Novelle (Bandello, 1910)/Parte I/Novella LII

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Novella LII - Bellissima vendetta che fece uno schiavo della morte del suo Soldano contra un malvagio figliuolo di quello

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Novella LII - Bellissima vendetta che fece uno schiavo della morte del suo Soldano contra un malvagio figliuolo di quello
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IL BANDELLO

a l’illustrissimo e reverendissimo

monsignor

pompeo cardinal colonna


S'io campassi piú anni che non fece Nestore che tanto seppe e tanto visse, non mi uscirá mai di mente la cortese umanitá vostra che, venendo voi di Fiandra col signor Girolamo Adorno ed il signor Cesare Fieramosca quando foste creato cardinale, a me degnaste in Mantova usare a la presenza di monsignor illustrissimo e reverendissimo Sigismondo Gonzaga cardinale di Mantova e dei detti dui signori, la quale nel vero fu oltra ogni credenza inestimabile. Ma che dirò poi de l'accoglienza che a Roma faceste a quello sfortunato bandito Giovanfrancesco Bandello mio padre carissimo, quando egli dal Fieramosca vi fu condotto in camera a farvi riverenza? Se il signor Prospero aveva usato de la solita sua larga liberalitá con esso mio padre, voi non voleste esser in modo alcuno da lui superato. E nondimeno io stimo molto piú quelle onorate parole che a mio padre di me diceste che se mi fosse stata donata una cittá. Onde mi sento cosí fatti lacci avvinti al collo de l'obligo e riverenza ch’io debbo a la gloriosa ed immortal Colonna avere, che eternamente le resto servidore e quella chino, onoro e riverisco. Ora desiderando io di mostrarmi non dirò giá grato, perché la mia bassezza non potrebbe verso tanta altezza usar gratitudine eguale ai ricevuti benefici, ma almeno manifestarmi ricordevole di voi e debitor perpetuo, poi che né oro né argento dar vi posso, dandone tuttavia voi a me ed agli altri, imiterò i poveri contadini, i quali non possendo sacrificar a Dio con mirra o con incenso o con altre cose preziose, gli offeriscono de l’erbe e dei fiori e ne inghirlandano gli altari. Cosi io a ciò che veggiate che io [p. 234 modifica]234 PARTE PRIMA di voi sono ricordevole, v’appresento una mia novella, e non con quella adorno l’ornatissimo vostro nome, ma con la gloria del vostro nome immortale abbellisco ed inghirlando il mio pic¬ ciolo e povero dono, che essendo con il vostro glorioso nome veduto, sarà sempre stimato esser qualche cosa, ché senza quello sarebbe nulla. Eccovi adunque essa novella che questi di a la presenza di madama illustrissima di Mantova narrò Cristoforo Orefice da Milano, il quale non è molto che di Levante venne ed ancor con le navi portughesi è ritornato in quel nuovo e meraviglioso mondo. State sano. NOVELLA LII Bellissima vendetta che fece un schiavo de la morte del suo soldano contra un malvagio figliuolo di quello. Scrive nel suo Itinerario Lodovico Vartomanno romano, ed 10 anco navicando per quelle contrade intesi dire, come in Etiopia è una città nomata Ormo, la quale è un’isola lungi da terra¬ ferma circa dodeci miglia, ove è una bellissima pescagione di perle preziosissime. Di questa città era soldano al tempo che Lodovico per quel paese passò, uno che era de la setta mao¬ mettana, il quale aveva undici figliuoli maschi. Dei quali il minor d’età era riputato mezzo matto; ma il maggior di tutti era di sot¬ tilissimo ingegno, astuto e sopra modo malizioso, molto più inchi¬ nato al male che al bene. Aveva altresi questo soldano dui schiavi comprati, i quali erano del reame del prete Gianni che'è prencipe cosi famoso e ricco. Questi per aver sempre fedelmente servito 11 soldano e verso lui dimostrato una fedele ed amorevol servitù, erano da lui fatti ricchissimi ed amati quasi a paro dei figliuoli, ed appo il popolo per la buona natura loro in grandissimo cre¬ dito si trovavano, cercando compiacer a tutti e non dar nocu¬ mento a persona. Era il soldano vecchio, ma d’una vecchiezza robusta e molto vivace, e pareva che ancora devesse viver un’età. Il che considerando il suo figliuol maggiore che era am¬ bizioso e appetiva di farsi signore, non potendo aspettar il naturai corso de la morte del padre, con l’aiuta d’alcuni suoi [p. 235 modifica]NOVELLA LII 235 scelerati come egli era, prese il padre, la madre e tutti i fratelli, eccetto il minore il quale niente stimava, e a tutti cacciò gli occhi del capo senza punto aver di loro pietà; né contento di cosi crudel sceleratezza come fatta aveva, fece i fratelli acce¬ cati condurre in quella camera dove il padre e la madre mise¬ ramente piangevano la lor cecità. Quivi fece egli accender un gran fuoco, di maniera