Odissea (Romagnoli)/Canto XX

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Canto XX

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Omero - Odissea (Antichità)
Traduzione dal greco di Ettore Romagnoli (1926)
Canto XX
Canto XIX Canto XXI
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Dunque, il divino Ulisse nell’atrio apprestava un giaciglio.
Stese una pelle a terra di bove non concio, e di sopra
velli di pecore molte, che i Proci solevano immolare;
e una coperta su lui che giaceva, Eurinome stese.
E quivi dunque Ulisse, pensando al malanno dei Proci,
desto giaceva. Intanto uscian dalle stanze le donne,
che da gran tempo già solevano unirsi coi Proci
I’una coll’altra scambiando risate e giocose parole.
Ed a tumulto il cuore batteva nel seno d’Ulisse,
e piú disegni andava nel cuor, nella mente volgendo:
o se dovesse scagliarsi su loro, ed ucciderle tutte,
o se d’amor lasciasse che un’ultima volta commiste
fosser coi Proci arroganti. Ma in seno il suo cuore latrava
come una cagna che accorre dei teneri cuccioli a schermo,
contro ad un uomo ignoto: che latra, ed è pronta alla lotta.
In seno il cuor Cosí gli latrava per quelle sozzure;
e il petto ei si batteva, Cosí gli volgeva rampogna;
— Tollera, cuore mio! Patisti un tormento piú cane
quel di che Polifemo, l’orribile mostro, sbranava

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i miei compagni prodi. Tu allor tollerasti, ed infine
dall antro ove pensavi morire, ti trasse il mio senno —.
Cosí disse, a rampogna del cuor che gli ondava nel seno.
E obbediente in tutto gli fu. paziente il suo cuore,
senza dar crollo. Pure, egli s’andava qua là voltolando.
Come talvolta un uomo sovresso un gran fuoco che arde
va voltolando un ventricolo pieno di sangue e di grasso,
di qua, di là perché si possa piú presto arrostire:
Ulisse parimenti qua e là si girava, pensando
come gittar le mani potesse sui Proci sfrontati,
ch’erano molti, ed ei solo. E Atena, discesa dal cielo,
presso gli giunse; e aveva sembianza di donna mortale.
E stando a lui sul capo, parlò queste ratte parole:
«Perché stai Cosí desto, tapino fra tutti i mortali?
Pur la tua casa è questa, pur qui la tua sposa soggiorna,
e un figlio quale ognuno vorrebbe che fosse suo figlio! ’
E le rispose Cosí l’accorto pensiero d’Ulisse:
’ O Diva, lutto quello che dici, risponde a giustizia:
ma questo punto andava nel seno volgendo il mio cuore,
come potrò sui Proci sfrontati gittare le mani,
ch’io sono solo, ed essi qui dentro son sempre una frotta.
E un altro punto ancora piú grave mi preme la mente:
®e mercè tua, mercè di Giove, ad ucciderli io valgo,
dove potrò fuggire! Vorrei che lu ciò mi dicessi».
E gli rispose Atena, la Diva da gli occhi azzurrini:
«In un compagno di me piú gramo altri avrebbe pur fede,
che pur mortale fosse, che quello ch’io so non sapesse:
stolto, ch’io sono Dea: ché a difenderti sempre provvedo
in tutti i tuoi travagli. Questo ora ben chiaro ti dico:
pur se cinquanta schiere ci avessero chiusi nel mezzo

