Opere (Lorenzo de' Medici)/XVII. Rime varie o di dubbia autenticitá/IV. La Nencia da Barberino

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IV. La Nencia da Barberino [Secondo la vulgata.]

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IV. La Nencia da Barberino [Secondo la vulgata.]
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IV

LA NENCIA DA BARBERINO


[Secondo la vulgata.]


1

     Ardo d’amore, e conviemmi cantare
per una dama che mi strugge il core,
ch’ogni otta ch’io la sento ricordare,
il cor mi brilla e par che gli esca fuore.
Ella non trova di bellezza pare:
con gli occhi getta fiaccole d’amore;
io sono stato in cittá e castella,
e mai non vidi gnuna tanto bella.

2

     Io sono stato a Empoli al mercato,
a Prato, a Monticelli, a San Casciano,
a Colle, a Poggibonsi, a San Donato,
e quinamonte insino a Dicomano.
Figline, Castelfranco ho ricercato,
San Pier, il Borgo, Mangona e Gagliano:
piú bel mercato, che nel mondo sia,
è a Barberin, dov’è Nenciozza mia.

3

     NonFonte/commento: Edimburgo, 1912 vidi mai fanciulla tanto onesta,
né tanto saviamente rilevata:
non vidi mai la piú pulita testa,
né sí lucente, né sí ben quadrata;
ed ha due occhi, che pare una festa,
quando ella gli alza, e che ella ti guata;
ed in quel mezzo ha il naso tanto bello,
che par proprio bucato col succhiello.

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4

     Le labbra rosse paion di corallo,
ed havvi drento due filar di denti,
che son piú bianchi che quei di cavallo,
e d’ogni lato ella n’ha piú di venti.
Le gote bianche paion di cristallo
sanz’altri lisci, ovver scorticamenti,
ed in quel mezzo ell’è come una rosa,
Nel mondo non fu mai sí bella cosa.

5

     Ben si potrá tener avventurato
chi sia marito di sí bella moglie;
ben si potrá tener in buon dí nato
chi ará quel fioraliso sanza foglie;
ben si potrá tenersi consolato
che si contenti tutte le sue voglie
d’aver la Nencia e tenersela in braccio,
morbida e bianca, che pare un sugnaccio.

6

     Io t’ho agguagliata alla fata Morgana,
che mena seco tanta baronia:
io t’ho assomiglio alla stella Diana,
quando apparisce alla capanna mia:
piú chiara se’ che acqua di fontana,
e se’ piú dolce che la malvagía;
quando ti sguardo da sera o mattina,
piú bianca se’ che il fior della farina.

7

     Ell’ha due occhi tanto rubacori,
ch’ella trafiggere’ con essi un muro.
Chiunque la ve’, convien che s’innamori;
ell’ha il suo cuore, piú che un ciottol, duro,
e sempre ha seco un migliaio d’amadori,
che da quegli occhi tutti presi fûro;
ma ella guarda sempre questo e quello
per modo tal, che mi strugge il cervello.

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8

     La Nencia mia, che pare un perlino,
ella ne va la mattina alla chiesa.
Ell’ha la cotta pur di dommaschino,
e la gammurra di colore accesa,
e lo scheggiale ha tutto d’oro fino.
E poi si pone in terra alla distesa,
per esser lei veduta, e bene adorna;
quando ha udito messa, a casa torna.

9

     La Nencia a far covelle non ha pari,
d’andare al campo per durar fatica;
guadagna al filatoio di buon danari,
del tesser panni lani Die tel dica;
ciò ch’ella vede convien ch’ella impari,
e di brigare in casa ella è amica,
ed è piú tenerella che un ghiaccio,
morbida e dolce che pare un migliaccio.

10

     La m’ha sí concio e ’n modo governato,
che piú non posso maneggiar marrone;
ed hammi drento cosí avviluppato,
ch’io non posso inghiottir giá piú boccone;
e so’ come un graticcio diventato,
tanta pena mi dá e passione;
ed ho fatiche assai, e pur soppòrtole,
ché m’ha legato con cento ritortole.

11

     Io son sí pazzo della tua persona,
che tutta notte io vo traendo guai.
Pel parentado molto si ragiona;
ognun dice: — Vallera, tu l’arai. —
Pel vicinato molto si canzona,
che vo la notte intorno a’ tuo’ pagliai,
e sí mi caccio a cantare a ricisa:
tu se’ nel letto e scoppi delle risa.

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12

     Non ho potuto stanotte dormire:
mill’anni mi parea che fussi giorno,
sol per poter con le bestie venire
con esso teco, e col tuo viso adorno;
e pur del letto mi convenne uscire:
posimi sotto il portico del forno,
ed ivi stetti piú d’un’ora e mezzo,
fin che la luna si ripose al rezzo.

