Monete italiane inedite nella Collezione Brambilla a Pavia/Obolo di Cremona del secolo duodecimo

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Camillo Brambilla

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Monete italiane inedite nella Collezione Brambilla a Pavia Forte-Bianco di Giovanni Paleologo
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MONETE ITALIANE INEDITE

NELLA

COLLEZIONE BRAMBILLA A PAVIA


I.

Obolo di Cremona del secolo duodecimo.


Rivista italiana di numismatica 1891 p 489.jpg


Nell’anno 1155 con diploma dato dal luogo di Isola Veronese, oggi Isola della Scala, Federico I imperatore, distrutta Milano (?), le toglieva con altri privilegi quello della moneta, questo conferendo nelle consuete forme al comune di Cremona. Il Muratori pubblicava per esteso quell’importante diploma imperiale nella sua dissertazione De Moneta, e lo faceva poi seguire dalle impronte di varie monete cremonesi al nome di Federico imperatore, senza però accennare se o meno tutte, o quali di esse attribuir si potessero al I od al II di quello stesso nome.

Due fra le monete prodotte dal Muratori e quelle, cioè, ai numeri II e III della Tavola XLVII1 [p. 432 modifica]hanno lo stesso tipo, che sì va a descrivere, ma sono di modulo diverso, l’una essendo di millimetri 25, e l’altra di soli 22. Si indicano, d’argento, ma non si aggiunge parola sulla apparente finezza della lega, ed egualmente se ne lascia desiderare il peso.

Quelle due monete diverse nel modulo, ma perfettamente guali nel tipo, hanno dall’una parte una grande F nel campo fra due bisanti, ed in giro, fra due circoli lavorati + IMPerATOR col consueto segno di abbreviazione alla lettera P. Dall’altra parte, o rovescio hanno una croce a braccia allungate sino all’orlo del pezzo, con un bisante al secondo, e quarto angolo: in giro fra due circoli, CREMONA con un bisante dopo l’ultima lettera.

Il Periodico di Numismatica del marchese Strozzi nel suo Volume I, fascicolo II2 pubblicava una estesa memoria del dotto P. Tonini sulla zecca di Cremona, ed al primo posto giustamente presentava, togliendolo da esemplare del medagliere Gherardesca di Firenze, un pezzo conforme a quelli riportati dal Muratori, colla sola differenza di un minor modulo, perché di millimetri 20. Anche il Tonini non indicò la qualità dell’argento, né il peso del pezzo da esso lui pi-esentato, e che reputò essere un denaro imperiale.

Sta anche nella mia limitata collezione un esemplare della descritta moneta, che pel modulo si uniforma al pubblicato dal Tonini, ma a differenza di quello ha una punta rilevata nel campo del diritto sopra il bisante a sinistra della F ed altri due tratti uguali nel rovescio al primo, e terzo angolo della croce. Simili tratti troviamo in altre monete cremonesi più tardi battute, imperando Federico II, e sono [p. 433 modifica]a vedersi ai numeri 3 e 4 della tavola che correda la dissertazione Tonini. Erano probabilmente segni di zecca. Il mio esemplare conservatissimo, e come suol dirsi a fior di conio, è d’argento ottimo non inferiore a millesimi 950, e pesa grammi 1.290.

Credo perfettamente giusto l’avviso dell’erudito Tonini essere la moneta di cui si discorre uno dei primi prodotti della zecca aperta in Cremona, non appena ciò le era concesso dall’avuto privilegio imperiale del 1155. La finezza del metallo e la forma caratteristica di quella grande F che sta nel campo del diritto, e che pur troviamo nei diplomi di Federico I3, devono di ciò ampiamente persuaderci. Non però un denaro dobbiamo riconoscere nel nostro pezzo ma bensì un grosso quale nella seconda metà del secolo XII corrispondeva a quattro denari, e battevasi qui in Lombardia. In Milano, dove ad onta delle severe disposizioni imperiali, il lavoro delle monete, se pur fu sospeso, venne ben presto ripigliato, all’epoca succennata battevansi grossi del peso corrispondente a grammi 1.250, ed in buonissimo argento a millesimi 950 di fino, e cosi accadeva in Asti, come era fatto rilevare dal diligentissimo Domenico Promis4.

Se non che è ora mio scopo il pubblicare altra moneta cremonese al tipo stesso della già descritta, ma che per modulo, peso ed intrinseco si manifesta per uno spezzato del grosso al nome di Federico I.

[p. 434 modifica] Tale pezzo di cui si presenta il disegno, ha diametro non superiore ai millimetri 16, ed è composto di una bassa lega a soli millesimi 200 d’argento. L’esemplare è assai assottigliato e corroso sino ad essere in parte quasi consunto, ma la lega ben composta ha permesso, che le impronte si conservassero nitide e chiarissime. Fatta astrazione dalle punte nell’area, che qui mancano, è, in proporzione ridotta, perfettamente conforme nel diritto e nel rovescio al grosso già descritto.

La materiale condizione dell’esemplare, cosi com’è corroso, non acconsente di tener troppo conto del suo peso, che sarebbe di soli milligrammi 220, e può cosi calcolarsi ridotto forse alla metà del suo peso originario al sortire dalla zecca. Il titolo però, o fino, come suol dirsi, del metallo di cui il pezzo è composto, ci è sufficiente guida per conoscere, che noi in esso abbiamo un obolo, quella moneta, cioè, che anche in Milano parecchi anni prima del cadere del secolo XII. corrispondeva a mezzo denaro, e di cui otto facevano un grosso, ma decadde ben presto in peso ed in intrinseco in proporzione anche maggiore dei suoi multipli, e per modo da scomparire affatto dalla circolazione.

Avrei vivamente desiderato, che l’esemplare del quale il compianto mio amico Kunz mi fece il disegno, che si offre qui riprodotto, fosse stato come abbastanza chiaro nelle leggende, cosi conservato da presentare ben determinato il suo peso, ma credo, che l’elemento dei millesimi 200 di fino, il modulo ed il complesso del pezzo non siano per lasciar dubbio sulla retta applicazione del nome di obolo.

Non conoscendo che da altri simile moneta siasi pubblicata, ho ritenuto fosse il caso di presentarne l’impronta con questi brevi cenni ai benevoli lettori della Rivista.

Note

  1. In Argelati, De monetis Italiæ, Tom. I.
  2. Firenze, 1868.
  3. Vedi Le vicende di Milano durante la guerra di Federico I. Ivi a pagina XXVIII si dà il fac-simile di un diploma da Pavia del 10 Febbraio 1186, e l’iniziale del Federicus è precisamente conforme alla F della nostra moneta.
  4. Monete della zecca d’Asti, Torino, 1855, pag. 20. Anche Kunz nel ricordare un esemplare della descritta moneta cremonese esistente nel Museo Bottacin la ritiene un Grosso. Firenze, 1871, pag. 81.