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di guerrieri mortali bramosi di abbatterti in zuffa,
tu prederesti ad essi le pecore pingui e i giovenchi.
Dunque, abbandonati al sonno: ché troppo moleste è vegliare
tutta la notte insonne: né a lungo piú devi patire».
Cosí disse. Ed a lui sopore versò su le ciglia,
ed essa ritornò, la Dea, fra le Dive d’Olimpo.
Quando il sonno che scioglie le membra e le pene del cuore
ebbe ghermito l’eroe, si destò la sollecita sposa;
e su le molli coltri levata a sedere, piangeva.
E quando il cuore suo fu poi saziato di pianto,
prima ad Aitèmide volse la donna divina una prece:
«Figlia di Giove, Artemide, Dea veneranda, ohi, se infine
scagliandomi una freccia nel seno tu pur m’uccidessi
súbito adesso, oppure, ghermitami qualche procella
mi trasportasse via, pei tramiti oscuri dell" Ade,
o mi gittasse alle foci d’Oceano che lungi fluisce,
come le figlie ghermí di Pàndaro un di la procella!
Poi che dal cielo i Numi spenti ebbero ad esse i parenti,
orfane erano in casa rimaste; e la diva Afrodite
di cacio e dolce miele nutriate, di vino soave,
Era concesse a loro d’ecceller su tutte le donne,
di forme e d’intelletto, le rese Artemide «nelle,
le fece Atena esperie nel compiere egregi lavori.
Ma quando si recò la diva Afrodite in Olimpo,
per le fanciulle a chieder la sorte di floride nozze
a Giove, che s’allieta del folgore, e tutta conosce
degli uomini mortali la prospera sorte e la rea.
alto per l’aer le rapaci procelle rapir le fanciulle,
ed all’Erinni odiose le dieder, che fossero ancelle.
Deh!, mi facesser Cosí sparire i Signori d’Olimpo!

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Cosi, deh!, mi colpisca Artemide, e scendere io possa
sotto la terra odiosa, pur ch’io rivedere il mio sposo
possa, e non esser la gioia d’un uomo da meno di lui!
Ché la.sciagura anch’essa patire si può, se taluno
durante il giorno effonde nel pianto le pene del cuore,
e poi la notte dorme; ché allora dimentica tutto,
e le fortune e i guai, com’abbia serrate le ciglia.
Ma invece un triste sogno a me sempre un dèmone invia;
e questa notte stessa vicino mi stette il mio sposo,
tale qual’era quando parti per la guerra; <d il cuore
mi sobbalzò di gioia: ché vero pareva e non sogno».
Cosí disse; e sorgeva l’Aurora dall’aureo trono.
E Ulisse prode udí la voce di lei che piangeva;
e restò allor nel dubbio sospeso, temè che la donna
riconosciuto lo avesse, dovesse venirgli vicino.
E le coperte su cui giaceva, raccolte, ed i velli,
sul trono, entro la sala, li pose; e la pelle di bove
fuor de la porta recò, levando a pregare le mani:
«Deh!, Giove padre, se tu di buon grado per terra e per mare
mi conducesti, poiché tanto ebbi sofferto, alla patria,
or della gente che dentro si desta fa’tu che mi giunga
qualche propizio augurio, qualche altro presagio dal cielo».
Cosí disse pregando; né Giove fu sordo alla prece;
e subito tuonò dalle fulgide vette d’Olimpo,
alto su da le nuvole; e lieto fu Ulisse divino.
Ed una donna che il g/ano molla dalla casa vicina,
dov’erano le moli d’Ulisse, mandava un augurio.
Dodici donne sempre quivi erano intente al lavoro,
che macinavan frumento, midollo degli uomini, o farro.
Tutte dormivano l’altre, che avevan compiuto il lavoro.

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Solo una non dormiva, pili stanca delle altre e piú tarda:
essa la mola fermò, disse queste parole augurali:
«Deh I. Giove padre, che imperi sugli uomini tutti e’sui Numi,
qual mai profondo tuono scagliasti dal cielo stellato,
né v’è pure una nube! Di certo un prodigio tu annunzi!
Esaudisci, per quanto meschina io mi sia. la mia prece:
1‘ ultimo l’ultimo giorno sia questo che i Proci arroganti
dentro alle mura d’Ulisse si godano il lauto banchetto:
che le ginocchia mi fanno fiaccar pel continuo travaglio
di preparare il pane: bancheltin per l’ultima volta!».
Cosí disse, ed Ulisse gioi dell’augurio e del tuono;
e concepí speranza che avrebbe puniti quegli empi.
Entro la casa bella d’Ulisse, frattanto raccolte,
sul focolare l’altre fantesche accendevan le fiamme,
quando balzò dal ietto Telemaco simile a un Nume,
cinse le vesti, sospese all’omero destro la spada,
strinse i calzari belli ai morbidi piedi, la salda
lancia impugnò che aveva la punta di bronzo affilato,
mosse alla soglia, stie’, questi detti rivolse a Euriclèa:
» Come avete onorato, nonnina mia, lo straniero?
Con letto e cibo? Oppure se ne sta cosi, senza cure?
Ché suole far cosi, sebbene assennata, mia madre:
non ha criterio: un uomo da nulla lo colma d’onori,
inonorato un altro di molto migliore rimanda».
E gli rispose Euriclèa. l’accorta con queste parole:
«Rimproverarla davvero non puoi, ch’ella immune è da colpa.
A ber vino sedè lo straniero sinché n’ebbe voglia,
né cibo gli mancò: se n’ebbe quanto egli ne chiese.
E quando brama poi del giaciglio e del sonno gli venne,
essa alle ancelle ordinò di stendere il letto e le coltri;

