Memorie di Carlo Goldoni/Parte terza/VII

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Carlo Goldoni - Memorie (1787)
Traduzione dal francese di Francesco Costero (1888)
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CAPITOLO VII.

Incendio del teatro dell’Opera. — Musica sacra. — I due anni del mio impegno per Parigi sono prossimi al loro termine. — Mia indecisione. — L’ambasciatore di Venezia vuole ravvicinarmi alla patria. — Morte di questo ministro. — Avvenimento per me fortunato. — Mio impiego al servizio delle principesse di Francia. — Corro rischio di perder la vista. — Miei difetti. — Mie ridicolezze in conversazione.

Avrei mai potuto dubitare, allorquando intervenni alla rappresentazione di Castore e Polluce, che quelle tavole e que’ scenarii che avevano resistito alle fiamme infernali di quest’opera, sarebbero ridotte in cenere prima del termine del mese? Ciò però avvenne. Una candela dimenticata cagionò la distruzione totale del teatro del Palazzo Reale, e nell’aspettativa della costruzione d’un nuovo edifizio, l’Opera fu trasferita al palazzo delle Tuileries, ove attualmente c’è la musica sacra.

Qui ora cade in acconcio far parola di questo spettacolo, consacrato alle lodi di Dio, e che sta aperto in tutti i giorni nei quali [p. 281 modifica] gli altri sono chiusi. Esso è un concerto composto di tutto ciò che può esservi di meglio, tanto in voci come in istrumenti; vi si cantano salmi, inni, oratorii; vi si eseguiscono sinfonie, concerti; e vi si fanno venire i professori più celebri d’Europa. I cantori stranieri però derogano, per così dire, alla prima istituzione di questa musica, nella quale altre volte non era in uso se non la lingua latina; ma la maniera di pronunziarla presso i Francesi è diversa tanto da quella delle altre nazioni, che il più abile e piacevole cantante forestiero si renderebbe ridicolo a Parigi, se si esponesse a cantare un mottetto latino. I forestieri dunque cantano in italiano, perchè sembra, che le altre nazioni non abbiano una musica particolare e propria, onde la concessa libertà di mutare linguaggio porta con sè quella di cambiare il soggetto del canto; epperò talvolta in mezzo ai cantici spirituali si odono piccole cantate, che al pari delle altre riescono gradevoli. Non trovasi in Italia una Accademia pubblica così ben regolata come quella di Parigi. Abbiamo, è vero, in Venezia i quattro Ospedali di ragazze, dei quali ho già reso conto nella prima parte di queste Memorie; a Napoli vi sono i conservatorii, scuole di buona musica vocale e istrumentale. Anche i Padri dell’Oratorio dànno nelle loro congregazioni degli oratorii, e dappertutto si trovano concerti di professori o dilettanti; ma tutti questi stabilimenti non offrono la magnificenza di quello di Parigi.

Rendo conto delle bellezze e dei divertimenti di questa città e quelli soltanto, che non han di essa alcuna idea; e quantunque le mie Memorie possano correre il destino di servire per involtare, io le scrivo nulla dimeno come se dovessero esser lette nelle quattro parti del mondo.

Ogni giorno più m’internavo nella cognizione del merito di questa città, ed ogni giorno più per conseguenza prendevo per essa un amore particolare; frattanto i due anni del mio impegno eran prossimi al loro termine, ed io non poteva far sì che non riguardassi come indispensabile la necessità di mutar clima. L’ambasciatore di Portogallo aveami fatto lavorare per la sua corte, e mi aveva regalato mille scudi in ricompensa di una operetta, che incontrò in Lisbona il pubblico aggradimento: per questo motivo sperava che la mia persona non fosse per essere sgradita in un paese, ove sommamente fiorivano in quel tempo gli spettacoli, ed eran con generosità remunerati gl’ingegni. Da un’altra parte il cavaliere Tiepolo, ambasciatore di Venezia, non desisteva dall’incoraggiarmi a ritornare in patria, dalla quale tanto affettuosamente ero amato e desiderato. Vicino infatti a compiere il tempo della sua ambasciata, mi avrebbe ricondotto di buon animo egli medesimo, ed anche sostenuto e protetto. Si trovava per altro malato seriamente, anzi fece la sua visita di congedo aggravato da mille incomodi e dolori; si trasferì in seguito a Genova per consultare il famoso Tronchin; ma quivi appunto cessò di vivere con sommo rammarico della sua Repubblica, come pure della corte di Francia, la quale professavagli un’eguale stima. Frattanto, nello stato d’irresoluzione in cui ero, una costellazione propizia venne benefica in mio soccorso. Feci conoscenza con la signorina Silvestra, leggitrice della fu principessa la Delfina madre del re Luigi XVI.