13

     La Nencia mia non ha gnun mancamento:
è lunga e grossa e di bella misura;
ell’ha un buco nel mezzo del mento,
che rimbellisce tutta sua figura:
ell’è ripiena d’ogni sentimento:
credo che la formasse la natura
morbida e bianca, tanto appariscente,
che la trafigge il cuore a molta gente.

14

     Io t’ho recato un mazzo di spruneggi
con coccole, ch’io colsi avale avale:
io te le donerei, ma tu grandeggi,
e non rispondi mai né ben né male.
Stato m’è detto che tu mi dileggi,
ed io ne vo pur oltre alla reale:
quando ci passo, che sempre ti veggio,
ognun mi dice, come ti gaveggio.

15

     Tutto dí ier t’aspettai al mulino,
sol per veder se passavi in diritta:
le bestie son passate al poggiolino,
vientene su, ché tu mi par confitta.
Noi ci staremo un pezzo ad un caldino,
or ch’io mi sento la ventura ritta:
noi ce n’andremo insieme alle poggiuole;
insieme toccheremo le bestiuole.

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16

     Quando ti veddi uscir della capanna
col cane in mano e colle pecorelle,
il cor mi crebbe allor piú d’una spanna,
le lagrime mi vennon pelle pelle.
I’ m’avviai ingiú, con una canna
toccando e’ mie’ giovenchi e le vitelle:
i’ me n’andai in un burron quincentro:
i’ t’aspettava, e tu tornasti dentro.

17

     Quando tu vai per l’acqua con l’orcetto,
un tratto venistú al pozzo mio;
noi ci daremo un pezzo di diletto,
ché so che noi farem buon lavorío;
e cento volte io t’arei ristretto,
quando fussimo insieme e tu ed io:
e se tu dé’ venir, ché non ti spacci?
Aval che viene il mosto e i castagnacci.

18

     E’ fu d’april, quando m’innamorasti,
quando ti veddi coglier la ’nsalata;
i’ te ne chiesi, e tu mi rimbrottasti,
tanto che se ne andette la brigata.
I’ dissi bene allor dove n’andasti;
ch’io ti perdetti a manco d’un’occhiata.
D’allora innanzi i’ non fui mai piú desso,
per modo tal, che messo m’hai nel cesso.

19

     Nenciozza mia, i’ me ne voglio andare,
or che le pecorelle voglion bere
a quella pozza ch’io ti vo’ aspettare,
e livi in terra mi porrò a sedere,
tanto che vi ti veggia valicare;
voltolerommi un pezzo per piacere.
Aspetterotti tanto che tu venga;
ma fa’ che a disagio non mi tenga.

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20

     Nenciozza mia, ch’i’Fonte/commento: Edimburgo, 1912 vo’ sabato andare
fino a Fiorenza a vender duo somelle
di schegge, che mi posi ieri a tagliare
in mentre che pascevan le vitelle;
procura ben se ti posso arrecare,
o se tu vuoi che t’arrechi cavelle,
o liscio o biacca dentro un cartoccino,
o di spilletti o d’agora un quattrino.

21

     Ell’è dirittamente ballerina,
ch’ella si lancia com’una capretta,
e gira piú che ruota di mulina,
e dassi delle man nella scarpetta.
Quand’ella compie ’l ballo, ella s’inchina,
poi torna indietro, e due salti scambietta;
ella fa le piú belle riverenze
che gnuna cittadina di Firenze.

22

     Ché non mi chiedi qualche zaccherella?
ché so n’adopri di cento ragioni;
o uno intaglio per la tua gonnella?
o uncinegli o maglietti o bottoni?
o pel tuo camiciotto una scarsella?
o cintolin per legar gli scuffioni?
o vuoi per ammagliar la gammurrina
una cordella e seta cilestrina?

23

     Se tu volessi, per portar al collo,
un corallin di que’ bottoncin rossi
con un dondol nel mezzo, arrecherollo;
ma dimmi se gli vuoi piccoli o grossi;
e, s’io dovessi trargli dal midollo
del fusol della gamba o degli altr’ossi,
e s’io dovessi impegnar la gonnella,
i’ te gli arrecherò, Nencia mia bella.

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24

     Se mi dicessi, quando Sieve è grossa:
— Gettati dentro, — i’ mi vi getteria,
e s’io dovessi morir di percossa,
il capo al muro per te battería;
comandami, se vuoi, cosa ch’i’ possa,
e non ti peritar de’ fatti mia:
io so che molta gente ti promette;
fanne la prova d’un pa’ di scarpette.

25

     Io mi sono avveduto, Nencia bella,
ch’un altro ti gaveggia a mio dispetto;
e s’io dovessi trargli le budella
e poi gittarle tutte inturun tetto,
tu sai ch’io porto allato la coltella,
che taglia e pugne, che par un diletto:
che s’io il trovassi nella mia capanna,
io gliele caccerei piú d’una spanna.