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ma quegli, come uom troppo tapino ed avvezzo ai travagli,
dormir fra le coperte del letto non volle; e nell’atrio
sopra una pelle di bue non concia dormi, sopra velli
di pecora: e su lui stendemmo noialtre un mantello».
Cosí disse; e Telemaco mosse traverso la sala,
con la zagaglia in pugno, seguianlo due candidi cani,
per ire all’assemblea degli Achivi dai belli schinieri.
Ed Euriclèa, la donna migliore d’ogni altra, la figlia
d’Opi, a Pisànore figlio, comandò furtiva alle ancelle:
«Presto, al lavoro: senza piú indugi spazzate la casa,
d’acqua spruzzate il suolo, stendete i purpurei tappeti
sugli eleganti troni: le tavole voi con le spugne
lavate tutto attorno, forbiti rendete i cratèri
e le tazze a due fauci, di fine lavoro; e voialtre
ite per acqua alla fonte, portatela qui senza indugio:
ché molto a giunger qui tardare non possono i Proci,
anzi, verran di buon’ora: ché festa è per tutti quest’oggi».
Cosí diceva: e udito, compierono l’ordine quelle.
E venti d’esse al fonte movevan dell’acqua profonda,
altre restarono in casa, con zelo badando ai lavori.
I servi degli Achei frattanto giungevano. E allora
presero a fender legna con abili colpi; e le donne
tornaron dalla fonte. Dopo essi giungeva il porcaro,
seco tre porci recando, fra tutti i piú pingui e pasciuti,
e li lasciò che a loro agio pascessero via pei cortili.
Ed ei queste parole cortesi rivolse ad Ulisse:
«O forestiere, gli Achei t’han dunque maggiore riguardo,
o ti maltrattano, come solevano innanzi, anche adesso?»
E gli rispose Ulisse sagace con queste parole:
«Eumèo, deh!, se i Celesti punire volesser gli oltraggi

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che. macchinando imprese nefande, mi sragliano questi,
in casa d’altri, senza pur briciolo aver di pudore!»
Queste parole i due scambiavano l’uno con l’altro.
E giunse presso ad essi Melanzio, pastore di capre,
che conduceva le capre piú belle di tutta la gregge,
per banchettarne i Proci. Veniano con lui due pastori.
Dunque costui le bestie legò sotto il portico; e a Ulisse
queste parole poi rivolse, per mordergli il cuore:
«In questa casa vuoi rimanere anche adesso, straniero,
a fastidir la gente? Perché non infili la porta?
Ma già, secondo me, liberarci di te non potremo
senza un assaggio di bòtte; ché tu senza punto riguardo
vai pitoccando. Anche altrove ci sono banchetti d’Achivi».
Cosí disse; ed Ulisse nessuna risposta gli diede;
ma senza motto il capo crollò, meditando il suo danno.
E dopo loro, giunse per terzo Filezio il capoccia,
ai Proci pingui capre recando e una sterile manza.
Nocchieri trasportate le aveano, che sopra le barche
trasportano anche genti, ché chiedono ad esse il passaggio.
Dunque costui le bestie legò sotto il portico, presso
si fece a Eumèo porcaro, gli volse Cosí la parola:
«Chi è, porcaro, questo straniero da poco qui giunto,
dentro la casa nostra? Qual’è la sua gente, lo sai?
Qual’è la sua famiglia? Qual’è la sua terra natale?
D’aspetto, poverino, somiglia davvero a un sovrano;
ma di sciagure i Numi opprimon chi vaga ramingo,
| quando essi hanno tramato, sia pur contro un re, la rovina».
Disse. E, venutogli presso, gli fe’con la mano un saluto;
e a lui parlando, queste veloci parole rivolse:
«Ospite padre, salute! T’arrida nei giorni venturi

