Novelle (Bandello, 1853, I)/Parte I/Novella XVII

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Novella XVII - Lucrezia vicentina, innamorata di Bernardino Losco, con lui si giace, e con due altri di Bernardino fratelli
Parte I - Novella XVI Parte I - Novella XVIII

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Erano andati il signor Pirro Gonzaga di Gazuolo ed il signor Alessandro figliuol del signor Giovanni Gonzaga, con molti gentiluomini, a Diporto al palagio amenissimo, per fare che a la presenza di madonna Isabella da Este, marchesana di Mantova, si facesse una pace tra dui valenti soldati. Era del mese di luglio, e già cominciati i giorni de la canicola abbrusciavano di caldo grandissimo l’aria, nè si vedeva che spirasse vento alcuno, o che pur un poco d’òra movesse una minima foglia su gli arbori. Il perchè essendosi madonna subito dopo desinare ritratta di sopra, disse il signor Pirro a la compagnia: – Signori miei, poi che madonna non v’è, io sarei di parere che andassimo tutti di brigata a goderci il fresco de la loggia del giardino e quivi passar il tempo, fin che madonna discenda a basso. – Piacque a tutti il parlar del signor Pirro, ed entrati sotto la loggia tutti s’assisero e cominciarono tra loro di varie cose a ragionare secondo che loro più aggradiva. Non guari stette che sovragiunse messer Alessandro Baesio, compagno d’onore di madama, il quale veniva da San Sebastiano. Salutò egli tutta la compagnia e fu da tutti lietamente ricevuto, perciò che era persona allegra e molto piacevole. S’assise adunque con gli altri, e come fu assiso disse: – Signori, in questa medesima ora è stato affermato al nostro signor marchese trovarsi in questa sua città di Mantova una gentil donna di molto onorevol parentado, la quale in pochissimo spazio di tempo s’è amorosamente giacciuta con tre gentiluomini forestieri, che sono persone segnalate e tutti tre fratelli carnali. Il che al signor nostro è paruto assai strano, ed ha voluto dal signor Gian Francesco Gonzaga di Luzara, che sa come il fatto è passato, intender il nome de la donna, ed in segreto egli glielo ha manifestato. – Parve a tutti il caso esser fieramente abominabile e di rado avvenuto, e molte cose sovra la preposta materia furono dette, e s’andava con varii argomenti investigando chi potevano esser i tre fratelli e la donna. Alora il signor Alessandro Gonzaga sorridendo disse: – Noi siamo venuti qui per conchiuder la pace di questi valenti uomini, e siamo entrati a parlar de la [p. 176 modifica]pace di Marcone. – E ridendo tutta la brigata, disse il signor Pirro: – Queste sono di quelle cose che a l’improviso accadeno. Ma poi che madama è ritirata, fin che venga giù si ragioni di ciò che si vuole, a ciò che meno ci rincresca l’aspettare. – Era quivi un messer Giulio Chieregato, gentiluomo vicentino, il quale secondo il proposito de la cui materia si parlava narrò un simil caso a Vicenza avvenuto, per quello che poi il signor Pirro, trovandosi meco a ragionare, puntalmente mi recitò, pregandomi a scriverlo e metterlo con le mie novelle. Il che feci io per ubidirlo. Il successo adunque di esso caso da me descritto vi mando ed al vertuoso vostro nome intitolato dono, non già, e siami testimonio il mondo, come cosa di molto valore o degna di voi, ma per mostrar che di voi ricordevole vivo e viverò sempre, avendo di continuo ne l’animo la tanta umanità vostra e i tanti da voi a me fatti piaceri. Chè in vero a voler dar cosa convenevole a la nobiltà vostra, al valore che in voi alberga, a la integrità de l’animo che sì chiara si vede, a la costanza nei casi fortunevoli de la contraria fortuna, al prezzo di tante e sì varie scienze, quante apparate con lungo studio, con fatiche grandissime e larghe spese avete, mi converrebbe esser un altro voi. Ma perchè oggidì ci sono assai, i quali vorrebbero esser tenuti santi, ed in effetto sono sentine d’ogni vizio, e se vedessero questa mia novella mi bandirebbero la cruciata a dosso, poco del lor falso giudicio curando l’ho voluta dar a voi, che sète uomo terenziano e nessuna cosa umana aliena da voi stimate. Conoscete poi chiaramente che scriver cose che a la giornata avvengono, se son cattive, non per ciò macchiano il nome di chi le scrive. Ed avendo più volte di questo ragionato insieme, giovami credere che punto non vi spiacerà che io in questo del vostro nome mi prevaglia. State sano.


NOVELLA XVII
Lucrezia vicentina innamorata di Bernardino Losco con lui si giace e con dui altri di Bernardino fratelli.


