Memorie inutili/Parte prima/Capitolo XXXII

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Capitolo XXXII

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CAPITOLO XXXII

Cagioni che resero vana la mia brama di riunire sotto un sol tetto

di nuovo tutte le nostre famiglie.

Furono i letterari contrasti, de’ quali i miei lettori sofferenti avranno le cause e gli effetti, che mi condussero grado grado ad empiere non so quante risme di carta di rappresentazioni teatrali, e fu la mia insaziabile filosofica brama di conoscere tutti i gradi dell’umanitá, che m’indusse alle notomiche osservazioni sull’indole della scenica popolazione, che mi restava da conoscere, nel mezzo alla quale, nel corso di venticinque e piú anni del mio scenico passatempo, se non avessi raccolta della materia da scrivere e da divertire, mi crederei piú insensato d’un architrave.

Aveva dato del movimento al litigio contro al signor marchese Terzi di Bergamo, e aveva supplicato il Serenissimo Collegio per ottenere una delegazione della causa ad un veneto tribunale, minacciando il detto signor marchese, che voleva per legge essere convenuto nel fòro di Bergamo, dov’egli aveva il suo domicilio. La spesa era per me intollerabile, e con delle buone ragioni ottenni dalla pubblica clemenza la grazia di quella delegazione ad una magistratura in Venezia, detta «il Sopragastaldo». La lite rimase giacente per molti anni, e le ragioni della mia pausa sono le seguenti.

Il desiderio ch’io nodriva nel seno, era (se non fossi morto prima) di attendere dagli effetti naturali del tempo e dalle mie assiduitá in pro di tutti, di poter cogliere un punto opportuno a riunire nuovamente tutta la nostra famiglia; ma de’ moltiplicati eventi accrebbero tanti ostacoli d’anno in anno a quella mia brama, ch’ella dovè infine contentarsi di rimanere nel numero delle brame impossibili da appagarsi.

La famiglia del fratello Gasparo, quantunque fosse alleggerita dalle tre nostre sorelle, rimaneva ancora numerosa. Mia madre, [p. 187 modifica]la moglie, due figli maschi, tre figlie femmine del fratello, formava il numero.

Da quella parte si coltivava la vecchia nostra madre, sostituita erede dal defunto suo fratello Almorò Cesare Tiepolo nella di lui facoltá, alla mancanza della di lui sorella Girolama molto piú vecchia di mia madre.

Lo stato a cui si doveva pensare per tre figliuole del fratello Gasparo, ottime ragazze e che meritavano un tal pensiero, faceva ragionevole la coltivazione assidua usata dalla famiglia di mio fratello sull’animo della nostra madre, non meno che sull’animo della di lei piú vecchia sorella.

Vorrei che quella coltivazione fosse stata colla sola sopraddetta innocente mira, e non fosse stata contaminata da alcuni vermicelli di vendetta, dalla vana supposizione di possedere delle ricchezze e dalla ridicola ambizione di dilatare un dominio nell’aria. Simili coltivazioni non vanno mai disgiunte da qualche cattivo uffizio contro a quelli che potrebbero e dovrebbero per jus di natura partecipare d’un benefizio testamentario, massime se non l’hanno demeritato.

Non so che i miei due fratelli Francesco ed Almorò, ambi maritati ed ambi padri di figli legittimi a’ tempi della morte della zia e della madre, abbiano demeritato colla madre e colla zia loro, e anzi m’è noto che il secondo di questi ha sudato per molti anni a servire di fattore di villa alla zia, che s’era saviamente ritirata alla campagna per vivere in una misurata economia e per espurgare la ereditá da’ molti debiti lasciati dal di lei fratello.

Mi risovviene dal canto mio d’aver fatto verso mia madre ognora il dovere di figlio, e verso la zia il dovere di nipote. Fui per questa opponitore alle stragi che le minacciavano i creditori del defunto mio zio, di lei fratello, riducendoli a ricevere i loro crediti senza alcun frutto e divisi in annate per tutti quegli anni che a lei accomodarono. Fui per questa proccuratore, pagatore, mediatore per tutto il tempo ch’ella visse, rendendole esatto e pontuale conto ogn’anno di ciò che aveva avuto e di ciò che aveva pagato. Sostenni sempre, senza studio e naturalmente, l’ingenuo aspetto d’un dovere di parentela, e non quello di coltivatore [p. 188 modifica]artifizioso, di adulatore e di seminatore di sospetti, o di malizioso commiseratore di me medesimo.

