Noi arditi/L'aristocrazia degli Arditi

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L'aristocrazia degli Arditi

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L'aristocrazia degli Arditi
La culla degli Arditi Anno di guerra 1918
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L’aristocrazia degli Arditi.

Poiché la sintesi del valore italiano in guerra è stata impersonata, nelle due ultime grandi battaglie del giugno e dell’ottobre, dalle giubbe aperte e dalle fiamme, tutti oggi in Italia s’interessano degli Arditi. E tutti ne parlano. Tutti vogliono esprimere un giudizio o lanciare un interrogativo. Ma quanti sanno veramente che cosa sono, che cosa valgono, che cosa hanno fatto e faranno gli Arditi? Pochissimi, e sono anche [p. 25 modifica]male informati. In Italia accade spesso di essere male informati su argomenti di interesse capitale!

Non è quindi da stupirsi se si siano formate sul conto nostro due correnti contrarie: l’una e l’altra lontane dalla realtà.

C’è chi parla degli Arditi come di guerrieri leggendari: gente misteriosa, fuori delle leggi comuni, assetata di strage, e alla quale è poco prudente accostarsi. Accoltellatori, sanguinari, assassini, pugnale fra i denti, provocazione, teppismo, ferocia, brutalità da orangutang! Il sangue per il sangue, l’arte per l’arte! Professionisti della guerra, continueranno a scannare, a sventare, a sbranare finchè avranno vita. Èsseri pericolosissimi, che non vogliono saperne di pace e di assetto civile. Brrrr!

L’altra corrente, per reazione, vorrebbe dipingerli come uomini comunissimi, che hanno unicamente una migliore organizzazione e più spinto di corpo delle altre truppe. Prezzolini, in un articolo sul Popolo d’Italia, ci ha voluto dare a bere appunto questa fisionomia incompleta e tedeschizzata delle nostre truppe d’assalto. Secondo lui, gli Arditi nuovi, quelli delle divisioni d assalto, sarebbero l’espressione perfetta di questo tipo di soldato, al quale non attribuisce [p. 26 modifica]all’atto il monopolio del coraggio e dell’iniziativa individuale, ma solo più disciplina, più doti fisiche, più istruzione, più forza di coesione. Ed eccoli assimilati alle Sturmtrupen del defunto esercito austro-ungarico.

Dico subito che la prima corrente è assolutamente in mala fede, mentre la seconda è prodotta da miopia e da scarsa valutazione psicologica.

La paternità delle voci allarmistiche sparse sugli Arditi va fatta risalire a coloro che hanno tutti i motivi per temerli e per deprecare il loro ritorno in paese. Chi durante la guerra s’è nascosto, s’è risparmiato, s’è ingrassato, s’è arricchito, ha disertato, ha tradito, ha in qualunque modo congiurato per la disfatta, sa bene che troverà, negli Arditi reduci dal fronte, dei giudici e dei giustizieri inesorabili. Chi tenta oggi, con frodi e con lusinghe, di accaparrarsi il merito della pace, e di sfruttare la vittoria ai propri fini o di neutralizzarne gli effetti; chi si propone di distogliere l’attenzione delle masse dal maggior problema che deve sovrastare, oggi più che mai, a tutti gli altri problemi: la grandezza spirituale e materiale dell’Italia, sa bene che gli Arditi, vera guardia del corpo della Nazione vittoriosa, gli impediranno con ogni mezzo di nuocere.

Ecco perchè i leninisti nostrani, i borghesi [p. 27 modifica]quietisti e i conservatori della pancia cercano di spargere il discredito e la ripugnanza verso coloro che, in quest’ultimo anno, sostennero il maggiore sforzo della guerra. Ecco perchè si sentono certe donnette e certi parrucconi — coloro che non hanno l’onore di avere un fidanzato od un figlio negli Arditi — mugolare con sacro orrore che noi siamo in massima parte dei teppisti, spurgo di galera o candidati alle medesime. Non portiamo forse il pugnale? Dunque...

Senonchè, anche coloro che vorrebbero fare degli Arditi nient’altro che una «truppa scelta e disciplinatissima», senza quell’idealità, quel lirismo, quella personalità, quel carattere, che è la loro forza vera e la loro più pura gloria, hanno ugualmente torto. S’ingannano in buona fede, e in buona fede ingannano chi li ascolta. Perchè sì, qualche volta, le loro chiacchiere travisatrici riescono a svalutarci, a smorzare gli entusiasmi della Nazione che intuisce appena vagamente il nostro valore, a disidealizzarci. Ufficiale degli Arditi e cervello lucido: competenza e serenità: mi sento in diritto di dare un giudizio sui miei compagni d’arme, fiamme d’ogni colore che conosco a migliaia, che ho [p. 28 modifica]viste in combattimento, nei campi d’istruzione, nelle marce, in città, dovunque.

Non c’è orgoglio più grande, più completo, più inebriante per un italiano combattente: essere stato Ardito. Non c’è gloria d’ingegno e di opere che equivalga quella di avere assaltato gli austriaci col pugnale e i petardi. Non c’è coraggio che sia paragonabile a quello di essere penetrato con un compagno o due in una caverna, nido di mitragliatrici, e di avere sparso il terrore col lanciafiamme.

C’è proprio la graduatoria del coraggio. Non esiste un tipo-unico di coraggio. Gli Arditi sono sullo scalino più alto di questa graduatoria. Il coraggio degli Arditi non è quello di tutti gli altri. Sembrerà paradossale, ma è così. È un fenomeno di selezione, un fenomeno essenzialmente aristocratico. Volontarismo. Sdegno del tran-tran mediocre, in cui non si rischia nè si guadagna troppo. Passione per l’emozione, per il pericolo, per la lotta. Personalità, iniziativa, fantasia, accortezza di animale predace. Spirito d’avventura e spirito di corpo. Guasconismo di fatti più che di parole. Romanticismo di uno sfondo nerissimo, sul quale guizzano muscolature da acrobata. [p. 29 modifica]Intellettualità assetata di gloria, generosità capace di un’estetica raffinata. Mafia insolente del valore consapevole. Fusione perfetta di pensiero-bellezza-azione. Eleganza di un gesto primitivo, infantile, subito dopo un gesto di eroismo inverosimile. Tutti gli slanci, tutte le violenze, tutte le impennate di cui trabocca l’anima italiana.

Aristocrazia, dunque, di carattere, di muscoli, di fede, di coraggio, di sangue, di cervello. Patrizî scesi da cavallo, aviatori scesi dai velivoli, intellettuali usciti dalle ideologie, raffinati fuggiti dai salotti, mistici nauseati delle chiese, studenti ansiosi di vita, e giovinezza, giovinezza, giovinezza, che vuol tutto conquistare o tutto perdere, che vuol dare con pienezza, con salute, con energia i suoi diciannov’anni generosi e innamorati dell’Italia, di tutte le cose belle d’Italia, delle belle donne d’Italia, dell’avvenire d’Italia che intuiscono meraviglioso.

Sono questi gli Arditi del Piave, del Montello, del Solarolo, dell’Asolone, del Pertica, di Valbella, di Monte Corno. Sono questi i terribili assassini, che le donnuccole, i parrucconi e i bolscevichi paventano.

Ebbene, sì, assassini. Ma di nemici, di traditori, di rinnegati.

Giù il cappello, signori! Chi li teme, qua dentro, non può essere che un nemico d’Italia.