Come bene ha detto il signor Pirro, poi che madama non v’è senza cui non si può dar fine a la pace che conchiuder intendiamo, non sarà male il tempo che ci avanza consumare in piacevoli ragionamenti. E forse poteva esser che argomento di parlar ci sarebbe mancato, se messer Alessandro non ci recava materia da ragionare. Egli m’ha fatto sovvenire d’un simil caso, [p. 177 modifica]che, non è perciò molto, ne la mia patria avvenne. Io non so se questa mantovana volontariamente abbia prestato il mortaio ai tre fratelli, o vero se è stata con inganno indutta, come fu la mia vicentina di cui intendo parlarvi. Vi dico adunque che in Vicenza tra molte nobili famiglie che ci sono, che i Loschi sempre hanno posseduto onorato luogo, sì per l’antiche ed oneste lor ricchezze, come altresì per gli uomini vertuosi e de la patria amatori in quella nati. Tra questi ci fu messer Francesco Losco, il quale ebbe per moglie una gentildonna trivigiana, che gli fece alcuni figliuoli. E veggendosi egli vicino al morire, fece testamento e lasciò la moglie curatrice e tutrice dei figliuoli, e passò a l’altra vita. La donna che era da bene ed amava i figliuoli, dolente oltra modo de la morte di quello, attese con ogni diligenza al governo de la casa. Il primo dei figliuoli, che Gregorio aveva nome, essendo già instrutto ne le cose grammaticali, mandò a Padova, e per alcuna mischia indi levatolo, lo fece andar a Pavia, dove ne le leggi pontificie e cesaree divenne dottore dotto e famoso, ed a Vicenza se ne tornò, dove era molto per la dottrina sua adoperato. Le ne restavano quattro altri, dei quali uno fece far di chiesa ed uno volle che a le cose di casa seco per suo scarico attendesse. Restavano dui nati ad un parto, tra loro così simili, che non che gli stranieri sapessero riconoscere l’uno da l’altro, ma quelli di casa e la istessa madre a pena sapevano farlo. Di questi dui, uno, che Giacomo aveva nome, perchè era molto vivo ed al tutto si adattava, pose la madre ai servigi di monsignor Francesco Soderini, vescovo di Vicenza e cardinal di santa Chiesa. L’altro, chiamato Bernardino, stava a Vicenza in casa. Erano questi dui fratelli, oltra l’esser simigliantissimi tra loro, i dui più belli e leggiadri giovini che la patria mia alora avesse. Di Bernardino, presa da la sua beltà, s’innamorò madonna Lucrezia vicentina, maritata ad un dottore assai ricco. Erano le case dei fratelli Loschi ne la contrada di San Michele, vicine a la porta del Berga, ed ha nel borgo di quella di molti monisteri di monache, in uno dei quali era una parente di Lucrezia, con la quale ella teneva domestichezza grandissima e spesso la visitava, e andando al monistero le conveniva passar dinanzi la casa dei Loschi. Lucrezia ivi passando un dì vide Bernardino in porta, e le parve proprio di veder un angelo incarnato, e sì focosamente di lui s’innamorò che un’ora le pareva mill’anni di potersi trovar seco. Onde cominciò a frequentar più del solito la visitazion de la monaca per veder Bernardino, e quando lo vedeva amorosamente il guardava e cangiava di [p. 178 modifica]colore e talor anco sospirava. Il giovinetto, veggendo che una bella donna gli faceva buon viso e dolcemente il rimirava, se ne teneva molto buono. Ma perchè non era pratico di cose d’amore, chè ancora non compiva i sedeci anni, non si curò altrimenti di corteggiar la donna nè di mandarle ambasciata alcuna. Ella, che bramava esser invitata di quello che sommamente desiderava e che di grado al giovine averebbe donato, si trovava assai di mala voglia non si vedendo richiedere. Era ella di circa trenta anni, di persona snella e ben formata, di color più tosto bianco che altrimenti, con un viso tutto ridente e dui occhi amorosi che parevano due vaghe e lucide stelle. Ora, poi che aspettato ebbe non pur giorni ma mesi, e vide che il giovane non le mandava a dir nulla, diceva spesso tra sè: – Lassa me, che farò io? Che pazzia è stata la mia ad accendermi sì fieramente di sì sempliciotto figliolo, che del mio amore punto non s’accorge? Sarò sì presuntuosa ch’io lo richiegga? Averò tanto poco rispetto a la fama mia ch’io gli scriva o mandi ambasciate? Chi sa che egli ad altri non lo ridica e di me beffe si faccia? E se pur a’ miei prieghi pieghevole si renda, come uomo da me pregato dubito assai che sempre mi tenga in conto di donna vile e creda che io del corpo mio faccia mercanzia. Ahi sciocchezza di quelle donne, e di me particolarmente, che si mettono, com’ho fatto io, ad amar un giovine sbarbato. Non si sa egli che in così giovenile età non è esperienza, non ci è avvedimento alcuno? questi giovinetti per il più delle volte amano e disamano in un punto. Io conosco molto bene che, se in un uomo a me uguale avessi posto l’amor mio, e fattogli la metà del lieto viso che a questo sempliciotto ho dimostro, che io averei già ricevuto mille lettere e goduto de l’amor mio. Quanto meglio averei fatt’io a dar udienza a le tante preghiere e ambasciate di messer Gregorio suo maggior fratello, che sì fervidamente mostrava amarmi e con tanta diligenza mi corteggiava e miseramente languiva. E s’egli non è sì come questo suo semplice fratello, è nondimeno bell’uomo ed avveduto, e non si sarebbe stato con le mani a cintola come fa costui. Io non gli averei sì picciol cenno saputo fare, ch’egli mi averebbe inteso ed usatomi mille amorosi inganni, nei quali, fingendo non avvedermene, mi sarei lasciata irretir con mio onore e, senza tutto il giorno consumarmi, il mio intento averei conseguito. – Faceva questi discorsi tra sè la donna, e indarno se ne stava aspettando che il giovine la ricercasse. Ma veggendo che effetto nessuno al suo desio conforme non seguiva, impaziente a sopportar le voracissime fiamme de l’amore, ove miseramente [p. 179 modifica]struggendosi riposo alcuno non truovava, deliberò da se stessa aiutarsi. Aveva ella una sua fanticella molto esperta e audace ed assai appariscente. Di questa fatta deliberazione di fidarsi, presa la oportunità le disse: – Pasqua mia, – tale era il nome di quella, – avendoti sempre conosciuta leale e fedele, se tu credenza mi vuoi tenere, io farò di modo che di me ti contentarai. – Madonna, – le rispose la fante, – voi mi potete dir il tutto, chè sempre mi trovarete fidata e segretissima. – Or bene sta, – soggiunse la padrona. – Dimmi, non sai tu ov’è la casa dei Loschi, dinanzi la quale passiamo spesso quando andiamo al monastero de la mia parente? – Sì so, – disse