Novellette e racconti/LI. Spavento, unico frutto raccolto da un cercatore di tesori

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Spavento, unico frutto raccolto da un cercatore di tesori

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Spavento, unico frutto raccolto da un cercatore di tesori
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Spavento, unico frutto raccolto da un cercatore di tesori.


Presso a Malamocco vi sono certe casipole guaste e rovinate dal tempo, le quali di dentro non hanno altro che calcinacci vecchi vestiti da spine, cardoni e altre erbacce salvatiche molto ben alte, e di fuori certe muraglie che le circondano, senza incrostatura, guaste, rotte, nido di lucertole e di scorpioni. Corre quivi una voce fra la minutaglia delle genti (come si fa di quasi tutti questi vecchiumi e rimasugli del tempo), che anticamente un romito, adiratosi col diavolo, l’obbligasse a sprofondarsi in quel terreno; di che lo spirito d’inferno volendo fare una sua vendetta, seco traesse tutti i danari del paese, e in sua compagnia ne gli sotterrasse. Non vi ha persona colà che non dica questa novella, e passa di padre [p. 86 modifica]in figliuolo come uno statuto; e chi dicesse: Non è vero, ne sarebbe berteggiato o cacciato via per uomo che non si affidi alla comune opinione. Ora avvenne poche sere fa, che un certo uomo, il quale è al servigio dell’ammiraglio di Malamocco, udito a sparare un cannone, si levò su per andare alla marina e vedere se potea di là scorgere qualche vascello. Passando egli colà da quelle casipole che abbiamo detto, ed essendo stimolato dalla voglia del fare acqua, si accostò alla muraglia. Quindi standosi pe’ fatti suoi, gli parve di udire di dentro un certo romore, come di cane che graffiasse il terreno, onde la prima cosa che gli cadesse in mente, si fu che fosse venuta la voglia al diavolo di restituire a lui solo il danaro che avea già ingojato a tutto il paese. Per la qual cosa, ajutato dal barlume delle notti serene della state, pose l’occhio ad una fessura della vecchia muraglia, che molte ne avea, spiò dentro e vide un cane tutto nero che in effetto graffiava con molta furia la terra, forse per trarne fuori qualche talpa o sorcio che quivi si era celato. Vennegli prima un capriccio di paura, e poco mancò che non fuggisse; ma pure immaginando fortemente che il cane graffiando gli volesse indicare il luogo del tesoro, ed entrandogli sempre più nell’animo il desiderio di avere, gli si formò nel cervello il vaneggiamento, sicchè gli parea di toccare oro e noverare monete. Se non che non potendo egli solo senza ordigni bastare alla fatica, venutogli in mente un amico suo, detto il Fossi, che albergava poco lontano di là, messasi la via fra le gambe, cominciò a trottare, e giunto alla casa dell’amico, si diede a gridare all’uscio: O Fossi, o Fossi, lévati, ch’io ho a darti certi danari per parte del mio padrone. Il Fossi poco udiva, perchè la sera avea voluto vedere il fondo a non so quanti orciuoli di vino, onde la fatica del levare molte volte il gomito l’avea sì pesto e renduto spossato, che dormiva come un ceppo, e avea fatto del naso una tromba. Ma l’amico, il quale avea nelle ossa e ne’ nervi lo stimolo dell’oro, tanto [p. 87 modifica]picchiò di forza, e tal romore fece all’uscio, che finalmente ruppe il sonno nella testa al Fossi, il quale uscì mezzo attonito come un tordo, con le brachesse in mano; e domandando: Chi è là, alzava una gamba per mettervela dentro. Egli avea però udito, così fra il vegliare e il dormire, che l’amico era venuto ad arrecargli danari; onde alle due parole, stesa la mano, aspettava che noverasse. Ma l’amico gli disse che tesori e non pochi quattrinucci di fava gli avea arrecati, e gli raccontò in un fascio del romito, del diavolo, delle casipole e del cane, tanto che nel Fossi con la sua appassionata persuasiva appiccò la stessa smania come fuoco nell’esca; per modo che scalzo e senza berretta, prendendo due vanghe, si mise a seguire l’amico. Giunti alle muraglie rotte, adocchiano, e il cane facea lo stesso. Dice l’amico al Fossi: Sapresti tu qualche incantesimo da far istare questo diavolo a segno? Risponde il Fossi: Io non so nulla; ma a me pare che tu dovresti andare per quattro pani, e provare se potessi trar fuori di qua il cane, tanto ch’io cavassi il terreno, perchè, o diavolo o cane ch’esso si sia, io non mi affiderei a’ suoi denti. Va l’amico per li pani e torna con essi, e dall’un lato lusinga la bestia che, sentito l’odore, esce e va dietro alla pastura. Intanto il Fossi entra per una finestretta e comincia a lavorare con tanta furia e sì di vena, che in mezz’ora cavò una fossa alta quanto egli era, e sarebbe, cred’io, andato fino agli abissi, se il cane, terminato avendo di mangiare, non fosse tornato alla sua abitazione. Il Fossi impaurito balza fuori per la finestra, e conta tutto sudato e trafelato all’amico il suo lavoro; e mentre che l'uno e l’altro tribulati si querelano, eccoti che passa per via un uomo, il quale vedendogli stanchi, affl--Algablu (disc.) 01:54, 25 nov 2013 (CET)itti e mezzi morti, parte per il dolore e parte per la durata fatica, chiede loro che abbiano. Essi finalmente narrano il caso, e quegli ride; entra nelle casipole, prende il cane e dice ch’era una bestia smarritasi dal suo padrone venuto da Venezia per diporto, e che gliel’aveva raccomandato; e [p. 88 modifica]ringraziando l’uno e l’altro, che gli avessero insegnato dov’era, se ne andò in pace. Il Fossi e l’amico in iscambio di tesoro ne cavarono un sonno che durò loro parecchi dì, e molte risate da tutti gli amici e i conoscenti.