Orlando innamorato/Libro primo/Canto decimonono

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Libro primo

Canto decimonono

../Canto decimottavo ../Canto ventesimo IncludiIntestazione 22 settembre 2009 75% Poemi epici

Libro primo - Canto decimottavo Libro primo - Canto ventesimo

 
1   Segnori e cavallieri inamorati,
     Cortese damiselle e grazïose,
     Venitene davanti ed ascoltati
     L’alte venture e le guerre amorose
     Che fer’ li antiqui cavallier pregiati,
     E fôrno al mondo degne e glorïose;
     Ma sopra tutti Orlando ed Agricane
     Fier’ opre, per amore, alte e soprane.

2   Sì come io dissi nel canto di sopra,
     Con fiero assalto dispietato e duro
     Per una dama ciascadun se adopra;
     E benché sia la notte e il celo oscuro,
     Già non vi fa mestier che alcun si scopra,
     Ma conviensi guardare e star sicuro,
     E ben diffeso di sopra e de intorno,
     Come il sol fosse in celo al mezo giorno.

3   Agrican combattea con più furore,
     Il conte con più senno si servava;
     Già contrastato avean più de cinque ore,
     E l’alba in orïente se schiarava:
     Or se incomincia la zuffa maggiore.
     Il superbo Agrican se disperava
     Che tanto contra esso Orlando dura,
     E mena un colpo fiero oltra a misura.

4   Giunse a traverso il colpo disperato,
     E il scudo come un latte al mezzo taglia;
     Piagar non puote Orlando, che è affatato,
     Ma fraccassa ad un ponto e piastre e maglia.
     Non puotea il franco conte avere il fiato,
     Benché Tranchera sua carne non taglia;
     Fu con tanta ruina la percossa,
     Che avea fiaccati i nervi e peste l’ossa.

5   Ma non fo già per questo sbigotito,
     Anci colpisce con maggior fierezza.
     Gionse nel scudo, e tutto l’ha partito,
     Ogni piastra del sbergo e maglia spezza,
     E nel sinistro fianco l’ha ferito;
     E fo quel colpo di cotanta asprezza,
     Che il scudo mezo al prato andò di netto,
     E ben tre coste li tagliò nel petto.

6   Come rugge il leon per la foresta,
     Allor che l’ha ferito il cacciatore,
     Così il fiero Agrican con più tempesta
     Rimena un colpo di troppo furore.
     Gionse ne l’elmo, al mezo della testa;
     Non ebbe il conte mai botta maggiore,
     E tanto uscito è fuor di cognoscenza
     Che non sa se egli ha il capo, o se egli è senza.

7   Non vedea lume per gli occhi nïente,
     E l’una e l’altra orecchia tintinava;
     Sì spaventato è il suo destrier corrente,
     Che intorno al prato fuggendo il portava;
     E serebbe caduto veramente,
     Se in quella stordigion ponto durava;
     Ma, sendo nel cader, per tal cagione
     Tornolli il spirto, e tennese allo arcione.

8   E venne di se stesso vergognoso,
     Poi che cotanto se vede avanzato.
     "Come andarai - diceva doloroso
     - Ad Angelica mai vituperato?
     Non te ricordi quel viso amoroso,
     Che a far questa battaglia t’ha mandato?
     Ma chi è richiesto, e indugia il suo servire,
     Servendo poi, fa il guidardon perire.

9   Presso a duo giorni ho già fatto dimora
     Per il conquisto de un sol cavalliero,
     E seco a fronte me ritrovo ancora,
     Né gli ho vantaggio più che il dì primiero.
     Ma se più indugio la battaglia un’ora,
     L’arme abandono ed entro al monastero:
     Frate mi faccio, e chiamomi dannato,
     Se mai più brando mi fia visto al lato."

10 Il fin del suo parlar già non è inteso,
     Ché batte e denti e le parole incocca;
     Foco rasembra di furore acceso
     Il fiato che esce fuor di naso e bocca.
     Verso Agricane se ne va disteso,
     Con Durindana ad ambe mano il tocca
     Sopra alla spalla destra de riverso;
     Tutto la taglia quel colpo diverso.