la fante, – e che volete voi? – Io vo’, – le disse la donna, – che tu parli a quel giovinetto che sì spesso veggiamo in porta, di cui tante volte ti ho detto che non è più bel figliuolo di lui in Vicenza. Io sono sì ardentemente innamorata di lui, che se tu non m’aiti e non fai ch’io mi giaccia seco, io mi sento morire. Quando tu lo vedi in porta, fa di modo, se è possibile, che entrando in ragionamento con lui, egli alcuna cosa di me ti dica. E se vedi che non riesca, fagli intendere quanto io l’ami, e desideri che sia mio come io son sua. – La fante ben ammaestrata promise portar i pollastri diligentissimamente. Nè dando troppo indugio a la cosa, due e tre volte indi passando, salutò Bernardino con certa domestichezza affabile; ma il giovine timido e mal esperto in cose d’amore, le rendeva freddamente il saluto ed altro non le diceva. La fante, che deliberata era di servir la sua padrona, trovato un dì il giovine tutto solo in porta, lo salutò e gli disse: – Voi fate pur il grande, e non degnate punto chi più assai che la propria vita v’ama; egli non sta bene a stimar così poco chi vi vuol tutto il suo bene. – E chi è di cui io non tengo conto? – disse il giovine. La fante alora, entrata seco in ragionamento, si fece da capo e tutto l’amore de la sua madonna e il desiderio di quella affettuosamente gli fece manifesto, aggiungendogli mille caldissimi prieghi a fine che il giovine si disponesse ad amare chi tanto lui amava. Il giovine, che mai non era entrato in simil cimbello, udendo la fante si sentiva tutto il sangue commuoversi di vena in vena e tutto ad un tratto agghiacciarsi ed infiammarsi. Ma poi che ella ebbe dato fine al suo ragionare, egli le disse: – Ritorna a la tua madonna e raccomandami pur assai a lei, e sì le dirai che io son presto a far quanto ella vuole, pur che io sappia come, perchè non so nè quando nè dove le debbia parlare. – Non vi caglia di questo, – rispose la fante, – ch’io vi dirò l’ora ed il modo del ragionare e di trovarvi seco. Voi sapete che l’orto nostro confina in quella viottola che gli è di dietro, [p. 180 modifica]la quale suol esser molto solitaria, perchè non mai o di rado ci passa persona. Voi potete senza un pericolo al mondo, come sia notte di due o tre ore, là condurvi con una scala per scalare il muro, ed entrar dentro l’orto e ridurvi sotto il pergolato, ed attendermi fin che io verrò a pigliarvi. Il messere è fuori, ed io, come quelli di casa siano iti a dormire, vi condurrò ne la camera de la madonna, ove ella con un suo picciolo fanciullo si dorme. Voi potrete tutta questa notte starvi seco senza sospetto veruno. Ben vi prega madonna ad aver il suo onore, che mette ne le vostre mani, per raccomandato, ed esser segreto. – Bernardino disse di fare quanto era richiesto, ma che per ogni accidente che occorrer potesse, voleva menar seco un suo fidatissimo servidore. La Pasqua, che anco ella si sentiva aver voglia di non so che, a ciò che quando madonna fosse in faccende ella non stesse oziosa, si contentò del voler del giovine, e di quanto aveva tramato fece la sua padrona consapevole, che piena d’una estrema allegrezza restò contenta del tutto. Bernardino da l’altra parte, molto lieto che da sì bella donna fosse amato, attendeva la notte, ed un’ora gli pareva un anno. Scielse poi dei servidori il più accorto e più fidato, che Ferrante si chiamava, e di quanto far intendeva lo informò. Ora, poscia che il novello amante sentì là circa le due ore e mezzo il tutto per d’ognintorno col silenzio de la notte cheto, fatto pigliar in collo a Ferrante una scala, che già preparata aveva, al luogo da la fante disegnato senza incontrar persona s’inviò. Quivi scalato il muro, tutti dui nel giardino scesero ed andarono sotto il pergolato. Nè guari quivi stettero, che sovravenne la scaltrita fante, e preso per mano Bernardino, quello a la camera de la madonna condusse, avendo prima a Ferrante detto che un poco l’attendesse. Come madonna Lucrezia vide il giovinetto entrar in camera, subito se lo prese in braccio, ed avinchiatogli al collo le braccia, mille volte amorosamente in bocca basciando, gli diceva: – Sei tu qui, anima mia e cor del corpo mio? È egli vero ch’io ti tenga o pur m’insogno? Bascio io da dovero questa bocca di mèle, queste rosate labra e queste dolce guancie? Ahi, cor mio, quanto m’hai fatto penare, quante volte morire, prima ch’ai miei desiri tu ti sia voluto render pieghevole! – Nuotava la donna in un mar di gioia, e gongolava per soverchia allegrezza, veggendosi aver in balìa così bel giovine, la cui prima lanugine a pena spontava. Onde non si poteva saziare di basciarlo, stringerlo e dolcemente morsicarlo. Bernardino da l’altro canto basciava e stringeva lei. Dapoi, spogliatisi, se n’entrarono nel letto, prendendo [p. 181 modifica]insieme amoroso piacere. Mentre che i dui amanti si trastullavano, la buona Pasqua, a cui non pareva ben fatto che Ferrante solo se ne stesse, andò a trovarlo, ed entrata seco in ragionamenti, non molto stettero che fecero la congiunzione di Marte e Venere. E per più agiatamente potersi congiungere, avendo già avuta licenza di farlo, il menò al suo letto, che era in camera di madonna. Io vi so assicurare che se la padrona rifaceva i danni passati, che la Pasqua non perdeva tempo. Ora, avvicinandosi l’alba Bernardino e Ferrante si levarono, ma prima posero ordine con la donna del modo che si aveva a tener per l’avvenire, e per la medesima via che erano venuti se ne ritornarono a casa. Così assai mesi, senza impedimento veruno, si diedero questi amanti il meglior tempo del mondo. Avvenne poi che Bernardino per alcune liti andò a Vinegia, ove li bisognò lungamente dimorare. Il che a lui, e a la donna altresì, fu molestissimo. Pure fu forza aver pazienza. Essendo già Bernardino, che Ferrante seco menato aveva, lungo tempo vivuto litigando a Vinegia, Giacomo suo fratello venne da Roma a Vicenza per starvi alcuni dì a spasso. Era Giacomo un giorno in porta, e a caso passando madonna Lucrezia, che andava al monastero, il vide e tenne per fermo che fosse Bernardino tornato a casa da Vinegia, e il salutò. Giacomo, che la donna non conosceva, non le fece altro motto, se non che di berretta la riverì. Il che veggendo la innamorata donna, non sapeva che imaginarsi altro, se non che Bernardino con lei fosse adirato, ed a Vinegia si fosse innamorato, e più di lei non si curasse. Andò non molto di buona voglia al monastero, e