Orlando furioso/Canto 1

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Orlando furioso Canto 2
Versione diplomatica
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ORLANDO FVRIOSO DI MESSER LVDOVICO

ARIOSTO ALLO ILLVSTRISSIMO E REVE

RENDISSIMO CARDINALE DON

NO HIPPOLYTO DA ESTE

SVO SIGNORE.


 


CANTO PRIMO




 [1]
Le donne i cauallier’: l’arme gli amori
     Le corteſie: l’audaci īpreſe io canto
     Che furo al tēpo che paſſaro i Mori
     D’Africa il mare, e in Francia nocquer tanto
     Seguendo l’ire, e i giouenil furori
     D’Agramante lor Re, che ſi die vanto
     Di vendicar la morte di Troiano
     Sopra re Carlo imperator romano.
     
 [2]
Diro d’Orlando in vn medeſmo tratto
     Coſa non detta in proſa mai ne in rima
     Che per amor venne in furore e matto
     D’huom che ſi ſaggio era ſtimato prīa
     Se da colei che tal quaſi m’ha fatto
     Che ’l poco īgegno adhor adhor mi lima
     Me ne ſara pehro tanto conceſſo
     Che mi baſti a finir quāto ho promeſſo
     
 [3]
Piacciaui generoſa Herculea prole
     Ornamento e ſplendor del ſecol noſtro
     Hippolyto aggradir queſto che vuole
     E darui ſol puo l’humil ſeruo voſtro
     Quel ch’io vi debbo, poſſo di parole
     Pagare in parte e d’opera d’inchioſtro,
     Ne che poco io vi dia da imputar ſono
     Che quanto io poſſo dar, tutto vi dono
     
 [4]
Voi ſentirete fra i piu degni Heroi
     Che nominar cō laude m’apparecchio
     Ricordar quel Ruggier che fu di voi
     E devoſtri aui illuſtri il ceppo vecchio.
     L’alto valore e’ chiari geſti ſuoi
     Vi faro vdir ſe voi mi date orecchio
     E voſtri alti penſier cedino vn poco
     Si che tra lor miei uerſi habbiano loco.
     
 [5]
Orlando che gran tempo inamorato
     Fu de la bella Angelica, e per lei
     In India, in Media, in Tartaria laſciato
     Hauea infiniti, & immortal trofei
     In Ponente con eſſa era tornato
     Doue ſotto i gran monti Pyrenei
     Con la gente di Francia e de Lamagna
     Re Carlo era attendato alla campagna
     

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 [6]
Per far al re Marſilio e al re Agramāte
     Batterſi ancor del folle ardir la guācia
     D’hauer condotto l’un d’Africa quante
     Genti erano atte a portar ſpada e lancia
     L’altro d’hauer ſpinta la Spagna inante
     A deſtruttion del bel regno di Francia
     E coſi Orlando arriuo quiui a punto
     Ma toſto ſi penti d’eſſerui giunto
     
 [7]
Che vi fu tolta la ſua donna poi,
     Ecco il giudicio humā come ſpeſſo erra
     Quella che dagli Heſperi ai liti Eoi
     Hauea difeſa con ſi lunga guerra
     Or tolta gli e: fra tanti amici ſuoi
     Senza ſpada adoprar: ne la ſua terra
     Il ſauio imperator ch’eſtinguer volſe
     Vn graue incendio, fu che gli la tolſe
     
 [8]
Nata pochi di inanzi era vna gara
     Tra il cōte Orlando e il ſuo cugin Rinaldo:
     Che entrambi haueā p la bellezza rara
     D’amoroſo diſio l’animo caldo,
     Carlo che non hauea tal lite cara
     Che gli rendea l’aiuto lor men ſaldo
     Queſta donzella che la cauſa n’era
     Tolſe, e die in mano al duca di Bauera.
     
 [9]
In premio promettendola a quel d’eſſi
     Ch’in q̄l cōflitto: in q̄lla grā giornata
     De gli infideli piu copia vccideſſi,
     E di ſua man preſtaſſe opra piu grata.
     Contrari ai voti poi furo i ſucceſſi
     Ch’in fuga ando la gente battezata,
     E con molti altri fu ’l Duca prigione
     E reſto abbandonato il padiglione.
     
 [10]
Doue poi che rimaſe la donzella
     Ch’eſſer douea del vincitor mercede:
     Inanzi al caſo era ſalita in ſella:
     E quando biſogno le ſpalle diede:
     Preſaga che quel giorno eſſer rubella
     Douea Fortuna alla chriſtiana fede,
     Entro in vn boſco: e ne la ſtretta uia
     Rincontro vn cauallier ch’a pie venia.
     
 [11]
Indoſſo la corazza: l’elmo in teſta:
     La ſpada al fianco: e in braccio auea lo ſcudo
     E piu leggier correa p la foreſta
     Ch’al pallio roſſo il villan mezzo ignudo,
     Timida paſtorella mai ſi preſta
     Non volſe piede inanzi a ſerpe crudo:
     Come Angelica toſto il freno torſe
     Che del guerrier: ch’apie venia: ſ’accorſe.
     
 [12]
Era coſtui quel paladin gagliardo
     Figliuol d’Amon ſignor di Montalbāo:
     A cui pur dianzi il ſuo deſtrier Baiardo
     Per ſtrano caſo vſcito era di mano,
     Come alla dōna egli drizzo lo ſguardo
     Riconobbe: quantunque di lontano:
     L’angelico ſembiante e quel bel volto
     Ch’all’amoroſe reti il tenea inuolto.
     
 [13]
La donna il palafreno a dietro volta
     E per la ſelua a tutta briglia il caccia:
     Ne per la rara piu che per la folta
     La piu ſicura e miglior via procaccia,
     Ma pallida, tremando: e di ſe tolta:
     Laſcia cura al deſtrier’ che la via faccia.
     Di ſu di giu ne l’alta ſelua fiera
     Tanto giro: che venne a vna riuiera.
     

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 [14]
Su la riuiera Ferrau trouoſſe
     Di ſudor pieno: e tutto polueroſo,
     Da la battaglia dianzi lo rimoſſe
     Vn gran diſio di bere e di ripoſo.
     E poi: mal grado ſuo: quiui fermoſſe,
     Perche de l’acqua ingordo e frettoloſo
     L’elmo nel fiume ſi laſcio cadere
     Ne l’auea potuto ancho rihauere.
     
 [15]
Quanto potea piu forte ne veniua
     Gridando la donzella iſpauentata,
     A quella voce ſalta in ſu la riua
     Il Saracino: e nel viſo la guata,
     E la conoſce ſubito ch’arriua:
     Benche di timor pallida e turbata:
     E ſien piu di che non n’vdi nouella:
     Che ſenza dubbio ell’e Angelica bella.
     
 [16]
E perche era corteſe: e n’hauea forſe
     Non men de i dui cugini il petto caldo:
     L’aiuto che potea tutto le porſe
     Pur cōe haueſſe l’elmo ardito e baldo:
     Traſſe la ſpada: e minacciando corſe
     Doue poco di lui temea Rinaldo,
     Piu volte s’eran gia non pur veduti:
     M’al paragon de l’arme conoſciuti.
     
 [17]
Cominciar quiui vna crudel battaglia
     Come a pie ſi trouar co i brandi ignudi.
     Non che le piaſtre e la minuta maglia:
     Ma a i colpi lor nō reggerian gl’incudi,
     Hor mentre l’un con l’altro ſi trauaglia,
     Biſogna al palafren che’l paſſo ſtudi:
     Che quanto puo menar de le calcagna
     Colei lo caccia al boſco e alla cāpagna.
     
 [18]
Poi che s’affaticar gran pezzo in vano
     I duo guerrier per por l’un l’altro ſotto
     Quādo nō meno era cō l’arme in mano
     Queſto di quel, ne quel di q̄ſto dotto:
     Fu primiero il Signor di Montalbano
     Ch’al cauallier di Spagna fece motto:
     Si come quel ch’ha nel cuor tanto fuoco
     Che tutto n’arde, e non ritroua loco.
     
 [19]
Diſſe al Pagan, me ſol creduto haurai
     E pur’haurai te meco anchora offeſo:
     Se queſto auuien, perche i fulgenti rai
     Del nuouo Sol t’habbino il petto acceſo
     Di farmi qui tardar che guadagno hai?
     Che qn̄ anchor tu m’habbi morto o p̄ſo
     Non perho tua la bella Donna fia
     Che mentre noi tardian ſe ne va via.
     
