
     Ecco, nuove sirene Amor fatale
ne dá, che non i corpi in salso umore,
ma sommergono l’alme in dolce ardore,
né canto sol, ma sguardo hanno mortale.
     Ecco quelle tre dee, che scorse in Ida
del piú bel re troian la bella prole,
piú de la greca fede al greco infida.
     Ecco giá da la terza eterea mole
discese le tre Grazie, ove s’annida
mirabilmente triplicato il sole.

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II

MUSICA NOTTURNA

     Tu, che fra le caligini profonde
spiri armonia, de la tranquilla notte
le dolci pose dolcemente rotte
che del fiume leteo stillano l’onde,
     ben sembri chi di Lete in su le sponde
fra l’ombre giá de le tartaree grotte,
per trame le bellezze ivi condotte,
sciolse dal mesto cor note gioconde.
     Quindi ben io l’orride pene intanto
di questo scorgo invisitato inferno
a sí placido suon temprarsi alquanto.
     Ecco, arresta la luna il moto eterno;
stupisce forse, poich’un simil canto
fra gli orrori ascoltò del nero Averno.

III

SEDENDO GIUDICE IN TRIBUNALE

     Io, che giudice altrui qui siedo in trono,
son fatto reo di deitá terrena;
io, ch’a le colpe altrui parto la pena,
a chi pena mi dá, lasso, perdono.
     Quell’io, ne la cui man che punge e frena,
e l’altrui vite e l’altrui morti sono,
a l’empia feritá di tigre armena
de l’egra vita mia l’imperio dono.
     Altri al mio spesso riverito sguardo
timido agghiaccia; ed io, se miro mai
un bel volto avvampar, l’adoro e n’ardo.
     Giudice, invero, avventurato assai,
se, qual giudice Ideo, giamai riguardo
di mia Venere ignuda i bianchi rai!

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IV

PER I SETTE MONTI nella mano della sua donna

     Roma sembri animata a piú d’un core
co’ sette bianchi tuoi monti spiranti,
mano, in cui forma il Campidoglio Amore,
trïonfator de’ prigionieri amanti.
     Anzi, pur hai di ciel vivi sembianti:
ecco la bella in te via di candore,
ed ecco per mirabile stupore
vi miro i corsi de’ pianeti erranti.
     Qui, mentre del pensier dibatto l’ali,
a preveder da sí bel ciel la sorte
degli amorosi miei corsi vitali,
     ah mio destino doloroso e forte!
con infausti caratteri fatali
scritto in ambe le palme io leggo: Morte.

V

ROMA - AMOR

     Nel Tebro andrai, fra tante moli e tante,
de l’arte a contemplar gli alti stupori;
meraviglie però molto maggiori
scoprirá di natura il tuo sembiante.
     Giá non entrò con sí superbi onori
nel Campidoglio mai gran trïonfante,
qual tu, che porti a’ tuoi begli occhi avante
novo trofeo d’incatenati cori.
     A Marte crescerá l’antica arsura,
or ch’altra Citerea fa piú sereno
il ciel de le sue belle invitte mura.
     E Roma, dolcemente arsa al baleno
di tua beltá cosí leggiadra e pura,
quel che porta nel nome avrá nel seno.

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VI

ALL’AMANTE, CHE SI È RASO

Scritto ad istanza di una cortigiana

     Quella selva di peli orrida e scura,
dove occulto leon par che si renda
Amor, tronca giá cade, oh mia ventura!
e ringiurie del tempo il ferro ammenda.
     Ferro, per me felice oltre misura,
di lanoso Silen squarcia la benda,
onde nova beltá celeste e pura,
qual Sol rotte le nubi, avvien che splenda.
     Cosí lasci a ragion barba infelice
Febo novel, ché per fatal tenore
al bel Febo nutrir barba non lice.
     Ti radi il volto ed a me rodi il core;
tu di bellezza, io son d’amor fenice;
tu rinovi la luce ed io l’ardore.