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156 ODISSEA
fortuna: poi che adesso t’opprimono molle sciagure.
Giove padre, nessuno fra i Numi è di te pili funesto!
Degli uomini pietà non senti, ch’ài pur generati,
quando nei, mali avvolti li vedi, nei crucci funesti.
Come t’ho visto, sudore m’è corso pel corpo, e di pianto
mi si son colmi gli occhi, pensando ad Ulisse, che anch’egli,
mi credo, andrà ramingo pel mondo con simili cenci,
se pure ancora è in vita, se vede la luce del sole.
Se poi morto è di già, se sceso è alla casa d’Averno,
ahimè I, misero Ulisse, signor senza terra, che in questo
popol di Cefalleni. quando era ancor bimbo, mi pose
custode ai bovi, ch’ora non hanno piú numero, e a niuno
può maggior messe di bovi fiorir dalle larghe cervici.
Ma forestieri audaci m’impongon che ad essi li serbi,
per divorarli; e punto non curano il figlio ch’è in casa,
né la vendetta dei Numi paventano: tanta è la brama
di divorare i beni del re che lontano si trova.
Ed il mio cuore a me nell’animo volge e rivolge
tali pensieri. Male saria, mentre il figlio ancor vive,
ch’io me ne andassi insieme coi bovi tra genti straniere,
presso ad un’altra tribú. Ma peggio è che qui rimanendo
a custodire i buoi d’altra gente mi debba crucciare.
E già sarei da un pezzo fuggito, da un allro sovrano
già mi sarei recato, ché reggere qui piú non posso;
ma sempre a quel meschino rivolta ho la mente, rhe un giorno
donde non so, pur torni, pir fare sterminio dei Proci».
E gli rispose Ulisse Io scaltro con queste parole:
’ O mandriano, giacché né malvagio né stolto mi sembri,
e bene intendo anche io che senno t’ispira la mente,
voglio una cosa dirti, con giuio solenne affermarla:

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Sappiano Giove, ch’e primo (ra i Numi, e la mensa ospitale,
e il focolare, a cui son giunto, del nobile Ulisse,
che Ulisse giungerà mentre ancor qui sarai: di sicuro
potrai con gli occhi tuoi vederlo, se pur tu n’ hai brama,
che i Proci ammazzerà, che adoprano qui da padroni».
E il mandriano dei bovi con queste parole rispose:
«Deh, straniero, le tue parole compiesse il Cronide!
Bene vedresti allora qual sia la mia forza, il mio braccio!».
E allora anch’egli Eumèo rivolse la prece ai Celesti
lutti, che il saggio Ulisse tornare pt.tesse alla reggia.
Cosí dunque costoro parole volgevano; e i Proci
apparecchiando andavan frattanto la sorte fatale
contro Telemaco. Ed ecco spuntare a sinistra un augello
alto volante, un’aquila; ed una colomba ghermire
trepida; e Anfinomo allora parlò, disse queste parole
«Amici, a buon evento non può riuscir questa trama:
Telemaco non morrà. Ma ora si pensi al banchetto».
Questo Anfinomo disse; né ad essi dispiacque il consiglio.
Mossero; ed alla casa venuti d’Ulisse divino,
deposero i mantelli sovressi i sedili ed i troni.
Quindi le grosse capre sgozzaron. le pecore pingui,
i ben pasciuti porci, con una giovenca di mandria.
Poscia, arrostite l’entragne, si fecer le parti, ed il vino
fu nei crateri infuso. Recava le tazze il porcaro,
distribuiva i cibi Filezio, capoccia di genti,
entro canestri belli, mesceva il capraio Melanzio.
E sopra i cibi pronti gettarono tutti le mani.
E in sé volgendo accorti pensieri, Telemaco fece
sedere Ulisse sopra la salda marmorea soglia,
e presso un rozzo scanno gli pose ed un piccolo desco,