che i poveri parenti e i fratelli suoi a cui gli occhi aveva cavati, tutti crudelissimamente ardendo fece morire. La matina publicatosi si nefando e scelerato parricidio appo gli uomini de la contrada, fu fatto un gran tumulto; ma essendo lo sceleratissimo parricida impatronitosi de la fortezza, fu senza contrasto creato soldano. Il minimo fratello inteso il fatto, non come pazzo e scemonnito ma come saggio se ne fuggi dentro il tempio che appo coloro è in grandissima riverenza, e sempre fu conservato libero da ogni violenza; e quivi come vendicatore de la sceleratezza nei parenti e fratelli commessa se ne stava, gridando tuttavia ad alta voce: — O dèi buoni, non vedete voi come il mio fratello è divenuto un pessimo demonio? Egli ha morto il padre e la madre e tutti i fratelli e senza pietà alcuna arsi, e voi sopportate che regni? — Cosi stava gridando il misero giovinetto, ma nessuno a vendicar tanto enorme pec¬ cato si moveva, ed egli del tempio uscir non ardiva, perché subito il crudel fratello l’averebbe fatto ammazzare. Quivi adun¬ que dai sacerdoti nodrito se ne stava, piangendo la sua infelice fortuna. Ora passati circa quindeci giorni dopo il commesso par¬ ricidio ed ogni tumulto essendo cessato, il crudel soldano, pa¬ rendogli esser mezzo confermato nel dominio, deliberò levarsi dinanzi gli occhi coloro dei quali poteva ragionevolmente temere. Onde mandò a domandar il più vecchio dei dui schiavi che tanto dal padre erano amati, che Maometto si chiamava. Arri¬ vato Maometto a la presenza del signore, gli disse: — Che mi comandi, signor mio? — Alora disse il crudel tiranno: — Non vedi ch'io son soldano di questo regno? — Il veggio — rispose Maometto; — ma che mi comandi che a tuo servizio da me far si possa? Eccomi prontissimo per ubidirti. — Il soldano alora in segno di grandissima domestichezza presolo per la mano, [p. 236 modifica]236 PARTE PRIMA cominciò a fargli molti vezzi e dopo gli disse: — Vedi, Maometto, se tu farai ciò che io ti comanderò, tu sarai appo me in quello stesso credito che tu eri appresso mio padre. Va’ ed ammazza il tuo compagno, ed io subito ti farò signore di sette castella di questo mio regno. — A questo fiero comandamento Maometto in questo modo rispose: — Signor mio, io sono stato trenta anni continovi suo amorevol compagno e sempre siamo vivuti insieme come fratelli. A me non darebbe mai il core di commetter si fatta sceleraggine, e porto ferma openione che volendolo ferire che il ferro di mano mi caderebbe. — Sentendo questa non sperata risposta disse il soldano: — Ora sia con Dio. Lascia stare, ché in altre cose poi ti adoprerò. — Passati tre giorni dopo questo, il soldano celatamente fece a sé chiamare Caini, che era l'altro schiavo compagno di Maometto, e gli disse: — Caini, io mi sento molto offeso da quel ribaldo di Maometto e ho deliberato che non viva. E perché in questo non ci è nessuno che meglio di te servir mi possa, non si guardando egli dai fatti tuoi, io vo’ che tu come prima potrai l’ammazzi; e come l’averai ucciso, vieni a trovarmi, ed io ti prometto donarti sette castella e farti il mio più favorito ch’io abbia. —Cairn non pensando più avanti, con lieto viso disse: —Sia fatto, signor mio, ciò che tu comandi. Lascia la cura a me ed io senza fallo ti leverò di fastidio. — Si parti Cairn, ed andato a la sua stanza s’arinò sotto panni, e s’inviò verso la casa di Maometto per metter ad essecuzione il comandamento de l’empio padrone. Ma perché di rado una si fatta sceleraggine si può celare, egli era tutto in viso cam¬ biato. Onde come Maometto lo vide, subito s’imaginò il fatto com’era, e con fiero e turbato volto gli disse: — Ahi traditore scelerato, tu vieni per ammazzarmi, io lo so; ma la non ti anderà fatta come tu pensi. — Si scusava Caini e negava non esser venuto a cosi fatto effetto. Ma l’altro che vedeva il segno del mutato volto — Come puoi negarlo? — gli disse — non veggio io apertamente nel tuo viso la sceleratezza che vieni per fare? Or via, tu sarai pur quello che da me sarai senza pietà alcuna am¬ mazzato. — Era Maometto molto più gagliardo di Cairn e uomo di grandissimo core. Onde Cairn dubitando di lui, ai piedi di [p. 237 modifica]NOVELLA LII 237 quello gettò la spada che a lato aveva, e lagrimando confessò come per comandamento del nuovo soldano era venuto per am¬ mazzarlo, e che per questo con quella stessa spada che egli voleva ammazzarlo che a lui desse ne' fianchi, perché meritava ogni male. Maometto alora cosi gli parlò: — A nessuno deve essere dubio che tu non sia un pessimo traditore, perciò che essendo stato più di trenta anni meco in un medesimo albergo e da me non essendo mai stato offeso, anzi avendo ricevuti mille