 [20]
Quāto fia meglio amādola tu anchora
     Che tu le venga a trauerſar la ſtrada
     A ritenerla e farle far dimora
     Prima che piu lontana ſe ne vada:
     Come l’hauremo in poteſtate, allhora
     Di chi eſſer de ſi proui con la ſpada:
     Nō ſo altrimēti, dopo vn lungo affanno
     Che poſſa riuſcirci altro che danno.
     
 [21]
Al pagan la propoſta nō diſpiacque
     Coſi fu differita la tenzone:
     E tal tregua tra lor ſubito nacque
     Si l’odio e l’ira va in obliuione:
     Che’l Pagāo al partir da le freſche acqꝫ
     Nō laſcio a piedi il buō figliuol d’Amōe
     Cō preghi īuita, & al fin toglie īgroppa:
     E per l’orme d’Angelica galoppa.
     

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 [22]
O gran bōta de cauallieri antiqui
     Eran riuali, eran di fe diuerſi,
     E ſi ſentian de gli aſpri colpi iniqui
     Per tutta la perſona ancho dolerſi,
     E pur per ſelue oſcure e calli obliqui
     Inſieme van ſenza ſoſpetto hauerſi:
     Da quattro ſproni il deſtrier pūto arriua
     Oue vna ſtrada in due ſi dipartiua.
     
 [23]
E come quei che nō ſapean ſe l’una
     O l’altra via faceſſe la dōzella
     (Perho che ſenza differentia alcuna
     Apparia in amēdue l’orma nouella)
     Si meſſero ad arbitrio di Fortuna
     Rinaldo a queſta: il Saracino a quella:
     Pel boſco Ferrau molto ſ’auuolſe:
     E ritrouoſſi al fine onde ſi tolſe.
     
 [24]
Pur ſi ritroua anchor ſu la riuera
     La doue l’elmo gli caſco ne l’onde:
     Poi che la dōna ritrouar nō ſpera
     Per hauer l’elmo che’l fiume gli aſcōde
     In quella parte onde caduto gliera
     Diſcende ne l’eſtreme humide ſpōde:
     Ma quello era ſi fitto ne la ſabbia
     Cħ molto haura da far prīa che l’habbia.
     
 [25]
Con vn gran ramo d’albero rimōdo,
     Di c’hauea fatto vna pertica lunga:
     Tenta il fiume e ricerca ſino al fondo
     Ne loco laſcia oue nō batta e punga:
     Mētre, cō la maggior ſtizza del mōdo,
     Tanto l’indugio ſuo quiui prolunga
     Vede di mezo il fiume vn caualliero
     Inſino al petto vſcir d’aſpetto fiero,
     
 [26]
Era fuor che la teſta tutto armato
     Et hauea vn’elmo ne la deſtra mano:
     Hauea il medeſimo elmo che cercato
     Da Ferrau fu lungamente in vano:
     A Ferrau parlo come adirato
     E diſſe, ah mancator di fe Marano
     Perche di laſciar l’elmo āche t’aggreui
     Che render gia gran tempo mi doueui?
     
 [27]
Ricordati Pagan quando vccideſti
     D’Angelica il fratel (che ſon quell’io)
     Dietro all’altr’arme tu mi prometteſti
     Gittar fra pochi di l’elmo nel rio
     Hor ſe Fortuna: quel che nō voleſti
     Far tu, pone ad effetto il voler mio
     Nō ti turbare, e ſe turbar ti dei
     Turbati che di fe mancato ſei.
     
 [28]
Ma ſe deſir pur hai d’un’elmo fino
     Trouāe vn’altro, & habbil cō piu honor̄
     Vn tal ne porta Orlando paladino,
     Vn tal Rinaldo, e forſe ancho migliore:
     L’un fu d’Almōte, e, l’altro di Mābrino:
     Acquiſta vn di quei duo col tuo valore
     E queſto ch’hai gia di laſciarmi detto,
     Farai bene a laſciarmi cō effetto.
     
 [29]
All’apparir che fece all’improuiſo
     De l’acqua l’ōbra, ogni pelo arriccioſſi
     E ſcoloroſſi al Saracino il viſo,
     La voce ch’era per vſcir fermoſſi:
     Vdendo poi da l’Argalia, ch’ucciſo
     Quiui hauea gia (cħ l’Argalia nomoſſi)
     La rotta fede coſi improuerarſe
     Di ſcorno e d’ira, dentro, e di fuor arſe
     

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 [30]
Ne tempo hauendo a penſar altra ſcuſa
     E conoſcendo ben che’l ver gli diſſe
     Reſto ſenza riſpoſta a bocca chiuſa:
     Ma la vergogna il cor ſi gli trafiſſe
     Che giuro per la vita di Lanfuſa
     Nō voler mai ch’altro elmo lo copriſſe:
     Se nō quel buono che gia in Aſpramōte
     Traſſe dal capo Orlādo al fiero Almōte.
     
 [31]
E ſeruo meglio queſto giuramento
     Che nō auea quell’altro fatto prima,
     Quindi ſi parte tanto mal cōtento
     Che molti giorni poi ſi rode e lima:
     Sol di cercare e il Paladino intento
     Di qua, di la doue trouarlo ſtima
     Altra ventura al buon Rinaldo accade
     Che da coſtui tenea diuerſe ſtrade.
     
 [32]
Non molto va Rinaldo che ſi vede
     Saltare inanzi il ſuo deſtrier feroce
     Ferma Baiardo mio, deh ferma il piede
     Che l’eſſer ſenza te troppo mi nuoce:
     Per q̄ſto il deſtrier ſordo a lui nō riede
     Anzi piu ſe ne va ſempre veloce:
     Segue Rinaldo e d’ira ſi diſtrugge,
     Ma ſeguitiamo Angelica che fugge.
     
 [33]
Fugge tra ſelue ſpauentoſe e ſcure
     Per lochi inhabitati, ermi e ſeluaggi:
     Il mouer de le frondi e di verzure
     Che di cerri ſentia, d’olmi, e di faggi:
     Fatto le hauea con ſubite paure
     Trouar di qua: di la ſtrani viaggi:
     Ch’ad ogni ōbra veduta o ī mōte o ī valle,
     Temea Rinaldo hauer ſemp̄ alle ſpalle.
     
 [34]
Qual pargoletta o damma o capriuola
     Che tra le fronde del natio boſchetto
     Alla madre veduta habbia la gola
     Strīger dal pardo, o aprirle ’l fiāco o ’l petto
     Di ſelua in ſelua dal crudel ſ’inuola
     E di paura triema e di ſoſpetto:
     Ad ogni ſterpo che paſſando tocca
     Eſſer ſi crede all’empia fera in bocca.
     
 [35]
Quel di e la notte a mezzo l’altro giorno
     S’ando aggirando, e non ſapeua doue
     Trouoſſi al fine in vn boſchetto adorno
     Che lieuemente la freſca aura muoue
     Duo chiari riui mormorando intorno
     Sempre l’herbe vi fan tenere e nuoue
     E rendea ad aſcoltar dolce cōcento
     Rotto tra picciol ſaſſi, il correr lento.
     
 [36]
Quiui parendo a lei d’eſſer ſicura
     E lontana a Rinaldo mille miglia:
     Da la via ſtanca e da l’eſtiua arſura
     Di ripoſare alquanto ſi conſiglia,
     Tra fiori ſmonta, e laſcia alla paſtura
     Andare il palafren ſenza la briglia:
     E q̄l va errādo intorno alle chiare onde
     Cħ di freſca herba haueā piene le ſpōde
     
 [37]
Ecco non lungi vn bel ceſpuglio vede
     Di prun fioriti e di vermiglie roſe:
     Che de le liq̄de onde al ſpecchio ſiede
     Chiuſo dal Sol fra l’alte q̄rcie ombroſe,
     Coſi voto nel mezo, che cōcede
     Freſca ſtanza fra l’ombre piu naſcoſe,
     E la foglia coi rami in modo e miſta
     Che ’l Sol nō v’entra, nō cħ minor viſta.
     

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 [38]
Dentro letto vi fan tenere herbette
     Ch’inuitano a poſar chi ſ’appreſenta:
     La bella dōna in mezzo a quel ſi mette
     Iui ſi corca, & iui s’addormenta:
     Ma nō per lungo ſpatio coſi ſtette
     Che vn calpeſtio le par che venir ſenta:
     Cheta ſi leua, e appreſſo alla riuiera
     Vede ch’armato vn Cauallier giunt’era
     
 [39]
Segli e amico o nemico non comprende
     Tema e ſperāza il dubbio cuor le ſcuote
     E di quella auentura il fine attende
     Ne pur d’un ſol ſoſpir l’aria percuote:
     Il caualliero in riua al fiume ſcende
     Sopra l’un braccio a ripoſar le gote:
     E in ſuo gran penſier tanto penetra
     Che par cangiato in inſenſibil pietra.
     