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e delle viscere innanzi gli mise, gli offerse del vino
entro una coppa d’oro, poi queste parole gli volse:
«Tra i commensali adesso qui siedi, e tracanna del vino:
ed io terrò da te lontano le ingiuiie e le mani
di lutti quanti i Proci: perché non e pubblica questa
casa, bensi d’Ulisse, che acquisto per me n’ebbe a fare.
E dalle ingiurie voi stornate le voglie e dai colpi,
Proci superbi: ché poi non nascano liti e contese».
Cosí diceva. E tutti si morser le labbra, stupiti
che tanto arditamente Telemaco avesse parlato.
E Cosí prese a dire Antinoo. figlio d’Eupito:
’ Patir l’affronto. Achei, di Telemaco è d’uopo, sebbene
duro ci sembri. Ei parla con tòno di molta minaccia.
Giove Cronide non l’ha voluto: se no da un bel pezzo
posto l’avremmo a tacere, per quanto squillante oratore».
Disse cosi. Ma non porse Telemaco ascolto ai suoi detti.
E l’ecatombe sacra dei Numi aununciaron gli araldi
per la città: si adunaron gli Achei dalle floride chiome
sotto l’ombroso bosco di Apollo che lungi saetta.
Quando ebber cotte poi, dagli spiedi sfilate le polpe,
divisero le parti, sederono a lauto banchetto.
Ed i famigli a Ulisse dinanzi ponevan la parte
simile a quella dei Proci: che aveva Cosí comandato
Telemaco, figliuolo diletto d" Ulisse divino.
Ma non permise Atena che i Proci ponessero freno
alle crucciose scede: vole’i ch’ira sempre piú tetra
tutto invadesse il cuore d’Ulisse figliuol di Laerte.
Vera fra i Proci un uomo maestro d’ogni tristizia,
che nome avea Ctesippo: in Sanie sorgea la sua casa.
Pieno di presunzione costui per le grandi ricchezze,

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desiderava la sposa d’Ulisse, da tanto lontano.
Dunque, prese costui fra i Proci arroganti a parlare:
’ Porgete ascolto a quello ch’io dico, magnanimi Proci.
L’ospite avuta ha già. come pur conveniva, una parte
pari alla nostra: ché bello davvero non è, non è -giusto
che quando un ospite giunge, Telemuco debba mancargli.
Ma bramo adesso offrirgli anche io qualche dono ospitale,
ch’egli a sua volta lo doni a chi l’accudisce nel bagno,
o a quale altro gli piaccia dei servi d’Ulisse divino».
Cosí disse. Ed un piede di bove pigliò da un canestro,
e lo scagliò con mano sicura. Ma Ulisse, chinando
agilemente la testa, pervenne a schivarlo. E nel cuore
amaramente sorrise. Percossa ne fu la parete.
Ed a Ctesippo questa rampogna Telemaco volse:
«Meglio per te che Cosí sia finita la cosa, Ctesippo:
fallito hai lo straniero, che seppe schivare il tuo colpo:
se no, certo trafitto t’avrei con l’acuta mia lancia,
e tuo padre t’avrebbe dovuto apprestare la fossa,
invece che le nozze. Pertanto, nessuno in mia casa
commetta villania: ché tutto ora vedo e comprendo
il buono ed il cattivo. Siuora, troppo ero fanciullo.
Vedere e sopportare m’è forza la vostra arroganza,
che mi sgozzate le greggi, che il vino ed il pan divorate:
ché per un solo è cosa difficile a molti por freno.
Ma non oprale piú da nemici, non fate piú danni.
Ché se bramate oramai ch’io muoia trafitto dal bronzo,
anche io questo vorrei: perché molto meglio sarebbe
morir, che tuttodí assistere a queste sozzure,
gli ospiti miei trattati con male parole, le ancelle
violentate senza pudor nella casa mia bella».