piaceri, m’abbi ad instanzia d’altri voluto uccidere. Ma io non voglio usar teco quel castigo che meriti e che altri forse teco usarebbe. Adunque poi che io ti perdono, saperai che questi giorni passati questo crudelissimo parricida mi comandò che io d uccidessi, promettendomi premii grandissimi a fine che il suo voler mandassi ad essecuzione; il che io apertamente gli negai. Ora se tu farai per mio conseglio, tu anderai a trovar il tiranno e gli dirai come son da te stato morto e che ti voglia dar il premio che t’ha promesso. — Andò Cairn a trovar il soldano, il quale come lo vide, subito gli disse se aveva morto l’amico come imposto gli aveva. — Il tutto s’è essequito — rispose Cairn, — perché io l'ho ucciso. — Il soldano alora mostrando di voler festeggiare Caini, gli gettò al collo il braccio sinestro e con la destra cacciato mano ad una daga, gliela ficcò nel petto e se lo fece cader morto ai piedi. Né guari dopo stette l’ardito Mao¬ metto che benissimo armato andò ed entrò in camera del sol¬ dano. Subito che il soldano lo vide, in vista fuor di misura tur¬ bato gli disse: — Ahi can figliuolo di cane, tu sei vivo? tu vivi, traditore? — Io vivo — rispose arditamente Maometto, — e vivo in dispregio dei casi tuoi, perché con l'aiuto di Dio ho deliberato come meriti d’ammazzarti e far di te quello strazio che a la tua scelerata e trista vita si conviene, per fare in parte vendetta de la morte dei tuoi parenti e fratelli. — Il dir queste ingiuriose parole ed il cacciar mano a la spada fu tutto uno. E cosi diffendendosi il soldano quanto più poteva a la meglio che sa¬ peva, si cominciò la mischia tra lor dui. Gli uomini del soldano ai quali la sceleratezza e crudeltà da lui commessa era in odio e desideravano che egli fosse morto, in soccorso di quello punto [p. 238 modifica]238 PARTE PRIMA non si mossero, anzi andarono chi in qua chi in là, lasciando il crudel padrone ne le mani a Maometto che sapevano esser de la persona molto prode ed animoso, di modo che dopo breve contesa lo scelerato soldano fu miseramente per le mani di Mao¬ metto tagliato a pezzi. Fatto questo, egli subito col favore del popolo occupò il reai palazzo e dispose le guardie ove più gli parve conveniente. E perché egli era carissimo a la moltitudine fu da tutto il popolo salutato soldano. Accettò il dominio Mao¬ metto, e cominciò con grandissima giustizia ed umanità a go¬ vernar lo stato e disporre il tutto prudentissimamente. Ed avendo circa un mese governato e il tutto ridotto ad ottimo termine, un giorno fatta sonar la trombetta, fece congregar tutto il po¬ polo cosi quello d’Ormo come anco i mercadanti e stranieri che vi si trovarono. Ed essendo tutti per comandamento suo congregati, egli in mezzo de la moltitudine ascese in alto e in questa forma a tutti parlò: — Sapete molto ben tutti voi che qui congregati séte, come io non sono di questa isola, ma fui com¬ perato schiavo già molti anni passati dal padre di quel ribaldo tiranno che io con l'aiuto di Dio ho ammazzato. Sapete anco il buon trattamento che il mio signor sempre mi fece, al quale io fedelissimamente sempre ho servito. Ora lo scelerato figliuolo, non figliuolo ma demonio incarnato, tratto da l'ambizione del dominare e non volendo attender il naturai corso de la morte paterna, impaziente d’aspettare commise la nefanda e inaudita sceleratezza che a tutti è nota. E quantunque il debito mio volesse che io del mio caro padrone facessi vendetta, nondimeno io non ci pensava, disposto di lasciar far a Dio quello che più gli fosse piacciuto, non mi parendo esser bastante a cotanta im¬ presa. Ma Tinsaziabil tiranno non contento di quanto commesso crudelmente aveva, cercò d’ammazzarmi. — E quivi narrata tutta l’istoria di lui e di Cairn suo compagno, soggiunse: — A me parve che Dio mi mettesse in animo che io devesse liberarvi da le mani di cosi empio e scelerato signore. Il che essendomi successo, mi pare che il dominio si debbia render a colui al quale dirittamente appartiene. Onde vi prego che vogliate esser contenti che io restituisca il dominio al figliuolo del mio signore, [p. 239 modifica]NOVELLA LII 239 del quale è di ragione, come del vero è solo erede del padre. Io ho di modo acconcie le cose che egli potrà leggermente il tutto governare. — A Maometto consenti ciascuno, e cosi lieta¬ mente fu levato del tempio il giovine .ultimo figliuolo del soldan vecchio e creato soldano, con questo perciò che Maometto fosse governatore. Degno veramente è questo Maometto d’eterna me¬ moria, a cui pochi pari si trovarebbero che essendo fatti signori cercassero d'imitarlo. Ma egli come uomo da bene fece molto più stima de la ragione che de l’util proprio. [p. 240 modifica]u