 [40]
Penſoſo piu d’un’hora a capo baſſo
     Stette Signore il cauallier dolente:
     Poi comincio cō ſuono afflitto e laſſo
     A lamentarſi ſi ſoauemente:
     C’haurebbe di pieta ſpezzato vn ſaſſo:
     Vna tygre crudel fatta clemente
     Soſpirando piangea, tal ch’un ruſcello
     Pareā le guācie, e’l petto vn Mōgibello.
     
 [41]
Pēſier (dicea) ch’l cor m’agghiacci & ardi
     E cauſi il duol che ſempre il rode e lima,
     Che debbo far? poi ch’io ſon giūto tardi
     E ch’altri a corre il frutto e ādato prima,
     A pena hauuto io n’ho parole e ſguardi
     Ed altri n’ha tutta la ſpoglia opima:
     Se non ne tocca a me frutto ne fiore
     Perche affligger p lei mi vuo’ piu il core?
     
 [42]
La verginella e ſimile alla roſa
     Ch’in bel giardin’ ſu la natiua ſpina
     Mentre ſola e ſicura ſi ripoſa
     Ne gregge ne paſtor ſe le auuicina:
     L’aura ſoaue, e l’alba rugiadoſa
     L’acqua, la terra al ſuo fauor s’inchina:
     Gioueni vaghi e donne inamorate
     Amano hauerne, e ſeni, e tempie, ornate.

     
 [43]
Ma nō ſi toſto dal materno ſtelo
     Rimoſſa viene, e dal ſuo ceppo verde
     Che quāto hauea dagli huoī e dal cielo
     Fauor gratia e bellezza tutto perde,
     La vergine che’l fior, di che piu zelo
     Che de begliocchi, e de la vita, hauer de
     Laſcia altrui corre, il p̄gio c’hauea ināti
     Perde nel cor di tutti glialtri amanti.
     
 [44]
Sia vile a glialtri, e da quel ſolo amata
     A cui di ſe fece ſi larga copia
     Ah Fortuna crudel Fortuna ingrata
     Triōphan glialtri, e ne moro io d’inopia:
     Dūq3 eſſer puo che non mi ſia piu grata?
     Dunq3 io poſſo laſciar mia vita propia?
     Ah piu toſto hoggi manchino i di miei
     Ch’io viua piu, s’amar non debbo lei.
     
 [45]
Se mi domanda alcun chi coſtui ſia
     Che verſa ſopra il rio lachryme tante
     Io diro ch’egli e il Re di Circaſſia:
     Quel d’amor trauagliato Sacripante:
     Io diro anchor che di ſua pena ria
     Sia prima e ſola cauſa eſſere amante,
     E pur’vn de gli amanti di coſtei
     E ben riconoſciuto fu da lei.
     

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 [46]
Appreſſo oue il Sol cade per ſuo amore
     Venuto era dal capo d’Oriente:
     Che ſeppe in India con ſuo gran dolore
     Come ella Orlando ſequito in ponente:
     Poi ſeppe in Francia che l’Imperatore
     Sequeſtrata l’hauea da l’altra gente,
     Per darla all’un de duo cħ cōtra il Moro
     Piu quel giorno aiutaſſe i gigli d’oro.
     
 [47]
Stato era in cāpo e īteſo hauea di quella
     Rotta crudel che diāzi hebbe Re Carlo
     Cerco veſtigio d’Angelica bella
     Ne potuto hauea anchora ritrouarlo:
     Queſta e dunque la triſta e ria nouella
     Che d’amoroſa doglia fa penarlo
     Affligger, lamentare, e dir parole
     Che di pieta potrian fermare il Sole.
     
 [48]
Mentre coſtui coſi s’affligge e duole
     E fa de gliocchi ſuoi tepida Fonte
     E dice queſte e molte altre parole
     Che non mi par biſogno eſſer racconte:
     L’auenturoſa ſua Fortuna vuole
     Ch’alle orecchie d’Angelica ſian conte:
     E coſi quel ne viene a vn’hora, a vn pūto
     Ch’in mille āni, o mai piu nō e raggiūto.
     
 [49]
Con molta attenzion la bella donna
     Al pianto alle parole, al modo attende
     Di colui ch’in amarla non aſſonna:
     Ne queſto e il primo di ch’ella l’intende,
     Ma dura e fredda piu d’una colonna
     Ad hauerne pieta non perho ſcēde:
     Come colei c’ha tutto il mōdo a ſdegno
     E non le par ch’alcun ſia di lei degno.
     
 [50]
Pur tra quei boſchi il ritrouarſi ſola
     Le fa penſar di tor coſtui per guida:
     Che chi ne l’acqua ſta fin’alla gola
     Ben’e oſtinato ſe merce non grida
     Se queſta occaſione hor ſe l’inuola
     Non trouera mai piu ſcorta ſi fida
     Ch’a lunga proua conoſciuto inante
     S’hauea q̄l Re fedel ſopra ogni amāte.
     
 [51]
Ma non perho diſegna de l’affanno
     Che lo diſtrugge, alleggierir chi l’ama,
     E riſtorar d’ogni paſſato danno
     Cō q̄l piacer ch’ogni amator piu brama:
     Ma alcuna fintione alcuno inganno
     Di tenerlo in ſperanza ordiſce e trama:
     Tanto ch’a q̄l biſogno ſe ne ſerua
     Poi torni all’uſo ſuo dura e proterua.
     
 [52]
E fuor di quel ceſpuglio oſcuro e cieco
     Fa di ſe bella & improuiſa moſtra,
     Come di ſelua, o fuor d’ombroſo ſpeco
     Diana in Scena o Cytherea ſi moſtra:
     E dice all’apparir pace ſia teco
     Teco difenda Dio la fama noſtra:
     E non comporti contra ogni ragione
     C’habbi di me ſi falſa opinione.
     
 [53]
Non mai con tāto gaudio o ſtupor tanto
     Leuo gli occhi al figliuolo alcuna madre
     C’hauea per morto ſoſpirato e pianto
     Poi cħ ſenza eſſo vdi tornar le ſquadre:
     Con quāto gaudio il Saracin, con quāto
     Stupor: l’alta preſenza, e le leggiadre
     Maniere, e il vero angelico ſembiante
     Improuiſo apparir ſi vide inante.
     

[p. 12 modifica]

 [54]
Pieno di dolce, e d’amoroſo affetto
     Alla ſua donna, alla ſua diua corſe,
     Che cō le braccia al collo il tēne ſtretto
     Quel ch’al Catai non hauria fatto forſe:
     Al patrio regno al ſuo natio ricetto
     Seco hauendo coſtui, l’animo torſe,
     Subito in lei ſ’auuiua la ſperanza
     Di toſto riueder ſua ricca ſtanza.
     
 [55]
Ella gli rende conto pienamente
     Dal giorno che mandato fu da lei
     A domandar ſoccorſo in Oriente
     Al Re de Sericani Nabatei,
     E come Orlando la guardo ſouente
     Da morte, da diſnor, da caſi rei:
     E che’l fior virginal coſi hauea ſaluo
     Come ſe lo porto del materno aluo.
     
 [56]
Forſe era ver, ma non perho credibile
     A chi del ſenſo ſuo foſſe ſignore:
     Ma parue facilmente a lui poſſibile
     Ch’era perduto in via piu graue errore:
     Quel cħ l’huō vede Amor gli fa īuiſibile
     E l’inuiſibil fa vedere Amore:
     Queſto creduto fu, che’l miſer ſuole
     Dar facile credenza a quel che vuole.
     
 [57]
Se mal ſi ſeppe il cauallier d’Anglante
     Pigliar p ſua ſciocchezza il tēpo buono
     Il danno ſe ne haura, che da qui inante
     Nol chiamera Fortuna a ſi gran dono:
     (Tra ſe tacito parla Sacripante)
     Ma io per imitarlo gia non ſono:
     Che laſci tanto ben che m’e conceſſo
     E ch’a doler poi m’abbia di me ſteſſo.
     
 [58]
Corro la freſca e matutina roſa
     Che tardando ſtagion perder potria:
     So ben ch’a donna non ſi puo far coſa
     Che piu ſoaue e piu piaceuol ſia:
     Anchor che ſe ne moſtri diſdegnoſa
     E talhor meſta e flebil ſe ne ſtia:
     Non ſtaro per repulſa o finto ſdegno
     Ch’io nō adōbri e īcarni il mio diſegno
     
 [59]
Coſi dice egli, e mentre s’apparecchia
     Al dolce aſſalto, vn grā rumor cħ ſuona
     Dal vicin boſco, gl’intruona l’orecchia,
     Si che mal grado, l’impreſa abbandona:
     E ſi pon l’elmo (c’hauea vſanza vecchia
     Di portar ſempre armata la perſona:)
     Viene al deſtriero, e gli ripon la briglia
     Rimonta in ſella e la ſua lancia piglia.
     
