Memorie storiche della città e marchesato di Ceva/Capo XXVII - Carlo Marenco.

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Capo XXVII - Carlo Marenco.

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Capo XXVI - Laureati. Capo XXVIII - Dell’Arcipretura.
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CAPO XXVI.



Eccoci finalmente giunti al punto di poter pagar un tributo d’amicizia e d’omaggio alla memoria sempre cara e non mai peritura del Tragico di Ceva Carlo Marenco, che una troppo immatura morte rapì all’amor della famiglia, della patria, degli amici, e di tutta Italia.

Raccolsi quante memorie potei di questo mio illustre amico, ma mi vedo ben lontano dal poterne tessere una condegna biografia: arduo cimento a cui s’accingerà col tempo più dotto ed elegante scrittore, pago io d’avergli qui somministrato i necessarii materiali ricavati da fonti autentici e sicuri.

Nacque Carlo Marenco in Cassolo o Cassolnovo provincia di Lomellina diocesi di Vigevano il primo maggio 1800 dai signori Lazzaro ed Ippolita Bassi di Ceva, coniugi Marenco colà domiciliati per cagion d’impiego.

Portato ancor bambino in Ceva, sua patria, fu avviato dalla sua tenera età alla carriera degli studii, e vi fece sì rapidi progressi che all’età di 10 anni fu ammesso con lode alla classe di rettorica.

Sotto l’insegnamento di Pietro Fecchini che Lui chiamava amorosissimo Maestro, imparò a conoscere e ad amare i classici latini collo studio dei quali diede il primo sviluppo al precoce suo ingegno.

[p. 160 modifica]Fu destinato dal genitore allo studio delle leggi, ed all’età di diciott’anni fu acclamato dottore nell’Ateneo di Torino.

Il Marenco nato per la poesia non potè prender gusto alla turbolente palestra del foro: lasciati perciò a parte gli studii legali s’applicò con ardore indescrivibile alla lettura dei classici italiani, e sentissi un’inclinazione speciale per la tragedia.

Esordì nel difficile arringo col Levita d’Efraim, pieno di bibliche bellezze e scintillante di quel sacro fuoco di cui era accesa la mente ed il cuore del giovane autore.

Scrisse quindi il Bondelmonte e gli Amedei che destò le più vive simpatie della celebre Marchionni che sostenne con ammirabile maestrìa la parte della fanciulla, e riscosse i più fragorosi applausi al Teatro Carignano li 17 maggio 1828; chiamossi l’autore a più riprese a mostrarsi a quel dotto pubblico che pianse al sublime dolore della tradita ragazza.

Dopo il Levita ed il Bondelmonte scrisse, il Manfredi, l’Arnaldo da Brescia, il Corso Donati, l’Arrigo, l’Ezzelino, la famiglia Foscari, l’Adelisa, Giovanna di Napoli, Berengario Augusto, la guerra de’ Baroni, il Conte Ugolino, la Cecilia da Baone, il Corradino e la Pia de’ Tolomei.

Quest’ultima ebbe per tutta Italia un evento così felice che il Marenco veniva per questa denominato l’autore della Pia.

Trovandosi egli nel 1841, in Firenze si diede alla sua presenza la Pia che ebbe un incontro felicissimo, e l’autore ricevette i più lusinghieri attestati di riconoscenza da una nobile Dama della famiglia Tolomei per l’onor rivendicato della di lei parente la sventurata Pia.

Nei primi anni che s’aperse il nuovo magnifico Teatro di Mondovì-Breo, fu invitato il Marenco da quella direzione ad assistere colà alla rappresentazione della Pia posta in scena da valenti attori. Fu accolto colle più festose acclamazioni e la sua Tragedia riscosse i più fragorosi applausi. Fu tale la sua commozione che nel corso della [p. 161 modifica]rappresentazione si vide più volte a piangere sulle sventure di quella calunniata donna, vittima dei raggiri, e della perfidia del scelerato confidente, del troppo credulo suo marito.

Le tragedie del Marenco furono altamente encomiate dall’autore della Storia delle Repubbliche Italiane, Sismondi, dal celebre Manzoni, dal tragico Nicolini, dal sommo critico Tommaseo, e dal filosofo Gioberti.

In un viaggio fatto a Parigi trovandosi in casa dell’ambasciatore Sardo, ricevette in persona i più vivi encomii dei celeberrimi Alessandro Dumas, Eugenio Scribe, e Vittore Hugo coi quali sedette a lieta mensa, e gli furono pur anche espresse da quei sommi, lusinghiere congratulazioni pel suo favellar sciolto ed aggraziato nell’idioma francese.

Lo stile del Marenco è sempre puro ed elegante, il verso sonoro e fluido, i sentimenti italianissimi, morali, religiosi, ed elevati.

Si discostò dal fare classico degli antichi tragici, ma nel suo nuovo genere di comporre ebbe un esito felice e trovò la maniera di conciliare il troppo rigido classicismo col troppo libero romanticismo.

