Marzo 1821 (1861)

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Alessandro Manzoni

1821 Indice:Poesie di Giovanni Berchet.djvu Risorgimento Letteratura Marzo 1821 Intestazione 25 febbraio 2022 75% Da definire

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MARZO 1821.


Soffermati sull’arida sponda,
     Volti i guardi al varcato Ticino,
     Tutti assorti nel novo destino,
     Certi in cor dell’antica virtù,
     Han giurato: Non fia che quest’onda
     Scorra più tra due rive straniere:
     Non fia loco ove sorgan barriere
     Tra l’Italia e l’Italia, mai più!

L’han giurato: altri forti a quel giuro
     Rispondean da fraterne contrade,
     Affilando nell’ombra le spade
     Che or levate scintillano al sol.
     Già le destre hanno stretto le destre;
     Già le sacre parole son porte:
     O compagni sul letto di morte,
     O fratelli su libero suol.

Chi potrà della gemina Dora,
     Della Bormida al Tanaro sposa,
     Del Ticino e dell’Orba selvosa
     Scerner l’onde confuse nel Po;
     Chi stornargli del rapido Mella
     E dell’Oglio le miste correnti,
     Chi ritoglierli i mille torrenti
     Che la foce dell’Adda versò,

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Quello ancora una gente risorta
     Potrà scindere in volghi spregiati,
     E a ritroso degli anni e dei fati,
     Risospingerla ai prischi dolor:
     Una gente che libera tutta,
     O fia serva tra l’Alpe ed il mare;
     Una d’arme, di lingua, d’altare,
     Di memorie, di sangue e di cor.

Con quel volto sfidato e dimesso,
     Con quel guardo atterrato ed incerto,
     Con che stassi un mendico sofferto
     Per mercede nel suolo stranier,
     Star doveva in sua terra il Lombardo;
     L’altrui voglia era legge per lui;
     Il suo fato, un segreto d’altrui;
     La sua parte, servire, e tacer.

O stranieri, nel proprio retaggio
     Torna Italia, e il suo suolo riprende;
     O stranieri, strappate le tende
     Da una terra che madre non v’è.
     Non vedete che tutta si scote
     Dal Cenisio alla balza di Scilla?
     Non sentite che infida vacilla
     Sotto il peso de’ barbari piè?

O stranieri! sui vostri stendardi
     Sta l’obbrobrio d’un giuro tradito;
     Un giudizio da voi proferito
     V’accompagna all’iniqua tenzon;
     Voi che a stormo gridaste in quei giorni
     Dio rigetta la forza straniera;
     Ogni gente sia libera, e pera
     Della spada l’iniqua ragion.

Se la terra ove oppressi gemeste
     Preme i corpi dei vostri oppressori,
     Se la faccia d’estranei signori
     Tanto amara vi parve in quei dì;

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     Chi v’ha detto che sterile, eterno
     Saria ’l lutto dell’itale genti?
     Chi v’ha detto che ai nostri lamenti
     Saria sordo quel Dio che v’udì?

Sì, quel Dio che nell’onda vermiglia
     Chiuse il rio che inseguiva Israele,
     Quel che in pugno alla maschia Giaele
     Pose il maglio, ed il colpo guidò;
     Quel che è Padre di tutte le genti,
     Che non disse al Germano giammai:
     Va, raccogli ove arato non hai;
     Spiega l’ugne, l’Italia ti do.

Cara Italia! dovunque il dolente
     Grido uscì del tuo lungo servaggio,
     Dove ancor dell’umano lignaggio
     Ogni speme deserta non è;
     Dove già libertade è fiorita,
     Dove ancor nel segreto matura,
     Dove ha lacrime un’alta sventura,
     Non c’è cor che non batta per te.

Quante volte sull’Alpe spiasti
     L’apparir d’un amico stendardo!
     Quante volte intendesti lo sguardo
     Ne’ deserti del duplice mar!
     Ecco alfin dal tuo seno sboccati,
     Stretti intorno a’ tuoi santi colori,
     Forti, armati de’ propri dolori,
     I tuoi figli son sorti a pugnar.

Oggi, o forti, sui volti baleni
     Il furor delle menti segrete:
     Per l’Italia si pugna, vincete!
     Il suo fato sui brandi vi sta.
     O risorta per voi la vedremo
     Al convitto de’ popoli assisa,
     O più serva, più vil, più derisa
     Sotto l’orrida verga starà.