Monete attribuite dal Gandolfi ai Dogi X ed XI

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Giuseppe Ruggero

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Annotazioni numismatiche genovesi:

Monete attribuite dal Gandolfi ai Dogi X ed XI Intestazione 23 marzo 2012 75% Numismatica

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ANNOTAZIONI NUMISMATICHE GENOVESI




XIX.

MONETE ATTRIBUITE DAL GANDOLFI AI DOGI X ED XI.


Il Gandolfi, (vol. II, pag. 62), citando due monete esistenti nella Collezione Universitaria, asserisce che sono sufficientemente chiare ambedue quanto al leggervi il numero dogale, che in una è X e nell’altra XI, e che portano le iniziali del Doge (V. Tav. II, N. 22 e 23). A proposito di queste iniziali egli fa notare, esser cotali lettere una vera singolarità per siffatte monetine e segnatamente rispetto alla prima, perchè del decimo Doge abbiamo altre monete sulle quali di nomi non v’è indizio veruno, ma soltanto vi sta scritto un bel Dux decem tutto alla distesa. Nelle iniziali molto incerte, Y Autore leggeva i nomi dei due Montaldo ai quali spettano quei due numeri, mentre dovea avvedersi che si trattava del Doge Tommaso di Campofregoso, t. c.

Lo stato di conservazione delle due monete, ed il non conoscere alcun esemplare ben chiaro degli innumerevoli soldini e petachine del Doge XXI, furono causa dell’errore in cui cadde il Gandolfi, malgrado la singolarità che avea fermato l’attenzione sua, poiché egli ben sapeva che le iniziali dogali e la numerazione in cifre, cominciano solamente in [p. 522 modifica]Giorgio Adorno Doge XVII. Vedendo i disegni che ritraggono queste due monete nella Tavola II del Gandolfi, ognuno si persuade che si tratta veramente di un soldino e di una petachina del Tommaso per il suo secondo dogato, da non confondersi con quelle del primo, nel quale si segnava t. d. c. Non c’è dubbio quanto alla specie, perchè sole quattro erano quelle in uso per l’argento ed il biglione; il grosso, il soldino, la petachina ossia mezzo soldo ed il minuto. Il soldino non può confondersi con alcun’altra né per diametro né per impronta; e dalla petachina, sola moneta che a primo aspetto gli si avvicina alquanto, si distingue agevolmente per gli archetti che stanno internamente al circolo di perline, mancanti in quella1.

In oggi non sarebbe più possibile l’errore di questa attribuzione, perchè nel metallo stesso delle monete in discorso, si avrebbe il criterio più decisivo in proposito. Infatti all’epoca del decimo Doge (1383-84), troviamo un valore ben differente per il soldo, da quello che correva nel secondo dogato di Tommaso Campofregoso (1436-42). Mentre nel 14372 il fino del soldo è 0,905 e vi corrispondono i soldini del Tommaso al titolo di 500 con alcune eccezioni che se ne scostano di poco; nel 1365 invece abbiamo il fino di 1,459, e nel 1390 di 1,4313. Inoltre il Cartolario di zecca del 1390, ci dà la [p. 523 modifica]notizia che il mezzo grosso o soldo era al titolo eguale a quello del grosso. Rimane quindi escluso, che possa attribuirsi al decimo Doge un soldo che non sia d’argento.

Da pochi giorni ho acquistato un esemplare ben conservato del soldino della Universitaria, colle leggende:

D/ – Cross-Pattee-Heraldry.svg : T : C : DVX : IANVENS X

R/ – Cross-Pattee-Heraldry.svg : CONRADVS : REX : RM

Fino ad oggi avevo considerato questa anomalia del numero X come un prodotto di cause accidentali, ma appena avuto questo soldino, cominciai a sospettare che si trattasse di falsificazione. La moneta per i suoi caratteri generali sembrava genuina di zecca, ma alcune piccole varianti in qualche lettera troppo finita, contrariamente allo stile usato su queste monete, m’indussero al dubbio. Fatto assaggiare alla pietra, questo soldino si dimostrò infatti di molto inferiore al 300, mentre il titolo legale, come già si è veduto, è quello di 500. Allora scrissi a Genova pregando l’Ill. Comm. Belgrano di favorirmi il titolo delle due monete della Universitaria, ed il risultato fu identico perchè quel soldino fu riconosciuto a 250 poco più. Ecco adunque la presunta anomalia dileguarsi e rimanere in sua vece, una delle volgari falsificazioni di quel tempo, per le quali non s’andava tanto per il sottile a contare gli X e gli I, purché lo spazio della leggenda fosse riempito. Mi rincrebbe che lo stesso assaggio non abbia potuto farsi per la petachina coll’XI, non avendosi potuto ritrovare la moneta, malgrado le ricerche fatte. Ma non mi stupirei che non fosse [p. 524 modifica]mai esistita, e che il Gandolfi avesse mal letto una delle solite petachine col N. XXI. D’altronde se il disegno è esatto, bisogna dedurne che l’originale fosse difettoso o ribattuto, come lo indicherebbero la doppia rosa al diritto ed il doppio c del conradvs al rovescio. Non aveva creduto conveniente di comprendere le due monete nelle tavole descrittive delle monete Genovesi4, perchè eguali alle solite monete di t.c. dvx xxi sebbene col numero sbagliato, e per giunta mal conservate. Ora più che mai ho dovuto compiacermi di tale esclusione.