26

     Piú bella cosa che la Nencia mia,
né piú dolciata non si troverebbe.
Ella è grossoccia, tarchiata e giulía,
frescoccia e grassa, che si fenderebbe;
se non che l’ha in un occhio ricadía:
chi non la mira ben non se n’andrebbe,
ma col suo canto ella rifá ogni festa,
e di menar la danza ella è maestra.

27

     Ogni cosa so fare, o Nencia bella,
pur che mel caccia nel buco del cuore:
io mi so mettere e trar la gonnella,
e di porci son buon comperatore;
sommi cignere allato la scarsella,
e sopra tutto buon lavoratore:
so maneggiar la marra ed il marrone,
e suono la staffetta e lo sveglione.

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28

     Tu se’ piú bella che madonna Lapa,
e se’ piú bianca ch’una madia vecchia;
piacimi piú ch’alle mosche la sapa,
e piú che’ fichi fiori alla forfecchia;
tu se’ piú bella che ’l fior della rapa,
e se’ piú dolce che ’l mel della pecchia;
vorre’ ti dare in una gota un bacio,
ch’è saporita piú che non è il cacio.

29

     Io mi posi a seder lungo la gora,
baciandoti in su quella voltoloni,
ed ivi stetti piú d’una mezz’ora,
tanto che valicorono i castroni.
Che fa’ tu, Nencia, che tu non vien fòra?
Vientene su per questi saliconi,
ch’i’ metta le mie bestie fra le tua,
ché parrem uno, e pur saremo dua.

30

     Nenciozza mia, ch’i’ me ne voglio andare,
e rimenar le mie vitelle a casa;
fatti con Dio, ch’i’ non posso piú stare,
ch’i’ mi sento chiamar da mona Masa;
lascioti il cuor, deh! non me lo tribbiare,
fa’ pur buona misura, e non sia rasa;
fátti con Dio e con la buona sera;
sieti raccomandato il tuo Vallera.

31

     — Nenciozza mia, vuo’ tu un poco fare
meco alla neve per quel salicale?
— Sí volentier, ma non me la sodare
troppo, che tu non mi facessi male. —
Nenciozza mia, deh! non ti dubitare,
che l’amor ch’io ti porto sí è tale,
che, quando avessi mal, Nenciozza mia,
con la mia lingua te lo leveria.

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32

     Andiam piú qua, ché qui n’è molto poca,
dove non tocca il sol nel valloncello;
rispondi tu, ch’i’ho la voce fioca,
se fussimo chiamati dal castello.
Liévati il vel di capo e meco giuoca,
ch’i’ veggia il tuo bel viso tanto bello,
al qual rispondon tutti gli suoi membri,
sicché a un’angiolella tu m’assembri.

33

     Cara Nenciozza mia, i’ aggio inteso
un caprettin che bela molto forte;
vientene giú, ché ’l lupo sí l’ha preso,
e con gli denti gli ha dato la morte.
Fa’ che tu sia giú nel vallone sceso,
dágli d’un fuso nel cuor per tal sorte,
che tu l’uccida, che si dica scorto:
— La Nencia il lupo col suo fuso ha morto. —

34

     Io ho trovato al bosco una nidiata,
in un certo cespuglio, d’uccellini;
io te gli serbo: e’ sono una brigata,
e mai vedesti i piú bei guascherini.
Doman t’arrecherò una stiacciata;
ma, perché non s’addien questi vicini,
io farò vista, per pigliare scusa,
venir sonando la mia cornamusa.

35

     Nenciozza mia, i’ non ti parre’ gherro,
se di seta io avessi un farsettino,
e con le calze chiuse, s’i’ non erro,
io ti parrei d’un grosso cittadino.
E non mi fo far zazzera col ferro,
perché al barbier non do piú d’un soldino;
ma, se ne viene quest’altra ricolta,
io me la farò far piú d’una volta.

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36

     Addie, gigliozzo mio dal viso adorno,
i’ veggio i buoi ch’andrebbon a far danno:
arrecherotti un mazzo, quando torno,
di fragole, se al bosco ne saranno;
quando tu sentirai sonare il corno,
vientene dove suoi venir quest’anno,
appiè dell’orto in quella macchierella:
arrecherotti un po’ di frassinella.

37

     Io t’ho fatto richiedere a tuo padre:
Beco m’ha strascinato le parole,
ed è rimaso sol dalla tua madre,
che mi par dica pur ch’ella non vuole.
Ma io vi vo’ venir con tante squadre,
che meco ti merrò, sia che si vuole;
io l’ho piú volte detto a lei e a Beco:
deliberato ho accompagnarmi teco.