 [60]
Ecco pel boſco vn cauallier venire
     Il cui ſēbiāte e d’huom gagliardo e fiero
     Candido come nieue e il ſuo veſtire:
     Vn bianco pennoncello ha per cimiero:
     Re Sacripante che non puo patire
     Che quel con l’importuno ſuo ſentiero
     Glihabbia interrotto il grā piacer c’hauea
     Con viſta il guarda diſdegnoſa e rea.
     
 [61]
Come e piu preſſo lo ſfida a battaglia
     Che crede ben fargli votar l’arcione:
     Quel che di lui nō ſtimo gia che vaglia
     Vn grano meno, e ne fa paragone,
     L’orgoglioſe minacce a mezzo taglia:
     Sprona a vn tēpo, e la lancia ī reſta pone
     Sacripante ritorna con tempeſta
     E corronſi a ferir teſta per teſta.
     

[p. 13 modifica]

 [62]
Non ſi vanno i Leoni, o i Tori in ſalto
     A dar di petto ad accozzar ſi crudi
     Si come i duo guerrieri al fiero aſſalto
     Che parimente ſi paſſar gli ſcudi:
     Fe lo ſcontro tremar dal baſſo all’alto
     L’herboſe valli inſino ai poggi ignudi
     E ben giouo che fur buoni e perfetti
     Glioſberghi ſi, che lor ſaluaro i petti.
     
 [63]
Gia non fero i caualli vn correr torto
     Anzi cozzaro a guiſa di montoni,
     Quel del Guerrier pagan mori di corto
     Ch’era viuendo in numero de buoni:
     Quell’altro cadde āchor, ma fu riſorto
     Toſto ch’al fianco ſi ſenti gli ſproni:
     Quel del Re ſaracin reſto diſteſo
     Adoſſo al ſuo Signor con tutto il peſo.
     
 [64]
L’incognito campion che reſto ritto
     E vide l’altro col cauallo in terra
     Stimando hauere aſſai di quel conflitto
     Non ſi curo di rinouar la guerra:
     Ma doue per la ſelua e il camin dritto
     Correndo a tutta briglia ſi diſſerra:
     E prima che di briga eſca il pagano
     Vn miglio o poco meno: e gia lontano.
     
 [65]
Qual iſtordito e ſtupido aratore
     Poi ch’e paſſato il fulmine ſi leua
     Di la: doue l’altiſſimo fragore
     Appreſſo ai morti buoi ſteſo l’haueua
     Che mira ſenza fronde e ſenza honore
     Il Pin che di lontan veder ſoleua:
     Tal ſi leuo il Pagano, a pie rimaſo
     Angelica preſente al duro caſo.
     
 [66]
Soſpira e geme, non perche l’annoi
     Cħ piede o braccia ſ’habbi rotto o moſſo
     Ma per vergogna ſola, onde a di ſuoi
     Ne pria ne dopo il viſo ebbe ſi roſſo,
     E piu ch’oltre il cader, ſua donna poi
     Fu che gli tolſe il gran peſo d’adoſſo
     Muto reſtaua, mi cred’io, ſe quella
     Non gli rendea la voce e la fauella.
     
 [67]
Deh! (diſs’ella) Signor non vi rincreſca
     Che del cader non e la colpa voſtra:
     Ma del cauallo, a cui ripoſo & eſca
     Meglio ſi cōuenia che nuoua gioſtra:
     Ne pcio q̄l guerrier ſua gloria accreſca
     Che d’eſſer ſtato il perditor dimoſtra:
     Coſi, per quel ch’io me ne ſappia, ſtimo
     Quādo a laſciare il cāpo e ſtato primo.
     
 [68]
Mentre coſtei conforta il Saracino
     Ecco col corno, e cō la taſca al fianco
     Galoppando venir ſopra vn ronzino
     Vn meſſagger, cħ parea afflitto e ſtāco
     Che come a Sacripante fu vicino
     Gli dōando, ſe con vn ſcudo bianco
     E con vn bianco pennoncello in teſta
     Vide vn guerrier paſſar per la foreſta.
     
 [69]
Riſpoſe Sacripante: come vedi
     M’ha q̄ abbattuto, e ſe ne parte hor’hora
     E pch’io ſappia chi m’ha meſſo a piedi
     Fa che per nome io lo conoſca anchora
     Ed egli a lui, di quel che tu mi chiedi
     Io ti ſatiſfaro ſenza dimora
     Tu dei ſaper che ti leuo di ſella
     L’alto valor d’una gentil donzella.
     

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 [70]
Ella e gagliarda ed e piu bella molto;
     Ne il ſuo famoſo nome anco t’aſcondo:
     Fu Bradamante quella che t’ha tolto
     Quanto onor mai tu guadagnaſti al mondo. —
     Poi ch’ebbe coſi detto, a freno ſciolto
     Il Saracin laſcio poco giocondo,
     Che non ſa che ſi dica o che ſi faccia,
     Tutto auuampato di vergogna in faccia.
     
 [71]
Poi che gran pezzo al caſo interuenuto
     Ebbe penſato inuano, e finalmente
     Si trouo da vna femina abbattuto,
     Che penſandoui piu, piu dolor ſente;
     Monto l’altro deſtrier, tacito e muto:
     E ſenza far parola, chetamente
     Tolſe Angelica in groppa, e differilla
     A piu lieto vſo, a ſtanza piu tranquilla.
     
 [72]
Non furo iti due miglia, che ſonare
     Odon la ſelua che li cinge intorno,
     Con tal rumore e ſtrepito, che pare
     Che triemi la foreſta d’ogn’intorno;
     E poco dopo vn gran deſtrier n’appare,
     D’oro guernito e riccamente adorno,
     Che ſalta macchie e riui, ed a fracaſſo
     Arbori mena e cio che vieta il paſſo.
     
 [73]
— Se l’intricati rami e l’aer foſco,
     (diſſe la donna) agli occhi non contende,
     Baiardo e quel deſtrier ch’in mezzo il boſco
     Con tal rumor la chiuſa via ſi fende.
     Queſto e certo Baiardo, io ’l riconoſco:
     Deh, come ben noſtro biſogno intende!
     Ch’un ſol ronzin per dui ſaria mal atto,
     E ne viene egli a ſatiſfarci ratto. —
     
 [74]
Smonta il Circaſſo ed al deſtrier ſ’accoſta,
     E ſi penſaua dar di mano al freno.
     Colle groppe il deſtrier gli fa riſpoſta,
     Che fu preſto al girar come vn baleno;
     Ma non arriua doue i calci appoſta:
     Miſero il cauallier ſe giungea a pieno!
     Che nei calci tal poſſa auea il cauallo,
     Ch’auria ſpezzato vn monte di metallo.
     
 [75]
Indi va manſueto alla donzella,
     Con vmile ſembiante e geſto vmano,
     Come intorno al padrone il can ſaltella,
     Che ſia duo giorni o tre ſtato lontano.
     Baiardo ancora auea memoria d’ella,
     Ch’in Albracca il ſeruia gia di ſua mano
     Nel tempo che da lei tanto era amato
     Rinaldo, allor crudele, allor ingrato.
     
 [76]
Con la ſiniſtra man prende la briglia,
     Con l’altra tocca e palpa il collo e ’l petto:
     Quel deſtrier, ch’auea ingegno a marauiglia,
     A lei, come vn agnel, ſi fa ſuggetto.
     Intanto Sacripante il tempo piglia:
     Monta Baiardo e l’urta e lo tien ſtretto.
     Del ronzin diſgrauato la donzella
     Laſcia la groppa, e ſi ripone in ſella.
     
 [77]
Poi riuolgendo a caſo gli occhi, mira
     Venir ſonando d’arme vn gran pedone.
     Tutta ſ’auuampa di diſpetto e d’ira,
     Che conoſce il figliuol del duca Amone.
     Piu che ſua vita l’ama egli e deſira;
     L’odia e fugge ella piu che gru falcone.
     Gia fu ch’eſſo odio lei piu che la morte;
     Ella amo lui: or han cangiato ſorte.
     

