Lirici marinisti/IV/Giovanni Palma

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Giovanni Palma

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IV - Biagio Cusano IV - Giovanni Andrea Rovetti
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GIOVANNI PALMA


i

IL SORRISO MODESTO

     Ove il Sebeto al mar porta di pianto,
piú che d’onde lucenti, argentea soma,
e di folti ginepri il capo inchioma
la bianca amica in sul sinistro canto;
     quella vid’io, che dá lume al mio canto,
volger in groppi d’òr la lunga chioma;
allor: — Qual piú leggiadra oggi si noma,
doni a te — dissi, — o bella ninfa, il vanto!
     Quanti in vari composti usò natura
di bello, ha messo in tuo gentile aspetto,
o piú che umana angelica figura!
     Non può scemer l’invidia in te difetto,
sí perfetta ti rende egual misura... —
Ella sorrise e chinò gli occhi al petto.

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II

LA BELLA PARLATRICE

     Né con si vaghi ed amorosi accenti
narra Progne a voi, selve, i suoi dolori;
né Filomena i suoi secreti amori
con sí facondo dir commette ai venti;
     né si rotto fra sassi i piè lucenti,
mormora il rio lungo il pratel de’ fiori,
come la bionda mia leggiadra Clori,
mentre a l’amica sua spiega i tormenti.
     Un fiume d’òr, che di rubini ha sponde,
scogli di perle, il suo parlar simiglia;
ma come arciero il cor punge e saetta.
     Deh, qual veggio d’amor gran meraviglia!
lingua chi mosse mai sí dolce, o donde,
se non forse dal ciel scesa angioletta?

III

L’AMOROSA IMAGINAZIONE

     Amor, che mal mio grado mi trasporta
a far mia stanza in solitario monte,
nei fior, ne l’erba, in verde faggio, in fonte
mi figura colei che ’l mio cor porta.
     Onde io, vòlto a seguir sí fida scorta,
e mirando or le luci al ferir pronte,
or gli atti onesti or le bellezze conte,
sento un dolce piacer che mi conforta.
     E mentre a le sembianze amate e belle
son fiso, io veggio uscir la notte o ’l giorno,
e l’un l’alba condur, l’altra le stelle;
     e passar fère a l’ombra, al rivo, al prato,
e far gli armenti a lor magion ritorno...
Me solo in un pensier tien fermo il fato.

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IV

IL PAESE DI PUGLIA

     O felici di Dauno alme contrade
ove ha sede il riposo, o campi lieti,
o folti boschi solitari e queti,
che l’ondoso Adrian circonda e rade,
     o monti, o valli, o piante onde ognor cade
salubre manna, o fidi antri secreti
ove zefiro ha regno, o querce e abeti
il cui rezzo fe’ d’òr la prisca etade;
     ben reo tenor di non amica stella
m’invidia il vostro caro ermo ricetto
che la mia vita ai suoi diporti appella.
     Ma siami il voi goder dal ciel disdetto,
e’ non potrá l’imagin vostra bella
tòrre al pensier, ch’è suo continuo obbietto.