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Cosí parlava. E tutti rimasero senza parola.
Infine disse Cosí di Demòstore il figlio Agelao:
«Amici, agli ha parlato ben giuste parole. Nessuno
voglia però sdegnarsi, né dar violenta risposta.
E non vogliate piú maltrattar lo straniero, né alcuno
dei famigliati, dentro la casa d’Ulisse divino.
Questo amichevol consiglio vo’poscia a Telemaco dare.
Finché nel petto il cuore tuttor ci nutria la speranza
che ritornare Ulisse lo scaltro potesse al suo tetto,
niun vi potea biasimare che voi l’attendeste, che in casa
teneste a bada i Proci: ché questo di certo era il meglio,
se quivi giunto Ulisse, se fosse tornato al suo tetto.
Ma questo ora è ben chiaro, che invano s’attende ch’ei torni.
Su via, dunque, a tua madre presentati, e dàlie il consiglio
che sposi chi migliore le sembra, e piú doni le rechi:
si che tu lieto possa goder tutti i beui paterni,
mangiare e bere; ed ella si rechi alla casa d’un altro».
E a lui queste parole rispose Telemaco scaltro:
«No, pei Numi, Agelao, pei travagli d’Ulisse mio padre
ch’è morto, forse, oppure lontano va d’Itaca errando,
non mi frappongo già che sposi mia madre: la esorto
anzi, che sposi chi vuole: profferta d’innumeri doni
anzi le faccio; ma via mal suo grado cacciarla di casa,
con duri detti, n’ ho reverenza: che Dio non!o voglia».
Cosí disse Telemaco. E Pallade Atena fra i Proci
inestinguibil riso destò, ne sconvolse le menti.
Si dirompevano già per le risa via via le mascelle,
le carni ancora intrise di sangue ingollavano; e gli occhi
gonfi di lagrime aveano: ché in cor presentivano il lutto.
E a lor Cosí parlò Teodimeno mente divina:

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«O sciagurati, che male vi coglie? Di tenebre avvolti
i vostri capi sono, le facce, giú. sino ai ginocchi,
ardono i vostri lagni, di pianto le guance son molli’
son le pareti infuse di sangue, ed i vaghi tramezzi,
pieno di spettri è l’atrio, di spettri la corte ribocca,
verso la tenebra erranti, nel regno dell’Èrebo: il sole
s’è dileguato, in cielo diffusa e caligine tetra».
Cosí disse. Ma tutti proruppero in risa gioconde.
Ed il figliuolo di Pòlibo, Eurimaco, prese a parlare:
«È pazzo il forestiere testé giunto qui, chi sa d’onde.
Accompagnatelo presto, ragazzi, via. fuori dall’uscio,
che se ne vada in piazza, giacché qui gli par che sia notte 1».
E gli rispose cosí Teoclimeno. mente divina:
«Eurimaco, io non ti prego che guida tu debba offerirmi,
perché posseggo gli occhi le orecchie ed entrambi 1 miei piedi,
e nella mente ho un cervello ben saldo, per nulla sconnesso.
Mi basteranno a uscire dall’uscio: ch’io scorgo un malanno
che sopra voi s’avanza: né alcun sfuggirlo e scampare
potrà dei Proci, che per la casa d’Ulisse divino
fate agli ospiti oltraggio, compiete ogni azione ribalda».
Cosí dicendo, usci dalla solida casa d’Ulisse,
ed a Pireo si recò, che liete accoglienze gli fece.
E l’uno all’altro ammiccando, di scherni coprivano i Proci
per provocare a sdegno Telemaco, gli ospiti suoi;
e gli diceva taluno di quegli arroganti signori:
«Niuno avrà ospiti grami, Telemaco, al pari dei tuoi.
Un vagabondo è questo, che va pitoccando alla strada,
che pane e vino va cercando, che nulla sa fare,
voglia di lavorare non ha, vano peso alla terra:
quell’altro or ora uscito, s’è inesso a parlar da profeta.
Omoro, Il - I I

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Dovresti darmi retta: ciré certo sarebbe assai meglio.
Fra i banchi d’una nave questi ospiti gitta; e in Sicilia
mandiamoli: potrai ritrarne discreto guadagno».
Cosí diceano i Proci. Né l’altro curava i Ior detti;
bensí, muto, lo sguardo volgeva a suo padre, e attendeva
1‘ istante ch’ei sui Proci sfrontati avventasse le mani.
Ora, di fronte alla sala, seduta sul fulgido trono,
d’Icaro la figliuola, Penelope mente assennata,
udiva ciò che quelli dicevano dentro la stanza.
A banchettare quelli seguiano, ridendo in gran festa,
in gran copia: ché bestie ne aveano sgozzate di moite.
Ma nessun altro banchetto men prò’ dovea fare di quello
che s’apprestavano a offrire la Diva ed il valido Ulisse
ai Proci, che per primi tesser quella trama d’infamia.

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