senza parlar a la sua parente se ne tornò indietro, e per ventura vide che Giacomo ancora su la porta de la sua casa dimorava. Lo salutò un’altra volta, e con sommessa e tremante voce gli disse: – Voi siate per mille volte il ben tornato, – e perchè alcuni venivano per la contrada, non ebbe ella ardire di fermarsi, ma passò di lungo, credendo fermamente che colui che in porta era fosse il suo Bernardino. Giacomo, per esser di poco avanti tornato da Roma, portava ferma openione che la donna l’avesse salutato perchè prima che egli andasse a Roma fosse di lui innamorata. Nondimeno non gli sovveniva che di esso ella mai avesse contezza alcuna. E varie e varie cose sovra ciò pensando, nè mai al vero apponendosi, non sapeva che si dire. Onde essendo tornato in casa, disse sorridendo a Gregorio suo fratello che era dottore: – Non sapete voi che una bella gentildonna già s’è di me innamorata, e due volte in meno di mezz’ora m’ha dati i più dolci saluti [p. 182 modifica]del mondo? Ma il bello è che io non la conosco, e per essermi trovato solo in porta non le ho potuto mandar dietro nessuno dei servidori per ispiar dove se ne iva. E quasi credo che se io la rincontrassi che forse non la conoscerei. – Oh, – disse Gregorio, – pigliati pur buono in mano; perchè sei stato qualche giorno a Roma, pensi che ciascuna donna che ti vede sia di te innamorata. Altro ci vuol, fratellino. – E così parlando tra loro passavano il tempo. Ora madonna Lucrezia, portando ferma openione che colui che in porta salutato aveva fosse Bernardino, e forte dubitando che egli fosse seco in còlera, per meglio di questo chiarirsi fece l’usato segno ad una finestra, che far soleva quando Bernardino deveva andarsi a giacer con esso lei; ma ella era molto longe da mercato, perciò che Giacomo non pose fantasia a segno, e ancora che veduto l’avesse, che sapeva egli che farsi? Veggendo la donna che la notte il suo Bernardino non compariva, dolente oltra misura, non faceva se non piangere la sua sciagura, nè si poteva immaginare in che cosa il suo amante avesse offeso già mai. Onde senza dubio teneva per certo che egli, in Vinegia innamorato, più di lei non si curasse. Deliberossi adunque di chiarirsene in tutto e veder se possibil era di ridursi seco a parlamento e da lui intender la cagione di questo suo corruccio. Il perchè chiamata a sè la fante, sospirando e lagrimando le disse: – Io sono, Pasqua mia, in affanno grandissimo del dubio anzi pur certezza che ho, che di me a Bernardino non solamente più non caglia, ma che egli in grandissima còlera meco viva. Del che non so nè posso io imaginarmi cagion alcuna, salvo se non ha a male che io troppo l’ami. Egli è tornato da Vinegia, ed hollo due fiate salutato e mi pare che più non mi conosca. Ho messo a la finestra il solito tra noi convenuto segno, ma egli punto di venir non s’è curato. Il che quanta passione mi dia, Dio per me te lo dica. Vorrei mò che tu vedessi di trovarlo, e pregandolo caramente dirgli che sia contento farmi questa grazia, che io possa parlargli una volta, e che questa notte che viene io l’attenderò secondo il solito. Va, Pasqua mia cara, e fa come ho fede in te. – La fante promise di far il tutto diligentemente. E non dando indugio a la cosa, finse d’andar al monistero e ne l’andare vide Giacomo tutto solo in porta. Come ella il vide, si pensò che certissimamente egli fosse Bernardino, tanto era l’uno a l’altro simile, e passandogli avanti gli disse senza altrimenti chiamarlo per nome: – Madonna Lucrezia mia padrona vi prega con tutto il core che questa notte vogliate venir a parlarle, e che senza fallo vi aspetterà. – Giacomo, [p. 183 modifica]un poco seguendola, le rispose dicendo: – Ove vuoi tu che io venga? – Ella alora soggiunse: – Siete voi smemorato che non sappiate più venir ne l’orto nostro per la viottola di dietro, e sotto il pergolato attendermi fin che io verrò per voi? – E così senza altro dire se n’andò di lungo. Messer Gregorio il dottore, uscendo del suo studio, venne in porta a prendere un poco d’aria, e vide Giacomo con la Pasqua ragionar di segreto. Egli assai ben conosceva chi ella fosse e con chi stesse, come colui che già era stato innamorato di madonna Lucrezia, ben che indarno. Domandò adunque a Giacomo ciò che egli avesse a far con quella donna. Il giovine senza altrimenti pensar più innanzi disse al fratello puntalmente tutto quello che con la fante ragionato aveva. Il buon dottore pensò che madonna Lucrezia avesse preso Giacomo in fallo, e che di Bernardino veramente fosse innamorata, non sapendo ad altro sentimento voltar le parole da la Pasqua dette. Per questo non volle restar di provar sua ventura e veder se gli potesse venir fatto di trovarsi con qualche inganno a lato una notte a la donna. Disse adunque a Giacomo: – Io mi fo certamente a credere che questa gentildonna sia di te fieramente accesa. Ella, come tu vedi, è bella ed onorata persona, e tu dei far ogni cosa per sapertela mantenere, e non ti fidar dei servidori, i quali il più delle volte sono molto facili a manifestar gli amori dei lor padroni, di che bene spesso ne nascono di grandissimi scandali. Fa a mio modo, non v’andar senza me, perchè io volentieri, per ogni cosa che potesse accadere, sempre verrò teco. – Il giovine promise di far secondo il suo conseglio. Venuta adunque la notte, presa una scaletta, tutti dui se n’andarono a l’orto, ed entrati dentro s’appiattarono chetamente sotto il pergolato. Era il costume de la donna innamorata tener acceso un lume in camera, fin che il suo amante seco in letto si corcava, perciò che la notte ch’ella lo attendeva, tutta si poliva per parergli al lume più del solito bella. Come poi era corcata, la Pasqua il lume spegneva e dentro menava Ferrante, avendo così in commessione da la padrona, la quale da Ferrante, non so perchè, non voleva in letto esser veduta. Ora venuto il tempo convenevole, andò la fante a basso, ed entrata ne l’orto, perchè la notte era oscura e molto più buio sotto il pergolato, non passò più innanzi, ma con sommessa voce disse: – Ove sète voi? – A questa voce Giacomo si fece innanzi e rispose: – Eccomi. – Alora ella gli domandò ove era il compagno. – Quivi sono, – soggionse messer Gregorio; – andate pur là ch’io vengo dietro. – Preso la fante per mano Giacomo invece di Bernardino, [p. 184 modifica]s’inviò verso la camera, e volendo entrar dentro, s’avvide che messer Gregorio anco egli ci voleva entrare. Onde