Questa signorina, figlia del primo pittore del re Augusto di Polonia ed elettore di Sassonia, fu in Dresda destinata all’educazione della sua reale padrona, con la quale, anche in Francia, erasi mantenuta in quel credito, che la sua condotta e il suo ingegno le avean fatto meritamente acquistare. La signorina Silvestra, che parlava [p. 282 modifica] l’italiano a maraviglia, che aveva notizie delle mie opere, e che era di cuor ottimo, officiosa, cortese, ebbe la bontà d’adoprarsi a mio favore. Le avevo esternato il mio affetto per Parigi, e il mio rammarico nel vedermi costretto ad abbandonarlo; essa perciò prese gentilmente l’impegno di far parola di me alla corte, cui per buona sorte io non era del tutto ignoto: in fatti otto giorni dopo mi fece partire per Versailles. Ci vo senza frapporre indugio, e smonto alle piccole scuderie del re, ove la signorina viveva insieme co’ suoi, tutti impiegati al servizio della famiglia reale. Dopo un accoglimento il più grazioso, amabile e sincero, ecco il resultato del nostro primo colloquio, ed ecco incominciato e compito in quell’istesso felice giorno un affare per me importantissimo. Ero conosciuto dalla principessa Delfina, che avea veduto recitare in Dresda le mie commedie; oltre a ciò, se le faceva anche leggere; onde la sua leggitrice non mancava in quella occasione di abbellirle, e di farvi entrare di tempo in tempo dei discorsi in favor dell’autore, mediante i quali ella si condusse sì bene con la sua real padrona, che questa principessa le promise di onorarmi colla valevole sua protezione, e d’impiegarmi alla corte. Veramente questa principessa avrebbe avuto intenzione di pormi forse al fianco de’ suoi figli, ma essi erano in un’età troppo tenera per occuparsi dello studio d’una lingua straniera. Siccome però le principesse di Francia, figlie di Luigi XV, avevano imparato i principii della lingua italiana dal signor Hardion, bibliotecario del re a Versailles, e tutte quante avevano gusto per la letteratura italiana, la principessa Delfina profittò adunque di questa fortunata occasione, indirizzandomi alla duchessa di Narbona, già da lei avvertita in mio favore, affinchè fossi da questa dama presentato alla principessa Adelaide di Francia, alla quale aveva allora l’incarico di porre le gioie, ed ora era dama d’onore. Per una felice combinazione avevo già avuto l’onore di conoscere la duchessa di Narbona alla corte di Parma; onde venni accolto benignamente, e fui da lei presentato il giorno stesso alla sua augusta padrona. In questa guisa mi trovai nel momento destinato al servizio delle principesse di Francia. In quell’atto non mi fu fatta proposizione alcuna riguardo al mio assegnamento, ed io, lieto d’un impiego tanto onorevole, sicuro della generosità delle auguste mie scolare, me ne partii contentissimo. Partecipai subito una sì avventurosa sorte a mia moglie, che al par di me ne riconobbe il pregio; presi in sèguito congedo dal Teatro italiano, cui forse non dispiacque di non aver più che fare con me, e ricevetti con piacere le cordiali congratulazioni delle persone che s’adopravano per me. La persona che più d’ogn’altra conosceva a fondo quali avanzamenti poteva portarmi quel fortunato incontro, era il signor cavalier Gradenigo ambasciatore di Venezia, e successore del signor Tiepolo. Quell’illustre patrizio era amico intimo del signor duca di Choiseul. Egli ebbe la bontà di raccomandarmi a questo ministro, che allora presedeva ai due dipartimenti più cospicui, quello cioè degli affari esteri e all’altro della guerra, e che meritamente era il personaggio più accreditato in corte di Francia, e più considerato in Europa.