Dopo aver eliminato queste anomalie, sarà bene di riepilogare quelle che rimangono, distinguendole a bella prima in due specie, intenzionali ed accidentali.

Le prime si riducono a due sole fino ad ora conosciute e constatate con sicurezza. Quella del Doge Raffaele Adorno che ha monetato con i due numeri XXII e XXIII, cambiamento che non si può attribuire che ad un atto volontario dello stesso Doge5. L’altra del Doge Ludovico di Campofregoso col N. XXVII, non avendo egli voluto riconoscere il dogato di Prospero Adorno, che con tale numero si era segnato.

[p. 525 modifica] Tra le seconde devonsi annoverare quelle anomalie, che fino a prova in contrario non si possono ragionevolmente attribuire a volontà del Doge, e queste non sono rappresentate che da qualche moneta isolata o tutt’al più da pochi esemplari; e si ritengono prodotte da cause accidentali. Fino ad ora conosciamo le seguenti:

Nel dogato XXI, due o tre ducati ed un soldino col N. XX6.

Nel dogato XXVI, due ducati col N. 7.

Non registro tra queste anomalie quella che sarebbe rappresentata in un soldino di Ludovico Campofregoso, col numero XXII invece del XXV. Si conserva nel Museo Palagi di Bologna e potei averne un calco riuscitissimo per l’ottima conservazione, dalla cortesia del Dott. Frati. Ne tenni calcolo nelle tavole, perchè già accennato nei mss. dei primi compilatori, e perchè posseduto da una delle raccolte principali, ma ho dichiarato che non posso accettarlo come genuino. Infatti, vi si legge distintamente dvs e res invece di dvx e rex; e questa infelice imitazione delle due desinenze, mi fa credere che il numero XXII non sia altro che una imitazione del numero vero, che nelle monete di questo Doge è scritto coll’U gotico, XXU, invece di XXV.

Note

  1. Nel disegno del rovescio al N. 22, Tav. II del Gandolfi, mancano gli archetti; e nel dritto, il C fu scambiato con una rosetta, per una svista del disegnatore.
  2. Vedi Desimoni, Le prime monete d’argento, etc., in «Atti della Soc. Lig. di S. P. Vol. XIX, pag. 21 B, Cartolario di zecca 1437.
  3. Vedi Desimoni, ibid.. pag. 210, Cartolari del 1365 e 1390.
  4. È ultimata la stampa di queste tavole, ed ora è in corso quella degli allegati alle stesse, che complessivamente formano il vol. XXII degli Atti della Società Ligure di S. P.
  5. Vedi Annot. l’(Palermo, 1881), alla quale tuttavia devono farsi due correzioni. 1°, a pag. 29, citando il N. 669 del Catalogo Franchini, del Sambon, io ammetteva che fosse del Barnaba Adorno sulla fede del Gazzo. È invece del Raffaele, come risulta dai mss. dell’Avignone e del Franchini stesso. Non si conoscono adunque fino ad oggi monete del Barnaba, né abbiamo molta speranza di rinvenirne, per aver egli durato in carica 26 giorni soli. 2°, la moneta segnata al N. 660 dello stesso Catalogo come un ottavino, è invece una quartarola.
  6. Vedi Annot. IX, in Gazz. Num. di Como, 1884. Circa al soldino, descritto nell’Avignone senza citarne la Collezione, ma che trovai nel Catalogo di vendita della Franchini, vorrei poterne conoscere il titolo.
  7. Uno, trovasi descritto nell’Avignone come appartenente alla Collezione Universitaria; il secondo, fa da me veduto negli anni passati presso un collettore che ora più non lo possiede.