lasciato andar Giacomo dentro, diede de la mano nel petto di messer Gregorio, credendolo Ferrante, e gli disse: – Aspetta un poco ch’io verrò per te a mano a mano. Tu ti sei tosto scordato l’usanza nostra. – E detto questo entrò in camera per dispogliar la donna e il giovine. Messer Gregorio, che sapeva Bernardino suo fratello con Ferrante molto spesso andar fuor di notte quando era a Vicenza, considerate le parole de la Pasqua, tenne per fermo madonna Lucrezia esser di Bernardino innamorata, e che Giacomo per la sembianza del fratello era preso in fallo. Ora ne l’entrare che Giacomo fece ne la camera, essendo cortegiano molto gentile, salutò riverentemente la donna, la quale come il vide, fattosegli incontra, l’abbracciò strettamente ed il basciò più volte, e poi gli disse: – Beato chi vi può vedere. Sono già tanti giorni che sète in Vicenza, e fate, non so perchè, così gran carestia di voi, che a pena vi lasciate talora vedere. E che peggio è, salutandovi io questi dì, voi non degnaste di rispondermi. – Signora mia, – rispose Giacomo, – nel vero io ebbi poca discrezione; ma voi così a la sproveduta mi coglieste, che io essendo fieramente immerso in certi miei pensieri, mancai forte del debito mio. Ma eccomi che io sono qui in poter vostro; pigliate di me quella vendetta che più v’aggrada, chè io vi sarò sempre ubidientissimo servidore. – Poteva la donna al parlar cortegiano del giovine accorgersi de l’inganno e chiaro conoscer quello non esser Bernardino; ma tanta era la simiglianza dei volti dei dui fratelli, che ella era solo intenta a contemplar la bellezza del giovine, che al parlar forastiero non metteva mente. Aiutati adunque a spogliarsi da la Pasqua, se n’entrarono in letto, dove Giacomo fece prova di valente cavaliero, ma molto più lascivamente di quello che Bernardino era uso di fare, perciò che esso Giacomo aveva a Roma imparato molti tratti lascivi, così nel basciare come nel resto. Andò la Pasqua come ebbe spento il lume e introdusse messer Gregorio, il quale, ancor che gli spiacesse invece de la padrona giacersi con la fantesca, nondimeno tutta notte corse le poste. Levatisi poi per tempo i dui fratelli, a casa se ne ritornarono. Ora il marito de la donna, che era dimorato fuor di Vicenza lungo tempo, se ne venne a casa, e venendogli in acconcio, egli affittò una sua bella possessione che in contado aveva, dove soleva per il più del tempo dimorare. E così abitando in Vicenza, era levata la via a la moglie di potersi trovar con il suo amante. Di che ella menava un’amarissima [p. 185 modifica]vita e non si poteva a modo veruno consolare, avendo sempre l’animo a Bernardino. Per questo il giacersi col marito le era di grandissimo dispiacere, e tanto più pareva che la sua pena si facesse maggiore, quanto che ognora le mancava la speranza per la presenza del marito di potersi più trovare, o rarissime volte, con il suo amante. Da l’altra banda Giacomo, a cui gli abbracciamenti de la donna sommamente erano stati cari e senza fine piacevano, ogni dì sollecitava la Pasqua, con le più dolci preghiere ed affettuosissime parole che fosse possibile, a ciò che trovasse via che potesse esser con madonna. La Pasqua il tutto a la padrona faceva intendere e le diceva: – Madonna, a me fa pur gran peccato de la doglia che sopporta Bernardino tutto il dì, non si potendo trovar con voi. Egli con il suo dolce ragionare moverebbe i sassi a pietà, e pare che mi cavi il core per la compassione che ho di lui. – Con queste e simili ambasciate aggiungeva la fante fuoco a le ardenti fiamme di madonna, la quale tuttavia struggendosi ad altro non pensava che a trovar modo con qualche inganno d’appiccarla al marito, e farsi venir il suo amante. E poi che la malizia ebbe pensata, la communicò con la fante, e tra loro trovatola buona deliberarono mandarla ad effetto. Finse madonna Lucrezia e diede voce d’esser gravida e, per meglio accompagnar questa sua finta gravidezza, cominciò a sputar assai più del solito, lamentarsi di dolor di stomaco e mostrar ben spesso di aver vomito. Finse anco d’aver perduto l’appetito e d’esser talmente svogliata di cibarsi, che diceva non trovar gusto in cibo alcuno. Il povero marito ogni giorno faceva recar a casa augelletti che la stagion dava e farle fare i più saporosi e delicati manicaretti, con speziarie e cose aromatiche, che fosse possibile. Ella del tutto fastidita mostrandosi, nulla o poco, che veduta fosse, mangiava. Ma la scaltrita Pasqua, ai tempi debiti, recava sempre qualche vivanda e vini preziosi, con i quali la madonna ristorava. La notte poi per il letto dimenandosi non lasciava riposar il marito. Egli che quelle simulate passioni esser vere credeva, aveva assai maggior dolore di quello che la moglie mostrava sofferire. Le fece far rimedii assai senza profitto veruno. E perchè ella affermava pure d’esser gravida, non osarono i medici metter mano a farle aprir le vene nè darle medicine solutive. Il marito per lasciar il letto libero a la moglie s’era ridutto in un’altra camera, ed in quella ove dormiva la donna erano duo letti, un grande ed un lettuccio intorniato di sarge. Ella ora su questo ed or su quello si corcava, mostrando [p. 186 modifica]non trovar luogo che le giovasse. Poichè il marito si levò di camera, ordinò che una sua vecchia nodrita in casa dormisse con la Pasqua, a ciò che fossero preste ai bisogni de la donna. Stando le cose di questa maniera, ella il più de le volte si giaceva sovra il lettuccio, e parendole poter far venir il suo amante, mostrando però tuttavia esser cagionevole de la persona, ordinò a la Pasqua che il facesse venire. Al che ella non diede indugio, ma trovato Giacomo gli disse che la seguente notte a l’ora consueta l’aspettava. Il che al giovine fu molto caro. Onde egli e messer Gregorio, come soliti erano, passarono ne l’orto attendendo la Pasqua, la quale quando vide l’oportunità del tempo se ne andò giù, e giungendo a l’uscio de l’orto trovò che quivi era messer Gregorio, e pensandolo Bernardino, gli disse pian piano la trama che la donna aveva ordita per trovarsi con lui ai soliti piaceri: – E perchè donna Menica dorme meco nel letto grande, e madonna si giace nel mio lettuccio, egli vi conviene che vi spogliate qui, e poi veniate suso chetissimamente, chè io non posso accompagnarvi, nè vorrei più qui tardare, a ciò che donna Menica svegliandosi non si accorgesse che io non ci fossi. Voi sapete la via; venite, come spogliati