11 Il crudel brando nel petto dichina,
     E rompe il sbergo e taglia il pancirone;
     Benché sia grosso e de una maglia fina,
     Tutto lo fende in fin sotto il gallone:
     Non fo veduta mai tanta roina.
     Scende la spada e gionse nello arcione:
     De osso era questo ed intorno ferrato,
     Ma Durindana lo mandò su il prato.

12 Da il destro lato a l’anguinaglia stanca
     Era tagliato il re cotanto forte;
     Perse la vista ed ha la faccia bianca,
     Come colui ch’è già gionto alla morte;
     E benché il spirto e l’anima li manca,
     Chiamava Orlando, e con parole scorte
     Sospirando diceva in bassa voce:
     - Io credo nel tuo Dio, che morì in croce.

13 Batteggiame, barone, alla fontana
     Prima ch’io perda in tutto la favella;
     E se mia vita è stata iniqua e strana,
     Non sia la morte almen de Dio ribella.
     Lui, che venne a salvar la gente umana,
     L’anima mia ricoglia tapinella!
     Ben me confesso che molto peccai,
     Ma sua misericordia è grande assai. -

14 Piangea quel re, che fo cotanto fiero,
     E tenìa il viso al cel sempre voltato;
     Poi ad Orlando disse: - Cavalliero,
     In questo giorno de oggi hai guadagnato,
     Al mio parere, il più franco destriero
     Che mai fosse nel mondo cavalcato;
     Questo fo tolto ad un forte barone,
     Che del mio campo dimora pregione.

15 Io non me posso ormai più sostenire:
     Levame tu de arcion, baron accorto.
     Deh non lasciar questa anima perire!
     Batteggiami oramai, ché già son morto.
     Se tu me lasci a tal guisa morire,
     Ancor n’avrai gran pena e disconforto. -
     Questo diceva e molte altre parole:
     Oh quanto al conte ne rincresce e dole!

16 Egli avea pien de lacrime la faccia,
     E fo smontato in su la terra piana;
     Ricolse il re ferito nelle braccia,
     E sopra al marmo il pose alla fontana;
     E de pianger con seco non si saccia,
     Chiedendoli perdon con voce umana.
     Poi battizollo a l’acqua della fonte,
     Pregando Dio per lui con le man gionte.

17 Poco poi stette che l’ebbe trovato
     Freddo nel viso e tutta la persona,
     Onde se avide che egli era passato.
     Sopra al marmo alla fonte lo abandona,
     Così come era tutto quanto armato,
     Col brando in mano e con la sua corona;
     E poi verso il destrier fece riguardo,
     E pargli di veder che sia Baiardo.

18 Ma creder non può mai per cosa certa
     Che qua sia capitato quel ronzone;
     Ed anco nascondeva la coperta,
     Che tutto lo guarnia sino al talone.
     "Io vo’ saper la cosa in tutto aperta, -
     Disse a se stesso il figliol di Milone
     - Se questo è pur Baiardo, o se il somiglia;
     Ma se egli è desso, io n’ho gran meraviglia."

19 Per saper tutto il fatto il conte è caldo,
     E verso del caval se pone a gire;
     Ma lui, che Orlando cognobbe di saldo,
     Gli viene incontra e comincia a nitrire.
     - Deh dimme, bon destriero, ove è Ranaldo?
     Ove ene il tuo signor? Non mi mentire! -
     Così diceva Orlando, ma il ronzone
     Non puotea dar risposta al suo sermone.

20 Non avea quel destrier parlare umano,
     Benché fosse per arte fabricato.
     Sopra vi monta il senator romano,
     Che già l’avea più fiate cavalcato.
     Poi che ebbe preso Brigliadoro a mano,
     Subitamente uscì fuora del prato,
     Ed entrò dentro de la selva folta;
     Ma così andando un gran romore ascolta.