[p. 15 modifica]

 [78]
E queſto hanno cauſato due fontane
     Che di diuerſo effetto hanno liquore,
     Ambe in Ardenna, e nō ſono lontane:
     D’amoroſo diſio l’una empie il core:
     Chi bee de l’altra ſenza amor rimane
     E volge tutto in ghiaccio il primo ardore
     Rinaldo guſto d’una, e Amor lo ſtrugge
     Angelica de l’altra, e l’odia e fugge.
     
 [79]
Quel liquor di ſecreto venen miſto
     Che muta in odio l’amoroſa cura
     Fa che la dōna che Rinaldo ha viſto
     Ne i ſereni occhi ſubito ſ’oſcura,
     E cō voce tremante e viſo triſto
     Supplica Sacripante e lo ſcōgiura
     Che quel guerrier piu app̄ſſo nō attenda:
     Ma ch’inſieme cō lei la fuga prenda.
     
 [80]
Son dunque (diſſe il Saracino) ſono
     Dunque in ſi poco credito cō vui?
     Che mi ſtimiate inutile, e nō buono
     Da poterui difender da coſtui?
     Le battaglie d’Albracca gia vi ſono
     Di mente vſcite? e la notte ch’io fui
     Per la ſalute voſtra ſolo e nudo
     Cōtra Agricane e tutto il campo ſcudo?
     
 [81]
Nō riſponde ella, e nō ſa che ſi faccia
     Percħ Rinaldo ormai l’e troppo app̄ſſo
     Che da lōtano al Saracin minaccia
     Come vide il cauallo, e conobbe eſſo,
     E riconohbe l’angelica faccia
     Che l’amoroſo incēdio ī cor gli ha meſſo
     Quel che ſegui tra queſti duo ſuperbi
     Vo che per laltro canto ſi riſerbi.

Versione critica
[p. 5 modifica]

ORLANDO FURIOSO DI MESSER LUDOVICO ARIOSTO

ALLO ILLUSTRISSIMO E REVERENDISSIMO CARDINALE

DONNO IPPOLITO DA ESTE

SUO SIGNORE.



CANTO PRIMO


 
 [1]
Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori,
     Le cortesie, l’audaci imprese io canto,
     Che furo al tempo che passaro i Mori
     D’Africa il mare, e in Francia nocquer tanto,
     Seguendo l’ire e i giovenil furori
     D’Agramante lor re, che si diè vanto
     Di vendicar la morte di Troiano
     Sopra re Carlo imperator romano.
     
 [2]
Dirò d’Orlando in un medesmo tratto
     Cosa non detta in prosa mai, né in rima:
     Che per amor venne in furore e matto,
     D’uom che sì saggio era stimato prima;
     Se da colei che tal quasi m’ha fatto,
     Che ’l poco ingegno ad or ad or mi lima,
     Me ne sarà però tanto concesso,
     Che mi basti a finir quanto ho promesso.
     
 [3]
Piacciavi, generosa Erculea prole,
     Ornamento e splendor del secol nostro,
     Ippolito, aggradir questo che vuole
     E darvi sol può l’umil servo vostro.
     Quel ch’io vi debbo, posso di parole
     Pagare in parte e d’opera d’inchiostro;
     Né che poco io vi dia da imputar sono,
     Che quanto io posso dar, tutto vi dono.
     
 [4]
Voi sentirete fra i più degni eroi,
     Che nominar con laude m’apparecchio,
     Ricordar quel Ruggier, che fu di voi
     E de’ vostri avi illustri il ceppo vecchio.
     L’alto valore e’ chiari gesti suoi
     Vi farò udir, se voi mi date orecchio,
     E vostri alti pensier cedino un poco,
     Sì che tra lor miei versi abbiano loco.
     
 [5]
Orlando, che gran tempo innamorato
     Fu de la bella Angelica, e per lei
     In India, in Media, in Tartaria lasciato
     Avea infiniti ed immortal trofei,
     In Ponente con essa era tornato,
     Dove sotto i gran monti Pirenei
     Con la gente di Francia e de Lamagna
     Re Carlo era attendato alla campagna,
     

[p. 6 modifica]

 [6]
Per far al re Marsilio e al re Agramante
     Battersi ancor del folle ardir la guancia,
     D’aver condotto, l’un, d’Africa quante
     Genti erano atte a portar spada e lancia;
     L’altro, d’aver spinta la Spagna inante
     A destruzion del bel regno di Francia.
     E così Orlando arrivò quivi a punto:
     Ma tosto si pentì d’esservi giunto:
     
 [7]
Che vi fu tolta la sua donna poi:
     Ecco il giudicio uman come spesso erra!
     Quella che dagli esperi ai liti eoi
     Avea difesa con sì lunga guerra,
     Or tolta gli è fra tanti amici suoi,
     Senza spada adoprar, ne la sua terra.
     Il savio imperator, ch’estinguer volse
     Un grave incendio, fu che gli la tolse.
     
 [8]
Nata pochi dì inanzi era una gara
     Tra il conte Orlando e il suo cugin Rinaldo,
     Che entrambi avean per la bellezza rara
     D’amoroso disio l’animo caldo.
     Carlo, che non avea tal lite cara,
     Che gli rendea l’aiuto lor men saldo,
     Questa donzella, che la causa n’era,
     Tolse, e diè in mano al duca di Bavera;
     
 [9]
In premio promettendola a quel d’essi,
     Ch’in quel conflitto, in quella gran giornata,
     Degl’infideli più copia uccidessi,
     E di sua man prestasse opra più grata.
     Contrari ai voti poi furo i successi;
     Ch’in fuga andò la gente battezzata,
     E con molti altri fu ’l duca prigione,
     E restò abbandonato il padiglione.
     
 [10]
Dove, poi che rimase la donzella
     Ch’esser dovea del vincitor mercede,
     Inanzi al caso era salita in sella,
     E quando bisognò le spalle diede,
     Presaga che quel giorno esser rubella
     Dovea Fortuna alla cristiana fede:
     Entrò in un bosco, e ne la stretta via
     Rincontrò un cavallier ch’a piè venìa.
     
 [11]
Indosso la corazza, l’elmo in testa,
     La spada al fianco, e in braccio avea lo scudo;
     E più leggier correa per la foresta,
     Ch’al pallio rosso il villan mezzo ignudo.
     Timida pastorella mai sì presta
     Non volse piede inanzi a serpe crudo,
     Come Angelica tosto il freno torse,
     Che del guerrier, ch’a piè venìa, s’accorse.
     
 [12]
Era costui quel paladin gagliardo,
     Figliuol d’Amon, signor di Montalbano,
     A cui pur dianzi il suo destrier Baiardo
     Per strano caso uscito era di mano.
     Come alla donna egli drizzò lo sguardo,
     Riconobbe, quantunque di lontano,
     L’angelico sembiante e quel bel volto
     Ch’all’amorose reti il tenea involto.
     
 [13]
La donna il palafreno a dietro volta,
     E per la selva a tutta briglia il caccia;
     Né per la rara più che per la folta,
     La più sicura e miglior via procaccia:
     Ma pallida, tremando, e di sé tolta,
     Lascia cura al destrier che la via faccia.
     Di sù di giù, ne l’alta selva fiera
     Tanto girò, che venne a una riviera.
     

[p. 7 modifica]

 [14]
Su la riviera Ferraù trovosse
     Di sudor pieno e tutto polveroso.
     Da la battaglia dianzi lo rimosse
     Un gran disio di bere e di riposo;
     E poi, mal grado suo, quivi fermosse,
     Perché, de l’acqua ingordo e frettoloso,
     L’elmo nel fiume si lasciò cadere,
     Né l’avea potuto anco riavere.
     
 [15]
Quanto potea più forte, ne veniva
     Gridando la donzella ispaventata.
     A quella voce salta in su la riva
     Il Saracino, e nel viso la guata;
     E la conosce subito ch’arriva,
     Ben che di timor pallida e turbata,
     E sien più dì che non n’udì novella,
     Che senza dubbio ell’è Angelica bella.
     
 [16]
E perché era cortese, e n’avea forse
     Non men de’ dui cugini il petto caldo,
     L’aiuto che potea tutto le porse,
     Pur come avesse l’elmo, ardito e baldo:
     Trasse la spada, e minacciando corse
     Dove poco di lui temea Rinaldo.
     Più volte s’eran già non pur veduti,
     M’al paragon de l’arme conosciuti.
     
 [17]
Cominciar quivi una crudel battaglia,
     Come a piè si trovar, coi brandi ignudi:
     Non che le piastre e la minuta maglia,
     Ma ai colpi lor non reggerian gl’incudi.
     Or, mentre l’un con l’altro si travaglia,
     Bisogna al palafren che ’l passo studi;
     Che quanto può menar de le calcagna,
     Colei lo caccia al bosco e alla campagna.
     
