Novelle (Bandello, 1910)/Parte IV/Novella XIII

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Novella XIII - Cassano re della Tartaria, veggendo un manifesto miracolo, si converte con tutti i suoi alla fede cristiana

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Novella XIII - Cassano re della Tartaria, veggendo un manifesto miracolo, si converte con tutti i suoi alla fede cristiana
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IL BANDELLO

al molto magnifico e dotto

messer

francesco peto

fondano

salute


Quello giorno che voi a la presenza de la nuova Saffo, la signora Camilla Scalampa e Guidobuona, in casa sua recitaste l’arguto vostro epigramma fatto in lode de le maniglie de la incomparabile eroina la signora Ippolita Sforza e Bentivoglia, il nostro messer Antonio Tilesio molto quello commendò. Onde io, per l’amicizia che seco ho, lo pregai che anco egli volesse alcuno de li suoi poemi recitare. Egli, che è gentilissimo, non sostenne essere troppo pregato, ma con quella soavissima sua prononzia recitò il suo Pomo punico, o vero, come volgarmente si dice, granato, di modo che il vostro e suo poema mirabilmente a tutti piacque. Tutti dui poi, non contenti di averli recitati, di vostra mano scritti me li deste. Indi ragionandosi di varie cose, la signora Camilla pregò il Tilesio che con alcuna novella ci volesse alquanto intertenere. Il che egli graziosamente fece, narrandoci una non molto lunga novelletta, che a tutti fu grata. Quella, avendola io descritta, ho voluto che al nome vostro resti dedicata. Io, prima che mai vi vedessi, sommamente vi amai e desiderai conoscervi, a ciò incitato da l’autoritá del magno Pontano, che ne li suoi dottissimi scritti molto onoratamente vi ha collocato. Quando poi, giá molti anni sono, passai per Fondi e feci riverenza al generoso e magnanimo eroe, il gran Colonnese, il signor Prospero, egli fece che noi dui insieme parlassemo. Quivi cominciò l’amicizia nostra, M. Bandello, Novelle. [p. 194 modifica]194 PARTE QUARTA che sempre poi si è mantenuta di bene in meglio, in testimonio adunque de la nostra mutua benevolenza, questo mio picciolo dono accetterete. State sano. NOVELLA XIII (XIV) Bella astuzia del duca Galeazzo Sforza a ingannare uno de li suoi consilieri. di cui godeva amorosamente la moglie. Ogni cosa averei io, signora Camilla, e voi signori miei, creduto che avenire mi devesse, eccetto che di narrare a la presenza vostra novelle. Ma poi che voi, signora Camilla, me lo commandate, come posso io non ubidirvi? Adunque devete sapere che al principio che io fui condutto in questa città con publico e onorato salario per isponere poeti e oratori a la no¬ bilissima gioventù milanese, mi trovai uno giorno di brigata con alcuni uomini da bene, tra i quali era il dotto e integerrimo pa¬ trizio di questa città messer Catellano Cotta. E ragionandosi de li numerosi figliuoli del duca Galeazzo Sforza, che da varie gentildonne avuti aveva, cosi mascoli come femine, ci narrò una breve istorietta, che sempre rimasa mi è ne la memoria, e quella intendo io ora narrarvi. Fu Galeazzo Sforza, duca di Milano, molto generoso e liberale prencipe, ma troppo dedito a l'amore de le donne, ché, oltra la moglie, non si contentava di una o due gentildonne, ma sempre ne aveva cinque e sei. Onde avenne che, carnalmente mescolandosi con tutte, da quelle ebbe molti figliuoli e figliuole, de li quali alcuni ancora viveno. Amò egli tra l’altre la moglie di uno suo consigliero, che era molto piacevole e forte bella, e con quella più volte si trovò a pren¬ dersi di notté* amoroso piacere. Soleva il consigliero starsi per l'ordinario il più del tempo nel suo studio, che era ne l’intrata de la casa in una