sète, pian piano, che trovarete tutti gli usci aperti. – In questo mezzo che la Pasqua diede questi ordini a messer Gregorio, era stato Giacomo a far certo suo bisogno in fondo de l’orto, ed arrivò in quel punto presso al fratello quando la Pasqua si partiva. Messer Gregorio, che gran tempo era stato innamorato di madonna Lucrezia, si sentì destare il concupiscibile appetito e riaccendere le già quasi spente amorose fiamme. E ancor che sapesse Giacomo essersi con la donna amorosamente mischiato e per fermo tenesse Bernardino altresì aver di quella carnalmente preso piacere, poco di ciò curandosi, deliberò prender l’occasione che la fortuna gli poneva innanti ed esser il terzo giostratore in questa amorosa guerra, sapendo che il numero ternario appo gli antichi era numero perfetto e sacro ed in tutte le azioni loro di grandissima venerazione. Onde disse a Giacomo parte di quello che da la Pasqua aveva inteso, e tacque il resto. Spogliatisi adunque e riposti i panni insieme sotto il pergolato, cheti se ne salirono di sopra, e giunti a la camera e trovato che l’uscio di quella non era fermato, disse messer Gregorio ne l’orecchia al fratello: – Vedi, frate, guardati di far motto di parole a madonna Lucrezia, perciò che è seco a dormire la vecchia de la casa, la quale se ti sentisse, noi guastaremo i fatti nostri. Giuoca a la mutola e datti piacere. E perchè io anderò per l’oscuro più sicuramente [p. 187 modifica]di te, dammi la mano, ch’io ti porrò a lato a la tua donna. Viemmi destramente dietro. – E così lo condusse e lo pose a lato a la Pasqua. Egli poi di lungo se n’andò ove madonna Lucrezia giaceva, ed a canto a quella corcatosi, colse con inganno quel tanto da lui desiato frutto, che da lei mai per preghiere non gli era stato concesso. E ben che la donna per molti segni colui che seco si giaceva tenesse per fermo non esser Bernardino, nondimeno per tema de la vecchia, che sovente tossir sentiva, che era svegliata, non osò dir nulla già mai. Medesimamente la Pasqua s’accorse molto bene che Ferrante non era quello che il pelliccione le scuoteva, e si trovò dolente oltra modo, e non ardiva far motto per tema de la vecchia dicendo tra sè: – Lassa me, che cosa è questa? costoro non mi hanno per certo intesa. Ferrante sarà ito e postosi in letto con madonna, e Bernardino è questo che meco si giace. Se madonna di questo error s’accorge, crederà in fè di Dio ch’io l’abbia fatto a posta, e mai più non averò pace seco. Ma io non vi ho colpa. E se non mi hanno inteso, che far ci posso? – Ora venuto il tempo di levarsi, Giacomo disse pian piano ne l’orecchia a la Pasqua che senza fallo la seguente notte ritornarebbero. Sapeva messer Gregorio che questa novella non poteva andar molto innanti che non si scoprisse, sì perchè dubitava che le donne de l’inganno non si accorgessero, ed altresì che di giorno in giorno aspettava Bernardino. Per questo voleva fin che concesso gli fosse goder madonna Lucrezia, avvenisse poi ciò che si volesse. Levatisi adunque senza far stropiccio alcuno, se ne tornarono a casa. Era messer Gregorio de l’inganno al fratello usato fuor di modo allegro, e ragionando con Giacomo gli domandò come s’era la notte diportato. – Io vi dirò il vero, – rispose Giacomo; – madonna Lucrezia non mi par più dessa. Io l’ho ben trovata grande e compressa come prima, ma il fiato non ha più così soave come soleva; non già che le putisca, ma mi pare un poco grosso. Non ha anco più ne la persona quella delicatezza de le carni che era usa d’avere, chè adesso mi paiono a toccarle carne d’oca, che prima rassembravano schietto avorio. Le ho poi trovate le mani dure e ruvide, nè so che mi dire. – Messer Gregorio a queste parole del fratello smascellatamente rideva, e quasi di lui si gabbava, e gli diceva: – Io non so come sia possibile che ella abbia fatto in così breve tempo tanta mutazione; potria esser per qualche accidente. Ma ella tornerà al naturale. – Da l’altra parte madonna Lucrezia e la Pasqua, che sapevano d’aver la notte cangiati gli amanti, si guardavano mezzo in cagnesco; e tuttavia credendo l’una [p. 188 modifica]che l’altra forse de l’inganno non si fosse avveduta, ciascuna si taceva. Pensava madonna Lucrezia e tra sè diceva: – Potrebbe di leggiero avvenire che questa imbriaca de la fante non si sia del cambiamento degli uomini nostri avveduta, e pazzia sarebbe la mia farla avvisata di quello che forse non sa, e discoprir le mie vergogne. Chi sa anco ch’io non m’inganni, e la mia sia una falsa sospezione, e che l’aver tutta questa notte vegliato, che non mi faccia andare il cervello a torno. Io pur dissi alla fante che deveva avvertir Bernardino de la mutazion dei letti, il che mi riferì aver diligentemente fatto. – La Pasqua anco non ardiva farne motto a la padrona, e deliberava come prima vedeva o Bernardino o Ferrante, di nuovo lor dire come avevano cangiato letto. Quella matina istessa arrivò poi Bernardino a Vicenza, che il giorno avanti s’era da Vinegia partito, e desinato che ebbe con i fratelli se n’andò per veder la sua innamorata. La Pasqua il vide e credendolo esser quello che la passata notte seco era giacciuto, uscì di casa e gli andò dietro per ammaestrarlo come dormivano, a ciò che la seguente notte non si prendesse errore. Come ella il giunse il salutò, ed egli, resole il saluto, le domandò come stava madonna. – Bene, – rispose ella, – al piacer vostro, e questa sera senza un fallo v’aspettiamo. Ma per l’amor di Dio guardate a non fallire, perchè madonna dorme nel mio letto, ed io nel suo insieme con donna Menica. Per questo io non verrò altrimenti per voi, ma quando sentirete ogni cosa cheta, venite di lungo e ricordatevi non commetter fallo. – Volendole Bernardino rispondere non so che, sovravennero alcuni, di modo che la Pasqua se n’andò di lungo, ed il giovine altro non disse. Venuta la notte da tutti tre i fratelli con desiderio grandissimo aspettata, e parimente da Ferrante, messer Gregorio, che non pensava che per esser Bernardino venuto quel dì da Vinegia volesse la notte andar fuori, con Giacomo uscì di casa, e tutti dui ne l’orto entrarono, e spogliandosi lasciarono i panni sotto il pergolato ed entrarono nel cortile per meglio conoscere quando i lumi de la casa fossero spenti. E parendo loro che il tutto fosse queto e nessuno più si trovasse fuor di letto, chetamente se ne salirono di sopra ed entrarono pian piano ne la camera de la donna, come la passata notte avevano