Lirici marinisti/IV/Giambattista Basile

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Giambattista Basile

Liriche di Giambattista Basile ../ ../Biagio Cusano IncludiIntestazione 10 giugno 2017 75% Da definire

IV IV - Biagio Cusano
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GIAMBATTISTA BASILE


I

SANTA CRISTINA

     Di Cristo in croce essangue
amante sviscerata,
nel suo duol, nel suo sangue
Cristina trasformata,
sente dentro al suo cor mesto e doglioso
amorosa pietade, amor pietoso.
     Brama con lui patire
e sferze e spine e croci;
seco desia morire
fra’ suoi tormenti atroci;
e, gravida d’amor, nel cor istesso
ciò che brama e desia le resta impresso.
     Talché ne l’alma sente
i medesmi flagelli,
la corona pungente,
i chiodi acuti e felli
e, nel suo duol cangiata acerbo e forte,
prova seco ad ogni or viva la morte.

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     Né sazia l’alma immersa
d’esser ne’ suoi martiri,
in lui tutta conversa,
vuol ch’anco il corpo aspiri
a trasformarsi ne l’amato Cristo
e a far d’eterna gloria eterno acquisto.
     Col chiodo aspro e mortale
trafigge il piè beato;
ma in amoroso strale
il ferro trasformato,
con soave d’amor dolce ferita
a la carne dá morte, a l’alma vita.
     Gusta l’assenzio e ’l fele,
ma quel licor l’è dolce
vie piú che d’Ibla il mele,
si ’l cor le nutre e molce:
stupendi effetti del divin amore,
ch’amareggia le labbra e sana il core.
     Fu d’alto amor altrice
al suo celeste amante
e vera imitatrice
de le sue piaghe sante,
e ben mostrò mirabilmente come
di Cristo corrispose a l’opre, al nome.
     Or degnamente in cielo
gode, fra spirti eletti,
del suo amoroso zelo
piú soavi diletti,
e dolcemente di mirar s’appaga
di Cristo in lei le piaghe, in lui sua piaga.

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II

PER L’INCENDIO DEL VESUVIO DEL 1632

     Mentre d’ampia voragine tonante
fervido vedi uscir parto mal nato,
piover le pietre e grandinar le piante,
spinte al furor d’impetuoso fiato,
     e i verdi campi giá sí lievi avante
coprir manto di cenere infocato,
e ’l volgo saettar smorto e tremante
solfurea parca, incendioso fato:
     — Ahi! — con lingua di foco ei par che gridi
arde il tutto, e sei pur alma di gelo;
tu nel peccar t’avanzi e ’l mar s’arretra.
     Non temi, e crollar senti i colli e i lidi;
non cangi stato, e cangia aspetto il cielo;
disfassi un monte, e piú il tuo cor s’impetra!

III

LA BELLA CHIOMA

     Sovra gli omeri bianchi
via piú che freschi gigli e pure brine,
l’aureo mar ondeggiava del bel crine,
e al dolce lusingar d’aura seconda
rendea piú chiaro l’ór, piú ricca l’onda.
Cosí, lucente e vago
copre l’arena d’òr superbo il Tago,
e cosí ’l Gange ancora
l’illustre riva alteramente indora.

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IV

PALLORE GRADITO

     Pallidetta mia vita,
il minio cangerei
col tuo pallor, cosí leggiadra sei.
Pallido il volto bramo,
vermiglio giá non l’amo;
questo è color di sdegno,
quel di pietade è segno:
anzi, segno è ’l pallore
di chi, d’amor ferita, e langue e more.