Novellette e racconti/LXXVII. L'Incostanza

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LXXVII. L'Incostanza

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LXXVI. Fantasia di un pazzo LXXVIII. Sul prender vendetta
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LXXVII.


L'Incostanza.


Hostis adest dextrâ, laevâque a parte timendus.

Ovid.


A destra e a sinistra ha un terribile nimico.


Perchè non se’ tu oggi quello che fosti jeri, e perché non sarai tu domani quello che se’ oggi? Così si potrebbe dire a certi uomini che scambiano umore d’ora in ora, anzi di minuto, in minuto, tanto che a far conversazione con esso loro, per parecchi anni, egli è sempre come nn conoscerli la prima volta: tanto riescono nuovi e variati di giorno in giorno. E quello che più mi sembra strano, si è ch’egli par loro d’essere sempre una cosa medesima. Se oggidì, per esempio, uno di questi sì fatti è tranquillo, e parla del suo temperamento, tu l’odi a dire: Quanto [p. 144 modifica]è a me, non è cosa ch’io abbia più in odio del prendere alterazione di caso veruno. Bella mi pare la pace, e tento di serbarmela nel cuore, come il più caro e prezioso giojello che sia al mondo. — Io gli presto fede, e tanto più perchè gli veggo buon viso, odo parole gentili, e mostra buon garbo in tutto. Domani gli vo incontro con un saluto libero, con affabilità di parole, e trovo un aspide. Dirà: Il temperamento mio non è uso a sofferire. Io era putto tant’alto, che diedi segno d’una certa delicatezza di cuore sensitivo. Mi sono allevato sempre ad un modo. Non sia chi m’offenda, chè sono uno zolfanello: ardo in un subito. — Così tu lo trovi innamorato perduto un dì che metterà le donne in cielo, un altro non può patire di vederle; e in somma non sa quello che voglia, chi sia, nè che si faccia. Non è al mondo difficoltà maggiore, che l’aver faccenda con uno di tali uomini, co’ quali non puoi apparecchiarti a nulla, e avrai del tutto a dipendere dal loro capriccio. Moglie, figliuoli, congiunti, amici, servidori, tutti sono impacciati. Mi par di vedere una di coteste femminette, più presto mondane che del cielo, la quale per far che i suoi zerbini pensino sempre a lei, ora le si trova infermiccia, ora scherzevole, poi ingrogna, poi ride, appresso ti domanda una cosa, quando gliele arrechi la gitta via, e per giunta ti svillaneggia della tua attenzione; sicchè stai seco sempre con due cuori in corpo, de’ quali l’uno ti dice: Fa; e l’altro, No: e intanto temi continuo di far male, e hai un tarlo che ti rode. Il medesimo costume io credo che sia tenuto per lo più artifiziosamente anche da cotesti uomini, ch’io chiamerò disuguali. Costoro parte sono e parte si mostrano lunatici, acciocchè i domestici e gli amici studiando come possano indovinarla in quelle tante diversità, pensino intanto sempre a’ fatti loro, e abbiano una continua dipendenza dagli atti che fanno, dall’occhiate che danno, dalla prima parola ch’esce loro di bocca la mattina, tanto ch’insegnano strologia a chi gli pratica; e se uno avrà saputo vivere in [p. 145 modifica]lor compagnia parecchi anni, può leggere in cattedra di quest’arte. Avrei molti esempi da arrecare innanzi di sì fatti temperamenti, e sarebbe di necessità l’addurne alcuno, perchè dicono i maestri che non è cosa la quale più insegni dell’esempio. Ma un solo ne sceglierò, il quale ha in sè un certo che di piacevole, e mostrerà come uno di questi tali venisse deriso, e come fossero le sue fantasie gastigate da un bell’umore.