fatto, perciò che messer Gregorio di nuovo ingannò il fratello e lo condusse a lato a la Pasqua, ed egli entrò nel letto con madonna Lucrezia. Ella subito si destò e cupidamente raccolse messer Gregorio credendo tirarsi appresso Bernardino. Ma tantosto s’avide che colui non era il suo amante, e dubitò [p. 189 modifica]che Bernardino, lasciato Ferrante, un altro compagno condotto avesse, parendole che Ferrante non devesse aver le carni così morbide e così delicate mani come aveva colui che seco giaceva. Era messer Gregorio giovine molto delicato e bello di persona, se bene la sua bellezza era assai minore de la beltà del fratello. Dolente adunque oltra modo la donna, non sapeva ciò che si fare. Averebbe volentieri gridato, ma temeva svergognarsi con la vecchia. Pensando poi che forse colui che seco giaceva si credesse d’esser appo la Pasqua, alquanto alleggeriva l’acerba sua doglia, e così freddamente si lasciava godere, senza altro dire, a messer Gregorio, il quale avvedutosi che la donna de l’inganno s’accorgeva, tra sè ridendo attendeva a darsi piacere. La Pasqua, accortasi anco ella che colui che appresso aveva non era Ferrante, ma Bernardino, si teneva per disfatta e la più dolente femina che mai fosse, e maladiva quella strega de la Menica, perciò che se ella non fosse stata in camera ella averebbe dato a l’arme e gridato, a ciò che la madonna avesse potuto conoscere che ella di cotal inganno non ci aveva una colpa al mondo. Doleva a madonna Lucrezia grandemente a quel modo esser beffata, ma d’invidia e di gelosia ardendo, non poteva sofferire che la ribalda de la fante il suo caro Bernardino si godesse e tutta notte ne le braccia tenesse. E questo verme era quello che più d’ogn’altra cosa il core le rodeva. Ma lasciamo che queste donne se ne stiano un poco parte in pena e parte in gioia, perchè esser non può che negli abbracciamenti ed amorosi baci non sentissero alcun poco di piacere. Bernardino, non molto dopo i fratelli, uscì con Ferrante di casa e ne l’orto entrò, ove stette buona pezza scordatosi che la Pasqua detto gli avesse che per lui non poteva venire. Era già passato gran pezzo di notte e molte fiate Bernardino s’era adirato contra la Pasqua, ed il medesimo faceva Ferrante. Sovvenuto poi a Bernardino de le parole de la Pasqua, le disse a Ferrante, e deliberarono andar a vedere se la camera de le donne era aperta, e trovatola fermata pensarono che alcun accidente fosse sopravenuto. Onde tornarono indietro e passando per il giardino ebbero veduto i panni dei fratelli e la scala. Alora disse Bernardino: – Ecco leali femine, fidati di loro. Io amavo più costei che la vita mia, e per amor di quella mi sono astenuto a Vinegia e qui da mille trastulli amorosi che mi averei potuto prendere. Or sia con Dio. Non sarà per l’avvenire più femina che m’inganni, perchè di loro con il pegno in mano non mi fiderei mai più. – Se Bernardino si lamentava e diceva mal de le donne, io vi so dire che Ferrante non si teneva la [p. 190 modifica]lingua fra i denti, e diceva mal e peggio, essortando il padrone a darsi buon tempo e vita chiara con quante donne gli venivano a le mani. – Che credete voi, – diceva egli, – che questa sia la prima che queste feminaccie ci hanno fatta? Egli non è la prima e meno sarà l’ultima, perchè vogliono tanti uomini quanti ne ponno avere, e mai non sono nè sazie nè stracche. – Ed essendo tutti dui di fellone e mal talento contra le donne, e volendosi partire, Ferrante al padrone rivolto disse: – Lasciaremo noi questi panni qui? Non li lascierò già io, siano mò di chi si voglia. – Non voleva Bernardino che i panni si levassero, ma Ferrante gli prese insieme con la scala, ed uscirono de l’orto. Poi messosi in collo le due scale, ed i panni sotto il braccio, disse Ferrante: – Al corpo che io non vo’ dire, egli sarebbe ben fatto che noi facessimo levare tutti i nostri servidori di casa, e prender l’arme e far un mal giuoco a costoro che sono con le donne. – Così parlando di questo, arrivarono a casa, ove sviluppati i panni e manifestamente conosciuto che erano di messer Gregorio e di Giacomo, fu mal contento Bernardino che la scala si fosse levata. Era già quasi l’alba, il perchè essendo ora di levarsi, i dui fratelli, lasciate molto malcontente le donne che ingannate si conoscevano, se ne scesero a basso, e non trovando nè scala nè panni, dolenti e pieni di meraviglia, con gran fatica a la meglio che puotero salirono il pergolato, ed indi si lasciarono dietro al muro cader giù, nè altro male si fecero, se non che alquanto si scorticarono le gambe, per esser senza calze. Erano a pena in terra, che Bernardino e Ferrante, venendo con frettoloso passo, gli arrivarono sopra con i panni e la scala. Chi gli avesse veduti in viso, non so qual di loro avessi trovato più smarrito o più pieno di vergogna, perciò che tutti quattro erano ad un termine. Ora, senza perder tempo, tutti di brigata se ne tornarono a casa. Bernardino fieramente si doleva di Giacomo, che con la sembianza del volto si fosse finto esser Bernardino ed avesse la sua donna ingannata. Giacomo si scusava, dicendo che già mai non aveva inteso che egli fosse de la donna innamorato; chè se saputo l’avesse, non si sarebbe seco domesticato. Messer Gregorio alora postosi in mezzo ai fratelli disse a Bernardino: – Deh, fratel mio, se Dio ti salvi, dimmi come e quando cominciasti a domesticarti con costei, chè di Giacomo come il fatto sia seguito so io troppo bene. – Bernardino, fattosi da capo, narrò puntalmente tutta l’istoria del suo amore come era avvenuta. Messer Gregorio alora narrò loro come egli aveva ragione di rammaricarsi più che essi, perchè prima di loro era stato de la [p. 191 modifica]donna amante, e gli consegliò che per quel poco tempo che Giacomo deveva restar in Vicenza s’accordassero, e vicendevolmente la donna godessero. Ed ancor che a Bernardino dispiacesse, pur sapendo che Giacomo già l’aveva goduta, vi s’accordò. Le donne levate la matina si guardavano con mal occhio, di modo che la Pasqua, spaventata da una brutta guardatura de la padrona, le disse: – Madonna, io non ci ho colpa, perchè gli avvertii molto bene de la mutazione dei letti, e glielo replicai più volte, nè so come questo fatto sia ito. Io per me ne sono tanto dolente che non potria esser più, e solamente di voi mi duole. – Cotesto crederò ben io, gaglioffa che tu sei, – rispose madonna Lucrezia, – che di te nulla ti caglia, che tanto trista