21 Senza dimora atacca Brigliadoro
     A un tronco de una quercia ivi vicina.
     Ma voglio che sappiate che coloro
     Che entro a quel bosco fan tanta roina,
     Son tre giganti; ed han molto tesoro,
     E sopra de un gambelo una fantina
     Tolta per forza a l’Isole Lontane:
     Un cavallier con loro era alle mane.

22 Quel cavalliero è di soperchia lena,
     E per scoder la dama se travaglia.
     Un de’ giganti la donzella mena,
     E li altri duo con esso fan battaglia.
     Poi vi dirò la cosa integra e piena,
     Ma di saperla adesso non ve incaglia;
     Presto ritornarò dove io ve lasso:
     Or vo’ contar del campo il gran fraccasso.

23 Del campo, dico, che, come io contai,
     Andava a schiere in mille pezzi sparte;
     Più scura cosa non se vidde mai:
     Occisa è la gran gente in ogni parte,
     Con più roina ch’io non conto assai.
     Il re Adrïan li segue e Brandimarte;
     Risuona il celo e del fiume la foce
     Di cridi, de lamenti e de alte voce.

24 La gente de Agrican, senza governo,
     Poi che perduto è il suo forte segnore,
     Che mai nol vederanno in sempiterno,
     Fugge dal campo rotta con romore.
     Tutti son morti e callano allo inferno;
     Il vecchio Galafron, pien de furore,
     Di quella gente già non ha pietade,
     Anci li pone al taglio delle spade.

25 Non vôl che campi alcun di quella gente;
     Tutti li occide il superbo vecchione.
     E già son gionti ove primeramente
     Stava il re Agricane; il paviglione
     Gettato fo per terra incontinente,
     Dove trovarno Astolfo, che è prigione,
     E il re Ballano, pien de vigoria;
     Con seco è Antifor de Albarossia.

26 Tutti tre insieme, come eran legati,
     Fôrno condutti ad Angelica avanti;
     Ma la donzella li ha molto onorati,
     Ché ben li cognosceva tutti quanti.
     E poi che fôr disciolti e scatenati,
     Con bel parlare e con dolci sembianti,
     Mostrandoli carezze e bella faccia,
     Di ciò che han per lei fatto li ringraccia.

27 Diceva Astolfo: - Star quivi non posso,
     Ch’io me vo’ vendicar con ardimento
     De quella gente, che mi venne addosso
     E mi gettarno in terra a tradimento.
     Io non serìa per tutto il mondo mosso,
     E più de un millïon n’avrebbi spento,
     Ma fui tradito da il falso Agricane:
     Oggi l’occiderò con le mie mane.

28 Fa che aggia l’arme e prestami un destriero,
     Ché incontinente giù voglio callare;
     E ben ti giuro che al colpo primiero
     Quindeci pezzi de uno uomo vo’ fare.
     Prenderò vivo l’altro cavalliero,
     Intorno al capo me il voglio aggirare,
     Poi verso il cel tanto alto il lascio gire,
     Che penarà tre giorni a giù venire. -

29 Ballano ed Antifor, che eran presenti
     Quando in tal modo Astolfo braveggiava,
     Nol cognoscendo per fama altrimenti
     Ciascun fuor de intelletto il iudicava.
     Ambi eran poderosi, ambi valenti,
     E perciò ciascun l’arme adimandava.
     Nel castello era molta guarnigione;
     Presto se armorno e montarno in arcione.

30 Astolfo prima gionse alla pianura,
     Sempre suonando con tempesta il corno;
     Ben mostra cavallier senza paura,
     Sì zoioso veniva e tanto adorno.
     Ora ascoltati che bella ventura
     Li mandò avanti Dio del cel quel giorno,
     Ché proprio nella strata se incontrava
     In un che l’arme e sua lancia portava.