Quella ereditá lasciata alla madre ed indi, comunemente e indistintamente, a’ quattro di lei figli, anche con una marca di fideicommisso unita al patrimonio universale della nostra famiglia (confesso il vero), era uno de’ molti punti da me attesi per cercare la riunione di tutte le nostre famiglie divise, in una; ma la detta ereditá ebbe quel destino che si vedrá, che sempre predissi a’ miei due fratelli Francesco ed Almorò, corbellando le loro non strane lusinghe.

Se non avessi incontrati tutti i disturbi, tutte le fatiche, tutte le pene, le angustie, le infermitá che ho narrate, per l’ingrandimento e per la preservazione del patrimonio a comune vantaggio; se, in confronto a’ pensieri da me avuti sempre per i parenti miei e per il possibile decoro della famiglia, non fossero stati minutissimi i pensieri ch’ebbi per me medesimo; se avessi presa moglie e avessi de’ figliuoli; potrei dubitare che si potesse credere in me qualche sentimento d’invidia e di rammarico per l’ereditá Tiepolo, caduta per un ruscello le di cui acque non servirono che a sciacquare la bocca a molti, lasciando in quelle bocche medesime la stessa sete di prima, e ne’ cuori di chi raccolse quelle acque delle indicibili amarezze.

Le nostre divisioni, che avevano spezzato in quattro parti il patrimonio nostro, davano il possesso a tutti quattro noi fratelli del proprio partimento. Non v’è divisione di patrimonio senza divisione di idee.

Seicento ducati e piú all’anno d’aggravi, quasi tutti perpetui e insolidati (piaghe de’ patrimoni da un lungo tempo male amministrati e ch’ebbero il peso di molte femmine), che restavano da pagarsi, furono a me appoggiati, avendo io il grand’onore da’ creditori di voler essi riconoscere me soltanto per le loro riscossioni.

Quelle due sorelle Laura e Girolama, che m’erano state tanto avverse ne’ principi delle dissensioni famigliari, uscite dalle sorgenti di quelle e maritate, spiegarono l’amore che avevano sempre avuto per me, e vollero il loro fratello Carlo risponsabile del loro vitalizio. [p. 189 modifica]

La somma per supplire agli annuali aggravi mi fu assegnata con delle rendite di certi affittuali di Bergamo, di Vicenza e di Venezia, i quali ogn’anno mi stancheggianon e’ pagamenti, cadono ogn’anno in debito di residui, con tutte le mie attenzioni e le mie dugento lettere di sollecitazioni, di preghiere, di minaccie in questo proposito; e tuttavia sono piú di trent’anni ch’io adempisco non solo a tutti questi pesi di contribuzione per salvare i beni comuni dalle invasioni, ma a molti ripari ancora che chiedono ogn’anno le fabbriche, spezialmente di Venezia, ne’ loro continui cancherini.

I due fratelli Francesco ed Almorò, senza pregiudizio d’una reciproca fraterna benevolenza, la quale non fu tra noi giammai raffreddata, legati col pensiero al loro interesse ed a’ loro beni, s’alienarono poco a poco dalle mie intenzioni di riunire le nostre famiglie tutte. Abitavano poco in Venezia e molto nel Friuli, dove avevano i piccioli poderi del loro retaggio.

Prevedeva de’ nuovi matrimoni, che avrebbero resa assolutamente vana la mia brama dell’universale riunione di famiglia, e le mie previsioni coll’andare del tempo si verificarono, tanto nell’uno quanto nell’altro de’ miei due fratelli.

Tutte queste circostanze, tutti questi avvenimenti, uniti al dispendio considerabile avuto al solo mio peso nell’infermitá mia di due anni e mezzo, intiepidirono i desidèri veduti da me ineseguibili, e intiepidirono in me quell’utile ardore che mi aveva fatta contestare la lite col possente avversario signor marchese Terzi di Bergamo.

M’astrinsi alle metodiche annuali faccende stabilite ed a me addossate per tener lontani i comuni maggiori disordini, faccende che non furono da me giammai trascurate, e m’abbandonai in quel tempo alla mia frivola letteratura, come un uomo dell’ozio nimicissimo.