camera terrena, per più commodità di dare audienza a li suoi clientuli. Tutta la famiglia de la casa, cosi uomini come ancor le donne, sapevano la prattica che la pa¬ drona aveva col duca. Per questo esso duca avea grandissima commodità di godere quando voleva la sua innamorata; e nes¬ suno ardiva avertirne il marito, anzi tenevano mano con lei per [p. 195 modifica]NOVELLA XIII (XIV) 195 accommodar il duca. Avenne una sera d’inverno, che tardi si cena, che il duca poco dapoi l’avemaria era intrato in casa del consigliero e con la donna lungamente si era amorosamente trastullato. Volendo poi partirsi, che già era l’ora de la cena, discese le scale, e in quello che egli passava per ¡scontro l’uscio de lo studio, messer lo consigliero usci de lo studio. Non si poteva nascondere il duca, ma da subito consiglio aiutato, fatto buono viso, salutò il dottore. È costume in Milano che la gran porta de la casa, massimamente quella de li grandi gentiluomini, non si ferma la sera se non quando si vuole cenare. Ora mes¬ sere lo dottore, conosciuto il duca, che con la spada ignuda in mano e la rotella era, disse: — Signor mio, che andate voi a questa ora facendo cosi solo? — E subito gridò a li servitori che allumassero de li torcili. 11 duca in quello li rispose che era venuto a quella estraordinaria ora a parlar seco per cosa di grandissima importanza. Si agitava nel secreto consiglio tra dui de li primi e più riguardevoli gentiluomini di Milano una lite di grandissima importanza, perché si piativa la rendita tra loro di più di diece millia ducati di oro ogni anno, né mai si erano potuti amichevolemente accordare, perché ciascuno di loro pre¬ tendeva avere ragioni da vendere. E tuttavia vi si erano intro¬ messi parenti de l’una parte e l’altra e persone religiose di autorità per acquetarli, ma il tutto era stato indarno. 11 duca, poi che tutti dui non mediocremente amava e averebbe voluto vedere una onesta composizione tra quelli, prese occasione da cotesta lite di scusarsi se a cosi fatta ora attorno se ne andava tutto solo. Presolo adunque per la mano, con quello intrò dentro lo studio; e fatto lasciare in quello uno torchietto acceso, poi che si furono assisi, in questo modo il duca al consigliero disse: — So che voi sapete quanto io desideri che la lite si componga, che tra li tali dui patrizi miei feudatari si litiga già molti mesi sono. E perché io ugualmente l’uno e l’altro amo, mi duole che in cotale litigio si consumino. Pertanto, sapendo io quanta sia la reputazione de la dottrina vostra e quanto séte abonde- vole di partiti in ogni cosa, di quale importanza si sia, sono a questa ora qui venuto a pregarvi che per amore mio vogliate [p. 196 modifica]i96 PARTE QUARTA usare ogni ingegno e ritrovare alcuno ispediente e valevole mezzo a componere questa lite, e far di modo che non si pro- nonzi la determinata sentenzia. E di questo vi assicuro io che maggior piacere fare non mi potete. Io avérei bene mandato uno de li miei camerieri a parlarvi; ma passando per la con¬ trada per alcuni miei affari, mi è paruto essere più ispediente che io in propria persona facessi questo ufficio. Si che avete intesa la intenzione mia. — Messere lo consigliero, non pensando più oltre, si reputò esserli fatto uno segnalato favore, che il duca a tal ora fosse degnato si domesticamente andargli a casa; e ringraziato quello di tanta umanità, li promise far ogni cosa possibile acciò che conseguisse il suo intento. E cosi il duca di essere a quella ora trovato in casa, con apparente ragione al suo consigliero, avendo prima a la moglie di lui sodisfatto, a lui anco ottimamente sodisfece. Del che più volte poi, con la donna tenendone proposito, insieme gioiosamente ne risero. r