Scrisse le sue tragedie nel silenzio delle domestiche mura, e ne preparava la tela con lunghe passeggiate sulla sponda solitaria del Tanaro, e nelle ore più fresche del mattino.

Al suo ventesimo sesto anno si era stretto di sacro nodo, con la nobile donzella Luigia Cantatore del Pasco Monregalese, donzella quanto avvenente di forme altrettanto ricca di egregie doti, di cuore e di spirito. Quanto fosse il Marenco lieto di quest’imeneo, lo lasciò scritto nelle sue memorie di famiglia dicendo:

«Strinsi un nodo, che fu a me principio di pace dell’animo, di prole numerosa, e di felicità coniugale.» In pegno della sua tenerezza verso sì amabile sposa, le dedicò la prima edizione delle sue tragedie.

Fu padre tenero e solerte nell’educare la sua numerosa famiglia insinuando nelle tenere menti dei vispi ragazzi [p. 162 modifica]sentimenti di religione e della più pura morale. Usava con essi la favella italiana, e colla prediletta sua primogenita Ippolita la lingua francese.

Nominato R. Sindaco di questa città rese segnalati servigi alla sua patria, e ne avrebbe resi dei più importanti ancora se fosse stato favorito dalle circostanze. Chiese per Ceva molte cose, ma nulla si potè ottenere. Espresse il suo giusto cordoglio alla Maestà di Carlo Alberto che fu qui di passaggio e con generose e sentite parole rinfacciò al governo il modo indegno con cui trattavasi una città così nobile, così antica, e così fedele ai principi Sabaudi. Si deve al suo zelo pel ben essere di sua patria il lastrico in pietra da taglio dei lunghi portici della contrada maestra di tanto comodo ed utilità universale.

Sostenne pure per alcuni anni con decoro e con gran vantaggio della gioventù studiosa la carica di delegato della Riforma.

I distinti servigi ed il merito letterario del Marenco furono compensati dal Re Carlo Alberto, magnanimo protettore delle belle arti, colla croce dell’ordine equestre di Savoia; e con R. Patenti 10 giugno 1843 fu nominato consigliere dell’Intendenza generale di Savona.

Dovendo in breve tempo portarsi al destinatogli impiego, lasciò in Ceva la consorte in avanzata gravidanza. Li dieci successivo ottobre successe un fenomeno la di cui fama si sparse per tutto il Piemonte. La famiglia Marenco era già composta di nove ragazzi, quand’ecco la Luigia del Pasco dar alla luce tre bambini in un sol parto, e portar così di botto al numero di dodici la sua prole, il che affrancò la famiglia dal pagamento della taglia. Non vissero è vero questi bambini che ventiquattro ore, ma si ebbe campo a battezzarli, ed a stendere il voluto verbale.

La fece da padrino l’arciprete battezzante, scrittor della presente, e da madrina la nobile dama Marianna Scoffier vedova Pallavicini.

[p. 163 modifica]Due degl’infanti neonati erano femmine, ed uno maschio. Alla primogenita fu imposto il nome di Marianna, al secondogenito di Benedetto, ed alla terza di Elisabetta.

Tre anni passò il Marenco in Savona nell’esercizio dell’affidatagli carica e si guadagnò l’amore e la stima dei più ragguardevoli fra quei cittadini; ma l’aria del mare riuscì fatale alla sua già abitualmente cagionevole salute. Sorpreso da una terribile malattia che l’arte medica non potè frenare alle ore nove di mattina del giorno 20 settembre 1846, munito di tutti i conforti della religione rese l’anima a Dio, e così si spense in Lui una gloria di Ceva ed un esimio cultore delle italiane lettere.

La salma di Lui fu trasportata a Ceva, dove se le rinnovarono solenni esequie dai mesti suoi concittadini, e sepolta nell’interno della Chiesa mortuaria di S. Agostino. Vi si legge il seguente epitafio, dettato da uno dei suoi figli.

« A . Carlo . Marenco . da . Ceva . alto . e . potente . scrittore .
di . Tragedie . nato . in . Cassolo . di . Lomellina . a .
dì . 30 . maggio . 1800 . morto . in . Savona . a dì .
20 . settembre . 1846 . sepolto . nella . Città . da . cui .
fu . detto . e . da . cui . ebbe . gli . studi. e . l’ingegno .

La . Vedova . ed . i . figli. »


Questa morte immatura ed inaspettata fece una ben dolorosa impressione sull’animo degli scienziati che trovavansi in quei dì raccolti in Genova molti dei quali avevano particolari relazioni coll’illustre defunto, e tutti lo conoscevano per fama: nel giorno 47 dal suo trapasso si fece per cura dei suoi amici ed ammiratori un solenne funerale in Savona in cui il padre G. Solari delle scuole pie recitò una dotta ed elegante funebre orazione in lode del celebre Marenco che fu pubblicata in quella città dalla tipografia Rossi.