Fu già un pittore, non mi ricorda ora in qual paese, il quale nell’essere capriccioso vinceva ciascun altro de’ suoi pari; e comechè nell’arte sua fosse valentuomo e perito, pure gli era continuamente così, diverso da sè medesimo, che Giobbe si sarebbe disperato seco. Egli era sopra ogni altra cosa peritissimo nel fare de’ ritratti per modo che, dipingendo uno parea la natura medesima che l’avesse rifatto; e se il pennello suo avesse potuto far parlare, non mancava altro a dire: Questa tela ha vita. Avrebb’egli avute le maggiori faccende della città, ma era così solennemente lunatico, che pochi volevano impacciarsi seco; perchè lasciamo stare ch’oggi egli volesse dipingere, e poi stesse quindici giorni che non voleva udirne a parlare (essendo questa quasi usanza comune di quell’arte); it peggio era che secondo il suo umore volea che acconciassero la faccia coloro che andavano per farsi dipingere; tanto che s’oggi egli era lieto, egli ti facea adattare innanzi a sè con un sorriso fra le labbra, e così ti dipingeva quasi fino a mezzo; e se frattanto gli si alterava la fantasia, e gli veniva per l’animo qualche tristezza, cancellava ogni cosa, e volea che tu gli presentassi una faccia malinconica, e tornava da capo; nè mai avrebbe terminato un lavoro, che in parecchi dì non t’avesse fatto scambiare più volte, secondo ch’egli era dentro; tanto che non si sa com’egli potesse mai condurre alla fine un’opera con quella perfezione ch’egli facea. A ciò si potrebbe aggiungere il fastidio dell’essere seco alle mani; perchè un giorno [p. 146 modifica]ti facea la più grata accoglienza del mondo, un altro poco mancava che non ti mordesse o ti lanciasse pennelli e tinte nella faccia, e arrabbiava come un cane. Era costui divenuto sì celebre tanto per l’arte sua, quanto per le sue fantasie in tutta la città, che non v’avea chi nol conoscesse; e facendosi un giorno ragionamento di lui in un cerchio di persone, trovavasi quivi per caso un certo Pippo, uomo piuttosto volgare, ma di piacevole natura, e di motti e burle inventore così presto e caro, che in ogni luogo era richiesto e volentieri veduto. Udito Pippo le nuove cose che si raccontavano del valente pittore, disse: A me, signori, darebbe l’animo di far vendetta di tutti quelli che furono da lui co’ capricci suoi tribolati, se alcuno di voi mi vestisse per due ore in modo ch’io potessi parere qualche gran signore. Sì, sì, disse ognuno; e in breve gli fu promesso un vestito da farlo parere un re, non ch’altro, quando egli avesse voluto; ond’egli, quasi fosse pur giunto allora alla città, mandò un suo amico informato della faccenda al pittore, il quale gli dicesse le maraviglie di sua nobiltà e ricchezza, e gli promettesse non so quali centinaja di scudi per parte sua per fargli il ritratto. Il suono di tanti scudi fu volentieri udito dal pittore; oltre a’ quali non era anche picciola la speranza de’ bei presenti che gli avea data il sensale; affermandogli che il forestiere non avea mai trovato in alcuna parte dell’Europa chi l’avesse saputo dipingere; e che avendo udita la sua gran fama, avea a bella posta varcato molto mare, e grande spazio di terra trascorso, per avere un ritratto di sua mano. Gli uomini più strani e bestiali all’udire danari, e all’essere grattati nell’ambizione, si rallegrano grandemente, e diventano di buon umore. Fecesi l’accordo; venne l’assegnato giorno, e Pippo andò alla casa del pittore, accompagnato da una mascherata di staffieri, e vestito che parea un duca. Il pittore gli fece gentilissima accoglienza; Pippo gli fu grato, lo commendò della sua gran fama, si pose a sedere, trasse fuori un oriuolo [p. 147 modifica]d’oro, lo fe’ suonare, per saper, diceva, a quale ora si cominciava il ritratto; e nell’atteggiamento delle dita scoperse che l’erano fornite di splendidissime anella; e si pose a sedere. Il pittore noverava gli scudi con la memoria, e tanto più gli parea d’avergli in mano, perchè l’originale gli parea facile ad imitarsi. Avea Pippo un visaccio largo, con certi lineamenti, o piuttosto colpi sì fieri, che l’avrebbe quasi ritratto ogni uomo col carbone: bocca larga, labbra grosse, colorito piuttosto pagonazzo che vermiglio, occhi grandi e celesti, e uno sperticato nasaccio, verso le ciglia schiacciato, e appuntato sopra la bocca. Ma la cosa non era però sì agevole, come avea il pittore stimato. Avea Pippo una certa attività di natura, da lui coltivata per movere a riso, ch’egli quando volea, potea con un piccolo urto della mano rivolgere la punta di quel suo nasaccio ora a destra e ora a sinistra, la quale ora di qua, ora di là s’arrestava dov’egli volea, che vi parea piantata naturalmente. Postosi dunque dall’un lato Pippo a sedere, e acconciosi come dovea stare a volontà del pittore, incominciò questi a fare i suoi segni: adocchia il viso, adocchia le tela, mena la mano, era quasi condotto a fine il primo disegno. Parve a Pippo che fosse tempo; e dato d’urto con due dita furtivamente al naso, lo fece piegare dall’altra parte, come si farebbe d’una di quelle banderuole che s’appiccano alle lucerne. Il pittore, alzati gli occhi alla faccia, trova quella novità, e fra sè dice: Ho io le travveggole? che ho io fatto qui? indugia un poco, fregasi gli occhi, e tace; ma pur vedendo il naso contorto all’altro lato, e credendo che l’error fosse suo, si tacque, e acconciava il disegno. Pippo si stette a quel modo due ore, e il ritratto era già molto bene avanzato, ed era più volte anche levato in piè per vedere; e quando gli parve a proposito, ritocca di nuovo, e volta il naso dall’altra parte, che parea impiombato. Il pittore guarda, e smemora; chè gli parea d’essere impazzato. Pure tanto poteano nell’animo suo quegli scudi, [p. 148 modifica]ch’ebbe pazienza, e da due volte in su ritoccò ancora il ritratto; ma finalmente perduta la sofferenza, e non potendo più durare a veder un naso che non istava mai saldo, gittato a terra i pennelli e la tela, gridò: Cotesti nasi che non sono stabili vadano a farsi dipingere dal diavolo. E cotesti pittori, rispose Pippo, che non sono mai d’un umore, non abbiano altri nasi da dipingere. E ognuno se n’andò a’ fatti suoi, l’uno co’ suoi capricci, e l’altro col suo naso a banderuola; l’uno a bestemmiare: e l’altro a ridere del passato accidente.