Provvisto d’un impiego così decoroso, ed assistito da protezioni così valevoli, ognun vede che in Francia avrei dovuto fare una bella fortuna: è tutta mia la colpa se presentemente non ne godo che una mediocre. Ero, è vero, in Corte, ma non ero però cortigiano. La principessa Adelaide fu la prima ad occuparmi per l’esercizio della lingua italiana. Non avevo ancora preso stanza a Versailles, [p. 283 modifica] ed essa mandava tutte le volte a prendermi con la carrozza, ove appunto poco mancò che non perdessi un giorno la vista. Avevo la mania di leggere camminando, ed il libro che teneva allora occupata la mia mente era quello delle lettere di Giacomo Rousseau. Un giorno improvvisamente mi manca la vista, mi cade il libro di mano, nè vedo quanto basti per trovarlo e raccoglierlo: mi credevo perduto. Restavami bensì tanta facoltà visiva da distinguer la luce; smonto dal legno, salgo all’appartamento, ed entro tutto scomposto ed agitato nella stanza della principessa. Pur troppo ella s’accorse del mio turbamento, e mi usò subito la bontà di domandarmene la cagione: ma io non ardiva palesarle il mio stato, sperando di poter bene o male adempiere al mio dovere. Trovato al solito posto lo sgabelletto, seggo secondo il costume; riconosco a maraviglia il libro che dovevo leggere, l’apro, ma, oh cielo! altro non vedevo che bianco; eccomi adunque costretto a confessare la mia disgrazia. Non è possibile esprimere la bontà, il profondo rincrescimento e la compassione di questa gran principessa; ella ordina immediatamente che si cerchino nella sua camera acque salutari alla vista, mi concede gentilmente il permesso di bagnar con esse i miei occhi, e fa subito accomodare le tende della finestra in modo da non introdurre nella stanza altra luce se non quella che poteva bastare per distinguere gli oggetti: a grado a grado riacquisto la vista, veggo poco, ma veggo tanto che basta. Non furono già le acque apprestatemi la vera causa del miracolo; bensì le buone grazie della principessa, che restituirono forza al mio spirito ed ai miei sensi. Riprendo pertanto il libro, e mi riconosco in stato di leggere; ma nonostante la principessa non lo permette. Mi congeda, mi raccomanda al suo medico; in somma in pochi giorni l’occhio destro riprende la sua solita attività, ma l’altro è perduto per sempre. Io son dunque cieco da un occhio, ma questo è un piccolo incomodo, che non mi dà gran pena, tanto più che non si manifesta esternamente; ma in certi casi serve ad accrescere i miei difetti e a rendermi più ridicolo. Ad un tavolino di giuoco, per esempio, divengo incomodo alla conversazione, essendo necessario che il lume sia per l’appunto situato dalla mia parte buona; perchè se nella partita vi è una signora che trovisi nel caso stesso, ella certamente non oserà manifestarsi, ma bensì dichiarerà ridicola la mia pretensione. Infatti, al giuoco detto il brelan si mettono i lumi in mezzo della tavola, ma io non ci vedo; come pure all’altro detto whist, ed ai tressetti, ove si muta compagno, è necessario che io porti il lume meco. Oltre di ciò, indipendentemente anche dal difetto della vista, ne ho ancora dei più bizzarri e singolari: io temo il caldo nell’inverno, il freddo nell’estate; mi bisognano però dei parafuochi per difendermi dall’azione del calore, laddove una finestra lasciata aperta la sera, nei caldi anche più eccessivi, mi fa subito infreddare. Posto ciò, io non comprendo come alcune signore, che ho l’onore di conoscere, possano soffrirmi, e mi lascino prender carte per essere della loro partita; ciò dipende senza dubbio dall’essere elleno buone, affabili, cortesi, dal sapere io giuocare ad ogni sorta di giuoco, dal non ricusar mai nessuna partita, da non spaventarmi al giuoco grosso, dal non annoiarmi al piccolo, dal non essere cattivo giuocatore, in una parola dall’essere, eccettuati i miei difetti, il bonomo della conversazione.