38

     Quando ti veggio tra una brigata,
sempre convien ch’intorno mi t’aggiri,
e com’io veggo ch’un altro ti guata,
par proprio che del petto il cor mi spiri.
Tu mi se’ sí nel cuore intraversata,
ch’i’ rovescio ogni dí mille sospiri.
E con sospiri tutto lucidando,
e tutti ritti a te, Nencia, gli mando.

39

     Nenciozza mia, deh! vien’ meco a merenda,
ché vo’ che no’ facciamo una insalata;
ma fa’ che la promessa tu m’attenda
e che non se n’avvegga la brigata.
Non ho tolto arme, con che ti difenda
da quella trista Beca sciagurata;
e so che l’é cagion di questo affare,
che ’l diavol sí la possa scorticare.

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40

     La Nencia quando va alla festa in fretta,
ella s’adorna, che pare una perla,
ella si liscia e imbiacca e si rassetta,
e porta bene in dito sette anella;
ella ha di molte gioie ’n una cassetta,
sempre le porta sua persona bella;
di perle di valuta porta assai:
piú bella Nencia non vidi giamai.

41

     Se tu sapessi, Nencia, il grande amore,
ch’i’ porto a’ tuo’ begli occhi stralucenti,
le lagrime ch’io sento e ’l gran dolore,
che par che mi si sveglian tutti i denti;
se tu il sapessi, ti crepere’ il cuore,
e lascieresti tutt’i tuoi serventi
ed ameresti solo il tuo Vallera;
ché se’ colei che ’l mio cuor si dispera.

42

     Io ti veddi tornar, Nencia, dal Santo:
eri sí bella che tu m’abbagliasti;
tu volesti saltar entro quel campo,
ed un tal micciolino sdrucciolasti;
io mi nascosi lí presso ad un canto,
e tu cosí pian pian ne sogghignasti,
e poi venni oltre e non parve mio fatto;
tu mi guardasti e ti volgesti a un tratto.

43

     Nenciozza mia, tu mi fai strabiliare,
quando ti veggo cosí colorita:
starei un anno senza manicare,
sol per vederti sempre sí pulita:
s’io ti potessi allora favellare,
sarei contento sempre alla mia vita:
s’io ti toccassi un miccinin la mano,
mi parre’ d’esser d’oro a mano a mano.

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44

     Ché non ti svegli e vienne allo balcone,
Nencia, che non ti possa mai levare?
Tu senti ben che suona lo sveglione,
tu te ne ridi e fammi tribolare.
Tu non sei usa a star tanto in prigione;
tu suoi pur esser pazza del cantare;
e ’n tutto dí non t’ho dato di cozzo,
ch’i’ ti vorrei donar un berlingozzo.

45

     Or chi sarebbe quella sí crudele,
che, avendo un damerino sí d’assai,
non diventasse dolce come un mele?
E tu mi mandi pur traendo guai;
tu sai ch’io ti so tutto sí fedele;
meriterei portar corona e mai:
deh! sii un po’ piacevoletta almeno,
ch’io sono a te come la forca al fieno.

46

     Non è miglior maestra in questo mondo,
che è la Nencia mia di far cappegli:
ella gli fa con que’ bricioli intorno,
che io non veddi giamai i piú begli;
e le vicine gli stanno d’intorno,
il dí di festa vengon per vedergli:
ella fa molti graticci e canestre:
la Nencia mia è ’l fior delle maestre.

47

     Io son di te piú, Nencia, innamorato,
che non è ’l farfallin della lucerna,
e piú ti vo’ cercando in ogni lato,
piú che non fa il moscione alla taverna;
piú tosto ti vorrei avere allato
che mai di notte un’accesa lucerna.
Or, se tu mi vuoi bene, or su fa’ tosto
or che ne viene i castagnacci e ’l mosto.

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48

     O povero Vallera sventurato,
ben t’hai perduto il tempo e la fatica!
Solevo dalla Nencia essere amato,
ed or m’è diventata gran nimica,
e vo urlando come disperato,
e lo mio gran dolor convien ch’io dica.
La Nencia m’ha condotto a tal estremo;
quando la veggio, tutto quanto tremo.

49

     Nenciozza mia, tu mi fai consumare,
e di straziarmi ne pigli piacere.
Se senza duol mi potessi sparare,
mi sparerei, per darti a divedere,
s’i’ t’ho nel core, e pur t’ho a sopportare:
tel porrei in mano e fare’ tel vedere:
se lo toccassi con tua mano snella,
e’ griderebbe: — Nencia, Nencia bella. —

50

     Nenciozza mia, tu ti farai con Dio,
ch’io veggo le bestiuole presso a casa;
io non vorrei per lo baloccar mio
nessuna fusse in pastura rimasa.
Io veggo ben che l’han passato il rio,
e sentomi chiamar da mona Masa.
Fátti con Dio, ch’andar me ne vo’ tosto,
ch’i’ sento Nanni, che vuol far delFonte/commento: Edimburgo, 1912 mosto.