 [18]
Poi che s’affaticar gran pezzo invano
     I dui guerrier per por l’un l’altro sotto,
     Quando non meno era con l’arme in mano
     Questo di quel, né quel di questo dotto;
     Fu primiero il signor di Montalbano,
     Ch’al cavallier di Spagna fece motto,
     Sì come quel ch’ha nel cuor tanto fuoco,
     Che tutto n’arde e non ritrova loco.
     
 [19]
Disse al pagan: — Me sol creduto avrai,
     E pur avrai te meco ancora offeso:
     Se questo avvien perché i fulgenti rai
     Del nuovo sol t’abbino il petto acceso,
     Di farmi qui tardar che guadagno hai?
     Che quando ancor tu m’abbi morto o preso,
     Non però tua la bella donna fia;
     Che, mentre noi tardiam, se ne va via.
     
 [20]
Quanto fia meglio, amandola tu ancora,
     Che tu le venga a traversar la strada,
     A ritenerla e farle far dimora,
     Prima che più lontana se ne vada!
     Come l’avremo in potestate, allora
     Di chi esser de’ si provi con la spada:
     Non so altrimenti, dopo un lungo affanno,
     Che possa riuscirci altro che danno. —
     
 [21]
Al pagan la proposta non dispiacque:
     Così fu differita la tenzone;
     E tal tregua tra lor subito nacque,
     Sì l’odio e l’ira va in oblivione,
     Che ’l pagano al partir da le fresche acque
     Non lasciò a piedi il buon figliuol d’Amone:
     Con preghi invita, ed al fin toglie in groppa,
     E per l’orme d’Angelica galoppa.
     

[p. 8 modifica]

 [22]
Oh gran bontà de’ cavallieri antiqui!
     Eran rivali, eran di fé diversi,
     E si sentian degli aspri colpi iniqui
     Per tutta la persona anco dolersi;
     E pur per selve oscure e calli obliqui
     Insieme van senza sospetto aversi.
     Da quattro sproni il destrier punto arriva
     Ove una strada in due si dipartiva.
     
 [23]
E come quei che non sapean se l’una
     O l’altra via facesse la donzella
     (però che senza differenza alcuna
     Apparia in amendue l’orma novella),
     Si messero ad arbitrio di fortuna,
     Rinaldo a questa, il Saracino a quella.
     Pel bosco Ferraù molto s’avvolse,
     E ritrovossi al fine onde si tolse.
     
 [24]
Pur si ritrova ancor su la rivera,
     Là dove l’elmo gli cascò ne l’onde.
     Poi che la donna ritrovar non spera,
     Per aver l’elmo che ’l fiume gli asconde,
     In quella parte onde caduto gli era
     Discende ne l’estreme umide sponde:
     Ma quello era sì fitto ne la sabbia,
     Che molto avrà da far prima che l’abbia.
     
 [25]
Con un gran ramo d’albero rimondo,
     Di ch’avea fatto una pertica lunga,
     Tenta il fiume e ricerca sino al fondo,
     Né loco lascia ove non batta e punga.
     Mentre con la maggior stizza del mondo
     Tanto l’indugio suo quivi prolunga,
     Vede di mezzo il fiume un cavalliero
     Insino al petto uscir, d’aspetto fiero.
     
 [26]
Era, fuor che la testa, tutto armato,
     Ed avea un elmo ne la destra mano:
     Avea il medesimo elmo che cercato
     Da Ferraù fu lungamente invano.
     A Ferraù parlò come adirato,
     E disse: — Ah mancator di fé, marano!
     Perché di lasciar l’elmo anche t’aggrevi,
     Che render già gran tempo mi dovevi?
     
 [27]
Ricordati, pagan, quando uccidesti
     D’Angelica il fratel (che son quell’io),
     Dietro all’altr’arme tu mi promettesti
     Gittar fra pochi dì l’elmo nel rio.
     Or se Fortuna (quel che non volesti
     Far tu) pone ad effetto il voler mio,
     Non ti turbare; e se turbar ti déi,
     Turbati che di fé mancato sei.
     
 [28]
Ma se desir pur hai d’un elmo fino,
     Trovane un altro, ed abbil con più onore;
     Un tal ne porta Orlando paladino,
     Un tal Rinaldo, e forse anco migliore:
     L’un fu d’Almonte, e l’altro di Mambrino:
     Acquista un di quei dui col tuo valore;
     E questo, ch’hai già di lasciarmi detto,
     Farai bene a lasciarmi con effetto. —
     
 [29]
All’apparir che fece all’improvviso
     De l’acqua l’ombra, ogni pelo arricciossi,
     E scolorossi al Saracino il viso;
     La voce, ch’era per uscir, fermossi.
     Udendo poi da l’Argalia, ch’ucciso
     Quivi avea già (che l’Argalia nomossi)
     La rotta fede così improverarse,
     Di scorno e d’ira dentro e di fuor arse.
     

[p. 9 modifica]

 [30]
Né tempo avendo a pensar altra scusa,
     E conoscendo ben che ’l ver gli disse,
     Restò senza risposta a bocca chiusa;
     Ma la vergogna il cor sì gli trafisse,
     Che giurò per la vita di Lanfusa
     Non voler mai ch’altro elmo lo coprisse,
     Se non quel buono che già in Aspramonte
     Trasse dal capo Orlando al fiero Almonte.
     
 [31]
E servò meglio questo giuramento,
     Che non avea quell’altro fatto prima.
     Quindi si parte tanto malcontento,
     Che molti giorni poi si rode e lima.
     Sol di cercare è il paladino intento
     Di qua di là, dove trovarlo stima.
     Altra ventura al buon Rinaldo accade,
     Che da costui tenea diverse strade.
     
 [32]
Non molto va Rinaldo, che si vede
     Saltare inanzi il suo destrier feroce:
     — Ferma, Baiardo mio, deh, ferma il piede!
     Che l’esser senza te troppo mi nuoce. —
     Per questo il destrier sordo, a lui non riede
     Anzi più se ne va sempre veloce.
     Segue Rinaldo, e d’ira si distrugge:
     Ma seguitiamo Angelica che fugge.
     
 [33]
Fugge tra selve spaventose e scure,
     Per lochi inabitati, ermi e selvaggi.
     Il mover de le frondi e di verzure,
     Che di cerri sentia, d’olmi e di faggi,
     Fatto le avea con subite paure
     Trovar di qua di là strani viaggi;
     Ch’ad ogni ombra veduta o in monte o in valle,
     Temea Rinaldo aver sempre alle spalle.
     
 [34]
Qual pargoletta o damma o capriuola,
     Che tra le fronde del natio boschetto
     Alla madre veduta abbia la gola
     Stringer dal pardo, o aprirle ’l fianco o ’l petto,
     Di selva in selva dal crudel s’invola,
     E di paura trema e di sospetto:
     Ad ogni sterpo che passando tocca,
     Esser si crede all’empia fera in bocca.
     
 [35]
Quel dì e la notte a mezzo l’altro giorno
     S’andò aggirando, e non sapeva dove.
     Trovossi al fin in un boschetto adorno,
     Che lievemente la fresca aura muove.
     Duo chiari rivi, mormorando intorno,
     Sempre l’erbe vi fan tenere e nuove;
     E rendea ad ascoltar dolce concento,
     Rotto tra picciol sassi, il correr lento.
     
 [36]
Quivi parendo a lei d’esser sicura
     E lontana a Rinaldo mille miglia,
     Da la via stanca e da l’estiva arsura,
     Di riposare alquanto si consiglia:
     Tra’ fiori smonta, e lascia alla pastura
     Andare il palafren senza la briglia;
     E quel va errando intorno alle chiare onde,
     Che di fresca erba avean piene le sponde.
     
 [37]
Ecco non lungi un bel cespuglio vede
     Di prun fioriti e di vermiglie rose,
     Che de le liquide onde al specchio siede,
     Chiuso dal sol fra l’alte querce ombrose;
     Così voto nel mezzo, che concede
     Fresca stanza fra l’ombre più nascose:
     E la foglia coi rami in modo è mista,
     Che ’l sol non v’entra, non che minor vista.
     

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 [38]
Dentro letto vi fan tenere erbette,
     Ch’invitano a posar chi s’appresenta.
     La bella donna in mezzo a quel si mette,
     Ivi si corca ed ivi s’addormenta.
     Ma non per lungo spazio così stette,
     Che un calpestio le par che venir senta:
     Cheta si leva e appresso alla riviera
     Vede ch’armato un cavallier giunt’era.
     
