Novelle (Bandello, 1910)/Parte III/Novella XXXI

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Novella XXXI - Un giovine milanese innamorato d’una cortigiana in Yinegia, s’avvelena, vergendosi da quella non essere amato
Parte III - Novella XXX Parte III - Novella XXXII
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IL BANDELLO

a l'illustre e vertuoso signor

giovanni rotario


Il carnevale passato ch’io feci in Asti, ritrovandomi con voi, con la signora Margarita Tizzona contessa di Deciana e con la signora Laura Scarampa e molte altre nobilissime e belle dame e alcuni gentiluomini, s’entrò a parlar di coloro i quali si perdono ne l'amore d’una cortegiana da partito, che manifestamente saperanno che per ogni prezzo presterá il corpo a vettura a chiunque la vorrá mercadantare. Furono quasi generalmente biasimati da tutti ed ¡stimati uomini di pochissimo ingegno. Sovvienimi che voi tra ¡’altre cose diceste che vi pareva impossibile che un uomo amasse una donna che del suo corpo compiacesse ad altri, eccettuando il marito, del quale pare che generalmente non s’abbia gelosia. Ora essendo io questi di in Milano a ragionar con la signora Barbara Gonzaga contessa di Gaiazzo e vostra cognata, messer Girolamo Claricio, uomo ne le lettere greche e latine dotto, che di poco innanzi era venuto da Vinegia, narrò una novelletta de la materia che noi in Asti parlavamo, per la quale voi vederete esser non solamente vero che gli uomini amano de le donne che a tutti in preda si dánno, ma anco trovarsene di cosí scemonniti che per soverchia passione di loro ne moiono. Con questo io pagherò la promessa che vi feci di darvi una de le mie novelle, che è questa ch’io ora vi dono e sotto il nome vostro metto. State sano. NOVELLA XXXI Un giovine milanese, innamorato d’una cortegiana in Vinegia, s’avvelena veggendosi da quella non esser amato. Vinegia, gentilissima signora, come ciascuno può sapere che vi sia qualche tempo dimorato, è cittá mirabile per lo sito ove M. Bandku.o, Novelle. [p. 322 modifica]322 PARTE TERZA si trova tra quelli stagni marini fondata, e bellissima per i molti magnifici e ricchi palagi che vi si veggiono edificati. È poi, a mio giudicio, città molto libera, ove ciascuno, sia di che stato si voglia, può andar e star solo e accompagnato come più gli aggrada, ché non v'è nessuno che lo riprenda o che ne mor¬ mori, come qui si fa; ché se un gentiluomo non mena una squadra di servidori seco, dicono che egli è un avaro, e se con troppo coda, diranno che egli è prodigo e che in quindici di vuol logorare le sue facultà. V'è poi un’altra cosa in Vinegia, che ci è un infinito numero di puttane, che eglino, come anco si fa a Roma e altrove, chiamano con onesto vocabolo « corte- giane ». Quivi intesi esser una usanza, che in altro luogo esser non udii già mai, che è tale: ci sarà una cortegiana, la quale averà ordinariamente sei o sette gentiluomini veneziani per suoi innamorati, e ciascuno di loro ha una notte de la settimana che va a cena e a giacersi con lei. Il giorno è de la donna, libero per ¡spenderlo a servigio di chi va e di chi viene, a ciò che il molino mai non istia indarno e qualche volta non irrug¬ ginisse per ¡stare in ozio. E se talora avviene che qualche stra¬ niero, che abbia ben ferrata la borsa, voglia la notte dormire con la donna, ella l’accetta, ma fa prima intender a colui di chi quella notte è, che se vuol macinare, macini di giorno, perciò che la notte è data via ad altri. E questi cosi fatti amanti pagano tanto il mese, e si métte espressamente nei patti che la donna possa ricevere ed albergare la notte i forastieri. Ora d'una di queste si fatte cortegiane s’innamorò, essendo io in Vinegia, un giovine nobile di questa città, il quale, non conoscendo la natura di queste barbiere, che senza rasoio ra¬ dono fin sul vivo, cominciò né più né meno a corteggiarla e vagheggiarla, come averebbe in questa terra fatto amando la più nobile ed onesta donna di Milano. Ché se egli, come la vide e che gli piacque, fosse a buona cera andato a trovarla e dirle: — Signora, io son venuto a trastullarmi vosco per mezza ora, — ella l’averebbe menato in una camera e giocato piacevolmente seco a le braccia; e a la prima scossa si sarebbe riversata suso un lettuccio e fatto di sé abondante copia al giovine; ed ogni volta [p. 323 modifica]NOVELLA XXXI che ci fosse voluto tornare, sempre sarebbe stato ben visto ed accarezzato. Ma egli, non si sapendo governare, s'appassionò di maniera de l’amor di quella, che non ardiva dirle motto, ma fieramente la guardava sospirando tuttavia. Ella, che subito se n’accorse, pensò, veggendolo riccamente vestito e d’aspetto liberale, che era un piccione di prima piuma e da cavarne profitto. Onde cominciò a pascerlo talora con la coda de l'oc¬ chiolino, facendogli assai buon viso; di che il semplice giovine impazziva. E pigliando pure un di tanto ardire quanto la sua melensaggine gli dava, essendole appresso, le chiese di grazia con tremante voce un bacio. Ella cominciò a garrirlo e dirgli che era troppo presuntuoso e che ancora non l’aveva meritato. E da l’altra parte basciava amorosamente qualche altro uomo che quivi era. Poi, per più dargli passione, diceva ad uno di coloro: — Andiamo un poco in camera a macinar dui sacchi di grano, — e cosi n’andava. Il misero giovine, più impaniato che un augelletto nel visco, che vedeva colei esser ad altrui prodiga del corpo e a lui negargli un bacio, si sentiva di dolor estremo crepar il core. Durò questa berta più di tre mesi; onde egli, disperato, ebbe modo d’aver acqua distillata mortifera, ed essendo ove ella era, molto affettuosamente, piangendo, la pregò che volesse compiacergli di star seco mezza ora in camera, e che farebbe da gentiluomo, donandole tanto che si contentarebbe. Ella mostrò sdegnarsi che avesse avuto ardire di chiederle cosi fatta cosa. Alora il giovine disse: — Io veggio che volete ch’io mora, ed io ne morrò, e voi restarete contenta. — E domandato un suo servidore che aveva in uno fiaschettino l’acqua stillata, quella tutta bebbe. Ritornò il fiaschetto al servidore, che non sapeva che acqua si fosse, e disse a la donna che restasse in pace. Ella, credendo che fosse una burla, se ne rise; ed egli, andato a casa e messosi a letto, la notte, senza che nessuno se n’accorgesse, mori. . [p. 324 modifica]I , •