Giornali e nazionali ed esteri ne fecero onorevolissima menzione, e ne lamentarono la perdita.

Il suo amico cavaliere Paravia professore di eloquenza italiana nell’Università di Torino nella sua orazione [p. 164 modifica]inaugurale delli 4 novembre 1846, diede alla presenza della dotta assemblea che gli facea corona un giusto sfogo all’ambascia del suo cuore colle seguenti tenere e commoventi espressioni.

« Con che desiderio e con che lacrime proseguirò la tua memoria o Carlo Marenco, o raro lume delle patrie lettere, a cui t’educava un giorno questo venerando Ateneo; al quale Ateneo ritornavi spesso col riconoscente pensiero, e spesso assistevi colla desiderata presenza, e ben sel sa la mia scuola che plaudì fremente a quel carme che tu scioglievi animato sull’urna di Carlo Botta, ed ahi chi avrebbe allora sospettato che il plauso di quel giorno si sarebbe mutato in lamento, e che il mesto tributo che tu rendevi al grande storico d’Italia, noi dentro l’anno lo avremmo reso a te stesso! »

Fu creata in Ceva una commissione per l’erezione d’un monumento degno della memoria di questo illustre concittadino, ma gli avvenimenti politici fecero sì che ne restò sospesa l’esecuzione.

La fama che si sparse del merito singolare di Carlo Marenco mentre viveva destò in molte società letterarie d’Italia il desiderio d’averlo a membro onorario od effettivo.

Li 10 giugno 1836 fu aggregato all’accademia filodrammatica di Torino. Li 19 novembre stesso anno fu acclamato socio onorario del gabinetto letterario di Mondovì. Li 25 maggio 1838, fu nominato membro della società Filodrammatica di Siena. Li 14 agosto 1840, fu ascritto all’accademia Filarmonica poetico-letterario d’Alba. Li 29 dicembre 1841, fu nominato socio corrispondente dell’Imperiale e reale Accademia di scienze, lettere ed arti della Valle Tiberina, Toscana, e li 21 giugno 1845, fu aggregato alla società d’incoraggiamento all’industria di Savona.

Lasciò il Marenco alla sua morte 5 figli tutti ancora in corso di studii. Il primo per nome Angiolino si addottorò in leggi, ed esercita attualmente in Torino il patrocinio con felice esito, il secondo per nome Leopoldo batte le orme [p. 165 modifica]gloriose del genitore ed è già salito in bella fama di tragico scrittore. Compose pel Teatro Carignano, l’Isabella Orsini, che riscosse gli applausi dei colti Torinesi, il Fra Jacopo Bussolari non meno applaudito dell’Isabella, e la Piccarda Donati che riportò il premio su quante altre tragedie furono esposte alla società filodrammatica di quella capitale.

La Ristori prima attrice dei nostri tempi incoraggia con suoi consigli questo giovane scrittore; l’ebbe a suo compagno in Parigi all’epoca dell’esposizione, che fu per Essa un continuo trionfo, e dove meritò una visita in gran tenuta dallo stesso Imperatore Luigi Napoleone, che ebbe a dire che l’Imperatore dei Francesi doveva far una visita all’imperatrice dell’arte drammatica.

Di commissione di questa grande attrice scrisse il Leopoldo Marenco la Saffo che deve andar in scena a Madrid e quindi a Pietroborgo fra pochi mesi e colla Ristori dovrà trovarsi presente l’autore.

Il terzo genito Marenco per nome Giacinto laureato in leggi diede già replicate prove del suo genio poetico, ed anche a lui arride un bell’avvenire. I due ultimi Lazzaro ed Emilio battono onoratamente la carriera degl’impieghi.

In prova del tenero amor filiale che professava il Carlo Marenco ai suoi genitori diamo qui in disteso le due iscrizioni mortuarie fatte apporre sulla loro tomba e scritte con quell’eleganza che era sua propria.

La prima che leggesi nella chiesa dei Poggi S. Spirito dove riposano le ceneri di suo Padre, è del tenore seguente.

Lazzaro . Marenco .
Quem . virtus . honestavit . non . genus .
Carolus .
Filius . haud . immemor .
Sero . post . exhaustas . lacrimas .
posuit .
obiit . die
XXIV . Julii MDCCCXXIX .
LXXII . annos natus .

[p. 166 modifica]L’altra si legge sul Campo Santo di questa Città sul muro esterno della Chiesa mortuaria di S. Agostino verso mezzodì.

Eccone il tenore.

Ippolita . Bassi .
Patrizia . Cevese .
Madre . di . Carlo . Marenco .
visse . diletta . a . suoi .
ignorata . dal . mondo . nota . a . Dio .
che . il . giorno . 28 . dicembre . 1841 .
dopo . quindici . lustri . d’interna . prova .
diè . pace . all’ossa .
e .
Gioia . allo . spirito . di . Lei . tribolato .