ti faccia Iddio, quanto io bramo d’esser contenta. Tu non hai perduto nulla in questo fatto, che non so che mi tenga che non ti cacci gli occhi del capo. Tu hai voluto goder Bernardino, brutta femina che tu sei. Ma io te ne pagherò a doppia derrata, e ti farò quei basci di quella dolcissima bocca parer più amari che assenzio e fele. – Piangeva la poverella de la fante e teneva pur detto che la colpa non era sua, e che gli aveva avvertiti. La donna non accettava scusazione alcuna, e le diceva che ella si deveva pur avvedere che colui che seco giaceva non era Ferrante. – Io me ne avvidi pur troppo, – soggiunse la Pasqua; – ma che volevate voi che io in quel punto facessi? Io dubitava troppo che quella strega de la Menica non s’accorgesse che meco fosse un uomo, e che le nostre trame si discoprissero, che sarebbe stato troppo gran fallo, ed una macchia tanto grande che tutta l’acqua del Bacchiglione non saria bastante a lavarla. Cara madonna, io tremava di paura che quella traditora vecchia non si svegliasse, e sentisse il ruzzar di Bernardino, il quale, come mi fu appresso, credendosi che io fossi voi, m’abbracciò stretta stretta e mi diede i più soavi ed amorosi basci con quella bocca inzuccherata, che pareva che di dolcezza tutto si struggesse, il che Ferrante non era solito di far già mai. – Queste parole, scioccamente da la Pasqua dette, accrescevano meravigliosamente la doglia e lo sdegno de la madonna, e se non fosse stato che la Pasqua era consapevole di tutte le trame de la padrona, ella furiosamente l’averebbe a brano a brano smembrata. Ma la Pasqua che vide l’ira de la donna, umilmente le disse: – Madonna, che averete voi fatto quando a torto mi averete date tante busse quante vi piacerà darmi? Io ho pur fatte tante fatiche per voi, che questo picciolo errore mi deverebbe esser perdonato. – Poco errore ti par questo? – rispose madonna. – Basta, basta, noi un dì [p. 192 modifica]faremo ragione. – Le parole furono assai tra lor due; a la fine la Pasqua aiutata da subito conseglio disse: – Madonna, voi sapete pure che si suol dir «Peccato occulto si può dir non fatto». Io porto ferma openione che nè Bernardino nè Ferrante si siano accorti de l’errore, perciò che nè voi con Ferrante nè io con Bernardino dicemmo nulla, queste passate notti, per tema de la maledetta vecchia. Ora come messere vada fuori, voi potete dir a la Menica che vi sentite assai bene, e che non ci è più bisogno di lei, e farla tornar a la sua camera. Noi faremo poi venir Bernardino e Ferrante, e terremo il lume in camera, e potremo a nostro piacere parlare, ed a questo modo non ci sarà pericolo d’inganno. – Restò sodisfatta assai a queste parole madonna Lucrezia, e con la Pasqua si riconciliò, deliberando seguir il conseglio che ella le dava. Venuta non molto di poi l’occasione che il marito andò fuori, elle si fecero venire gli amanti. Bernardino e Giacomo, accordatosi insieme, ora l’uno ed ora l’altro, accompagnati da Ferrante, andavano a giacersi con la donna, e si davano il meglior tempo del mondo. Si partì poi Giacomo, e se ne ritornò a Roma ai servigi del suo cardinal Soderino. E così Bernardino restò solo in possessione dei beni de la donna, la quale, ogni volta che ci era la comodità, se lo faceva venire a dormir seco. Durò questa pratica tra loro molti e molti mesi ed anni. A la fine poi, per certe parole di Ferrante, la cosa si divolgò, di modo che pervenne a l’orecchie di madonna Lucrezia, la quale certificata che con i tre fratelli s’era giaciuta, si ritrovò la più dolente donna del mondo, e si ritirò da questa impresa, nè più volle dar udienza a parole a Bernardino, ma attese a vivere onestamente. Sono alcuni che dicono che messer Gregorio ordinò a Giacomo ed a Bernardino una certa favola per ingannar la donna, volendo che tutti dui andassero di compagnia, e dessero a intendere a la donna che l’uno era il genio de l’altro e che essendo tutti dui in camera che le donne restarono fuor di modo piene di meraviglia, non sapendo discerner qual fosse Bernardino, e che questo modo cangiavano pasto or con madonna or con la fante. Ma mia avola diceva la cosa esser de la maniera che io v’ho narrato. E così a tempo averò finito, chè io sento i cagnoletti di madama venir abbaiando, che è segno che essa madama discende a basso.


Il Bandello a la diva Violante Borromea [p. 193 modifica]fiorentina salute


Se le donne, di qual grado od età si siano, quando sono dagli uomini richieste di cosa meno che onesta, sapessero quanto importi nel sesso feminile e di quanta lode sia degno questo titolo d’onestà, e quanto le renda agli uomini amabilissime e più che care, elle nel vero non sarebbero così pieghevoli e facili a darsi loro in preda, come assai sovente si vede che fanno. Ponno pur le donne, e per udita e per lezione e spesso anco per i casi che a la giornata occorreno, sapere che infinite ne sono state, per aver troppo leggermente creduto, ingannate, e che generalmente gli uomini tante ne appetiscono quante ne vedono, e mai, o ben di rado, d’una sola si contentano; e nondimeno tutto il dì elle danno di capo ne la rete, e correno a la manifesta rovina loro, come la farfalla tratta da la vaghezza del lume corre volando a la certa sua morte. Nè credo io che altro di questo sia cagione, se non che molte per poco cervello s’abbagliano, ed altre assai, persuadendosi o con beltà o con altri modi poter legar gli uomini e tenergli sempre soggetti, di gran lunga ingannate si ritruovano. Non fece già così la sempre da essere commendata e riverita gentilissima vostra cittadina Gualdrada, la quale assai più stimò d’aver questo titolo d’onestà che la grazia ed il favore d’Ottone III, imperadore romano. Il che come avvenisse, essendo il valoroso giovine e provido capitano, il signor Marco Antonio Colonna, dopo la rotta data al signor Bartolomeo Liviano a la torre di San Vincenzo, alloggiato nel venerabil convento di Santa Maria Novella, narrò a la presenza sua frate Sebastiano Buontempo, maestro in sacra teologia e priore del detto convento. Essendomi paruta l’istoria degna d’eterna memoria, l’ho descritta, come vederete, e al nome vostro dedicata. E come poteva io meglio collocarla, che un generoso atto d’una magnanima vergine ad un’altra vergine non meno onesta e magnanima, qual voi sète, donare? Attendete pur e perseverate, seguendo il camino che principiato avete, chè ogni giorno più s’accrescerà in voi il desio de la vertù e de le