 [39]
Se gli è amico o nemico non comprende:
     Tema e speranza il dubbio cor le scuote;
     E di quella aventura il fine attende,
     Né pur d’un sol sospir l’aria percuote.
     Il cavalliero in riva al fiume scende
     Sopra l’un braccio a riposar le gote;
     E in un suo gran pensier tanto penètra,
     Che par cangiato in insensibil pietra.
     
 [40]
Pensoso più d’un’ora a capo basso
     Stette, Signore, il cavallier dolente;
     Poi cominciò con suono afflitto e lasso
     A lamentarsi sì soavemente,
     Ch’avrebbe di pietà spezzato un sasso,
     Una tigre crudel fatta clemente.
     Sospirante piangea, tal ch’un ruscello
     Parean le guance, e ’l petto un Mongibello.
     
 [41]
— Pensier (dicea) che ’l cor m’agghiacci ed ardi,
     E causi il duol che sempre il rode e lima,
     Che debbo far, poi ch’io son giunto tardi,
     E ch’altri a corre il frutto è andato prima?
     A pena avuto io n’ho parole e sguardi,
     Ed altri n’ha tutta la spoglia opima.
     Se non ne tocca a me frutto né fiore,
     Perché affligger per lei mi vuo’ più il core?
     
 [42]
La verginella è simile alla rosa,
     Ch'in bel giardin su la nativa spina
     Mentre sola e sicura si riposa,
     Né gregge né pastor se le avvicina;
     L'aura soave e l'alba rugiadosa,
     L'acqua, la terra al suo favor s'inchina:
     Gioveni vaghi e donne inamorate
     Amano averne e seni e tempie ornate.

     
 [43]
Ma non sì tosto dal materno stelo
     Rimossa viene e dal suo ceppo verde,
     Che quanto avea dagli uomini e dal cielo
     Favor, grazia e bellezza, tutto perde.
     La vergine che ’l fior, di che più zelo
     Che de’ begli occhi e de la vita aver de’,
     Lascia altrui corre, il pregio ch’avea inanti
     Perde nel cor di tutti gli altri amanti.
     
 [44]
Sia Vile agli altri, e da quel solo amata
     A cui di sé fece sì larga copia.
     Ah, Fortuna crudel, Fortuna ingrata!
     Trionfan gli altri, e ne moro io d’inopia.
     Dunque esser può che non mi sia più grata?
     Dunque io posso lasciar mia vita propia?
     Ah più tosto oggi manchino i dì miei,
     Ch’io viva più, s’amar non debbo lei! —
     
 [45]
Se mi domanda alcun chi costui sia,
     Che versa sopra il rio lacrime tante,
     Io dirò ch’egli è il re di Circassia,
     Quel d’amor travagliato Sacripante;
     Io dirò ancor, che di sua pena ria
     Sia prima e sola causa essere amante,
     È pur un degli amanti di costei:
     E ben riconosciuto fu da lei.
     

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 [46]
Appresso ove il sol cade, per suo amore
     Venuto era dal capo d’Oriente;
     Che seppe in India con suo gran dolore,
     Come ella Orlando sequitò in Ponente:
     Poi seppe in Francia che l’imperatore
     Sequestrata l’avea da l’altra gente,
     Per darla all’un de’ duo che contra il Moro
     Più quel giorno aiutasse i Gigli d’oro.
     
 [47]
Stato era in campo, e inteso avea di quella
     Rotta crudel che dianzi ebbe re Carlo:
     Cercò vestigio d’Angelica bella,
     Né potuto avea ancora ritrovarlo.
     Questa è dunque la trista e ria novella
     Che d’amorosa doglia fa penarlo,
     Affligger, lamentare, e dir parole
     Che di pietà potrian fermare il sole.
     
 [48]
Mentre costui così s’affligge e duole,
     E fa degli occhi suoi tepida fonte,
     E dice queste e molte altre parole,
     Che non mi par bisogno esser racconte;
     L’aventurosa sua fortuna vuole
     Ch’alle orecchie d’Angelica sian conte:
     E così quel ne viene a un’ora, a un punto,
     Ch’in mille anni o mai più non è raggiunto.
     
 [49]
Con molta attenzion la bella donna
     Al pianto, alle parole, al modo attende
     Di colui ch’in amarla non assonna;
     Né questo è il primo dì ch’ella l’intende:
     Ma dura e fredda più d’una colonna,
     Ad averne pietà non però scende,
     Come colei c’ha tutto il mondo a sdegno,
     E non le par ch’alcun sia di lei degno.
     
 [50]
Pur tra quei boschi il ritrovarsi sola
     Le fa pensar di tor costui per guida;
     Che chi ne l’acqua sta fin alla gola
     Ben è ostinato se mercé non grida.
     Se questa occasione or se l’invola,
     Non troverà mai più scorta sì fida;
     Ch’a lunga prova conosciuto inante
     S’avea quel re fedel sopra ogni amante.
     
 [51]
Ma non però disegna de l’affanno
     Che lo distrugge alleggierir chi l’ama,
     E ristorar d’ogni passato danno
     Con quel piacer ch’ogni amator più brama:
     Ma alcuna finzione, alcuno inganno
     Di tenerlo in speranza ordisce e trama;
     Tanto ch’a quel bisogno se ne serva,
     Poi torni all’uso suo dura e proterva.
     
 [52]
E fuor di quel cespuglio oscuro e cieco
     Fa di sé bella ed improvvisa mostra,
     Come di selva o fuor d’ombroso speco
     Diana in scena o Citerea si mostra;
     E dice all’apparir: — Pace sia teco;
     Teco difenda Dio la fama nostra,
     E non comporti, contra ogni ragione,
     Ch’abbi di me sì falsa opinione. —
     
 [53]
Non mai con tanto gaudio o stupor tanto
     Levò gli occhi al figliuolo alcuna madre,
     Ch’avea per morto sospirato e pianto,
     Poi che senza esso udì tornar le squadre;
     Con quanto gaudio il Saracin, con quanto
     Stupor l’alta presenza e le leggiadre
     Maniere, e il vero angelico sembiante,
     Improviso apparir si vide inante.
     

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 [54]
Pieno di dolce e d’amoroso affetto,
     Alla sua donna, alla sua diva corse,
     Che con le braccia al collo il tenne stretto,
     Quel ch’al Catai non avria fatto forse.
     Al patrio regno, al suo natio ricetto,
     Seco avendo costui, l’animo torse:
     Subito in lei s’avviva la speranza
     Di tosto riveder sua ricca stanza.
     
 [55]
Ella gli rende conto pienamente
     Dal giorno che mandato fu da lei
     A domandar soccorso in Oriente
     Al re de’ Sericani e Nabatei;
     E come Orlando la guardò sovente
     Da morte, da disnor, da casi rei:
     E che ’l fior virginal così avea salvo,
     Come se lo portò del materno alvo.
     
 [56]
Forse era ver, ma non però credibile
     A chi del senso suo fosse signore;
     Ma parve facilmente a lui possibile,
     Ch’era perduto in via più grave errore.
     Quel che l’uom vede, Amor gli fa invisibiIe,
     E l’invisibil fa vedere Amore.
     Questo creduto fu; che ’l miser suole
     Dar facile credenza a quel che vuole.
     
 [57]
— Se mal si seppe il cavallier d’Anglante
     Pigliar per sua sciocchezza il tempo buono,
     Il danno se ne avrà; che da qui inante
     Nol chiamerà Fortuna a sì gran dono
     (tra sé tacito parla Sacripante):
     Ma io per imitarlo già non sono,
     Che lasci tanto ben che m’è concesso,
     E ch’a doler poi m’abbia di me stesso.
     
 [58]
Corrò la fresca e matutina rosa,
     Che, tardando, stagion perder potria.
     So ben ch’a donna non si può far cosa
     Che più soave e più piacevol sia,
     Ancor che se ne mostri disdegnosa,
     E talor mesta e flebil se ne stia:
     Non starò per repulsa o finto sdegno,
     Ch’io non adombri e incarni il mio disegno. —
     
 [59]
Così dice egli; e mentre s’apparecchia
     Al dolce assalto, un gran rumor che suona
     Dal vicin bosco gl’intruona l’orecchia,
     Sì che mal grado l’impresa abbandona:
     E si pon l’elmo (ch’avea usanza vecchia
     Di portar sempre armata la persona),
     Viene al destriero e gli ripon la briglia,
     Rimonta in sella e la sua lancia piglia.
     
 [60]
Ecco pel bosco un cavallier venire,
     Il cui sembiante è d’uom gagliardo e fiero:
     Candido come nieve è il suo vestire,
     Un bianco pennoncello ha per cimiero.
     Re Sacripante, che non può patire
     Che quel con l’importuno suo sentiero
     Gli abbia interrotto il gran piacer ch’avea,
     Con vista il guarda disdegnosa e rea.
     
 [61]
Come è più appresso, lo sfida a battaglia;
     Che crede ben fargli votar l’arcione.
     Quel che di lui non stimo già che vaglia
     Un grano meno, e ne fa paragone,
     L’orgogliose minacce a mezzo taglia,
     Sprona a un tempo, e la lancia in resta pone.
     Sacripante ritorna con tempesta,
     E corronsi a ferir testa per testa.
     

[p. 13 modifica]

 [62]
Non si vanno i leoni o i tori in salto
     A dar di petto, ad accozzar sì crudi,
     Sì come i duo guerrieri al fiero assalto,
     Che parimente si passar li scudi.
     Fe’ lo scontro tremar dal basso all’alto
     L’erbose valli insino ai poggi ignudi;
     E ben giovò che fur buoni e perfetti
     Gli osberghi sì, che lor salvaro i petti.
     
 [63]
Già non fero i cavalli un correr torto,
     Anzi cozzaro a guisa di montoni:
     Quel del guerrier pagan morì di corto,
     Ch’era vivendo in numero de’ buoni:
     Quell’altro cadde ancor, ma fu risorto
     Tosto ch’al fianco si sentì gli sproni.
     Quel del re saracin restò disteso
     Adosso al suo signor con tutto il peso.
     
 [64]
L’incognito campion che restò ritto,
     E vide l’altro col cavallo in terra,
     Stimando avere assai di quel conflitto,
     Non si curò di rinovar la guerra;
     Ma dove per la selva è il camin dritto,
     Correndo a tutta briglia si disserra;
     E prima che di briga esca il pagano,
     Un miglio o poco meno è già lontano.
     
 [65]
Qual istordito e stupido aratore,
     Poi ch’è passato il fulmine, si leva
     Di là dove l’altissimo fragore
     Appresso ai morti buoi steso l’aveva;
     Che mira senza fronde e senza onore
     Il pin che di lontan veder soleva:
     Tal si levò il pagano a piè rimaso,
     Angelica presente al duro caso.
     
 [66]
Sospira e geme, non perché l’annoi
     Che piede o braccio s’abbi rotto o mosso,
     Ma per vergogna sola, onde a’ dì suoi
     Né pria né dopo il viso ebbe sì rosso:
     E più, ch’oltre il cader, sua donna poi
     Fu che gli tolse il gran peso d’adosso.
     Muto restava, mi cred’io, se quella
     Non gli rendea la voce e la favella.
     
 [67]
— Deh! (diss’ella) signor, non vi rincresca!
     Che del cader non è la colpa vostra,
     Ma del cavallo, a cui riposo ed esca
     Meglio si convenia che nuova giostra.
     Né perciò quel guerrier sua gloria accresca
     Che d’esser stato il perditor dimostra:
     Così, per quel ch’io me ne sappia, stimo,
     Quando a lasciare il campo è stato primo. —
     
 [68]
Mentre costei conforta il Saracino,
     Ecco col corno e con la tasca al fianco,
     Galoppando venir sopra un ronzino
     Un messagger che parea afflitto e stanco;
     Che come a Sacripante fu vicino,
     Gli domandò se con un scudo bianco
     E con un bianco pennoncello in testa
     Vide un guerrier passar per la foresta.
     
 [69]
Rispose Sacripante: — Come vedi,
     M’ha qui abbattuto, e se ne parte or ora;
     E perch’io sappia chi m’ha messo a piedi,
     Fa che per nome io lo conosca ancora. —
     Ed egli a lui: — Di quel che tu mi chiedi
     Io ti satisfarò senza dimora:
     Tu dei saper che ti levò di sella
     L’alto valor d’una gentil donzella.
     

[p. 14 modifica]

 [70]
Ella è gagliarda ed è più bella molto;
     Né il suo famoso nome anco t’ascondo:
     Fu Bradamante quella che t’ha tolto
     Quanto onor mai tu guadagnasti al mondo. —
     Poi ch’ebbe così detto, a freno sciolto
     Il Saracin lasciò poco giocondo,
     Che non sa che si dica o che si faccia,
     Tutto avvampato di vergogna in faccia.
     
 [71]
Poi che gran pezzo al caso intervenuto
     Ebbe pensato invano, e finalmente
     Si trovò da una femina abbattuto,
     Che pensandovi più, più dolor sente;
     Montò l’altro destrier, tacito e muto:
     E senza far parola, chetamente
     Tolse Angelica in groppa, e differilla
     A più lieto uso, a stanza più tranquilla.
     
 [72]
Non furo iti due miglia, che sonare
     Odon la selva che li cinge intorno,
     Con tal rumore e strepito, che pare
     Che triemi la foresta d’ogn’intorno;
     E poco dopo un gran destrier n’appare,
     D’oro guernito e riccamente adorno,
     Che salta macchie e rivi, ed a fracasso
     Arbori mena e ciò che vieta il passo.
     
 [73]
— Se l’intricati rami e l’aer fosco,
     (disse la donna) agli occhi non contende,
     Baiardo è quel destrier ch’in mezzo il bosco
     Con tal rumor la chiusa via si fende.
     Questo è certo Baiardo, io ’l riconosco:
     Deh, come ben nostro bisogno intende!
     Ch’un sol ronzin per dui saria mal atto,
     E ne viene egli a satisfarci ratto. —
     
 [74]
Smonta il Circasso ed al destrier s’accosta,
     E si pensava dar di mano al freno.
     Colle groppe il destrier gli fa risposta,
     Che fu presto al girar come un baleno;
     Ma non arriva dove i calci apposta:
     Misero il cavallier se giungea a pieno!
     Che nei calci tal possa avea il cavallo,
     Ch’avria spezzato un monte di metallo.
     
 [75]
Indi va mansueto alla donzella,
     Con umile sembiante e gesto umano,
     Come intorno al padrone il can saltella,
     Che sia duo giorni o tre stato lontano.
     Baiardo ancora avea memoria d’ella,
     Ch’in Albracca il servia già di sua mano
     Nel tempo che da lei tanto era amato
     Rinaldo, allor crudele, allor ingrato.
     
 [76]
Con la sinistra man prende la briglia,
     Con l’altra tocca e palpa il collo e ’l petto:
     Quel destrier, ch’avea ingegno a maraviglia,
     A lei, come un agnel, si fa suggetto.
     Intanto Sacripante il tempo piglia:
     Monta Baiardo e l’urta e lo tien stretto.
     Del ronzin disgravato la donzella
     Lascia la groppa, e si ripone in sella.
     
 [77]
Poi rivolgendo a caso gli occhi, mira
     Venir sonando d’arme un gran pedone.
     Tutta s’avvampa di dispetto e d’ira,
     Che conosce il figliuol del duca Amone.
     Più che sua vita l’ama egli e desira;
     L’odia e fugge ella più che gru falcone.
     Già fu ch’esso odiò lei più che la morte;
     Ella amò lui: or han cangiato sorte.
     

[p. 15 modifica]

 [78]
E questo hanno causato due fontane
     Che di diverso effetto hanno liquore,
     Ambe in Ardenna, e non sono lontane:
     D’amoroso disio l’una empie il core;
     Chi bee de l’altra, senza amor rimane,
     E volge tutto in ghiaccio il primo ardore.
     Rinaldo gustò d’una, e amor lo strugge;
     Angelica de l’altra, e l’odia e fugge.
     
 [79]
Quel liquor di secreto venen misto,
     Che muta in odio l’amorosa cura,
     Fa che la donna che Rinaldo ha visto,
     Nei sereni occhi subito s’oscura;
     E con voce tremante e viso tristo
     Supplica Sacripante e lo scongiura
     Che quel guerrier più appresso non attenda,
     Ma ch’insieme con lei la fuga prenda.
     
 [80]
— Son dunque (disse il Saracino), sono
     Dunque in sì poco credito con vui,
     Che mi stimiate inutile e non buono
     Da potervi difender da costui?
     Le battaglie d’Albracca già vi sono
     Di mente uscite, e la notte ch’io fui
     Per la salute vostra, solo e nudo,
     Contra Agricane e tutto il campo, scudo? —
     
 [81]
Non risponde ella, e non sa che si faccia,
     Perché Rinaldo ormai l’è troppo appresso,
     Che da lontan al Saracin minaccia,
     Come vide il cavallo e conobbe esso,
     E riconohbe l’angelica faccia
     Che l’amoroso incendio in cor gli ha messo.
     Quel che seguì tra questi duo superbi
     Vo’ che per l’altro canto si riserbi.