31 Quelle arme che valeano un gran tesoro
     Un Tartaro le tiene in sua balìa,
     E il suo bel scudo, e quella lancia d’oro
     Che primamente fu dello Argalia.
     Il duca Astolfo, senza altro dimoro,
     Per terra a gran furor quello abattia,
     Fuor delle spalle sei palmi passato;
     Smontò alla terra ed ebbel disarmato.

32 Esso fu armato ed ha sua lancia presa,
     E fatta prova grande oltra misura,
     Benché e nemici non faccian diffesa,
     Ché de aspettarlo alcun non se assicura.
     Tutti ne vanno in rotta alla distesa
     Quella gente del campo con paura;
     Ma presso al fiume è guerra de altra guisa
     Tra il pro’ Ranaldo e la forte Marfisa.

33 Già combattuto avian tutto quel giorno,
     Né l’un, né l’altro n’ha ponto avanzato.
     Non ha Ranaldo pezzo de arme intorno,
     Che non sia rotto e in più parte fiaccato.
     Mor di vergogna e pargli aver gran scorno,
     E sé del tutto tien vituperato,
     Poi che una dama lo conduce a danza,
     E più li perde assai che non avanza.

34 Da l’altra parte è Marfisa turbata
     Assai più de Ranaldo nella vista,
     E non vorrebbe al mondo esser mai nata,
     Poi che in tant’ore il baron non acquista.
     Spezzato ha il scudo e la spata troncata,
     Tutta ha dolente la persona e pista,
     Benché le membre non abbia tagliate;
     Non gettan sangue per l’arme affatate.

35 Mentre che l’uno e l’altro combattia,
     Né tra lor se cognosce alcun vantaggio,
     La dolorosa gente che fuggia,
     Gionge sopra di loro in quel rivaggio.
     Re Galafron, che sempre li seguia
     Con animo adirato e cor malvaggio,
     Fermosse riguardando il crudo fatto:
     Marfisa ben cognobbe al primo tratto.

36 Ma non cognosce il sir de Montealbano,
     Che seco combattea con arroganza;
     Iudica ben che egli è un omo soprano,
     Di summo ardire e di molta possanza.
     Guardando iscorse il destrier Rabicano,
     Che fu del suo figliolo occiso in Franza;
     Feraguto lo occise con gran pena,
     Come sapeti, alla selva de Ardena.

37 Il vecchio patre assai si lamentava,
     Come ebbe Rabicano il destrier scorto.
     Per nome l’Argalia forte chiamava:
     - O stella de virtute, o ziglio de orto,
     Che più che la mia vita assai te amava:
     È questo il traditor che ti m’ha morto?
     Questo è ben quel malvaggio, a naso il sento,
     Che ti tolse la vita a tradimento.

38 Ma sia squartata e sia pasto di cane
     La mia persona, e sia polver di saldo,
     Se de tua morte per le terre istrane
     Vantando se andarà questo ribaldo! -
     Così dicendo col brando a due mane
     Va furïoso adosso di Ranaldo,
     E lo ferisce con tanta ruina,
     Che sopra al collo a quel destrier l’inchina.

39 Quando Marfisa vede quel vecchione
     Che sua battaglia viene a disturbare,
     Forte se adira, e pargli che a ragione
     Se debba de tal onta vendicare;
     Vanne turbata verso a Galafrone.
     Or Brandimarte quivi ebbe arivare,
     E con esso Antifor de Albarossia;
     Nïun di lor la dama cognoscia.

40 Stimâr che quella fosse un cavalliero
     Del campo de Agrican, senza contesa,
     E veggendo lo assalto tanto fiero,
     Del vecchio re se posero in diffesa,
     Ché già l’avea battuto de il destriero
     Quella superba di furore accesa;
     E se sua spada se trovava ponta,
     Morto era Galafrone a prima gionta.

41 Morto era Galafron, come io vi naro,
     Che già fuor de lo arcione era caduto;
     Ma Brandimarte vi pose riparo
     Ed Antifor, che gionse a darli aiuto,
     Benché costasse a l’uno e a l’altro caro.
     Gionse Antifor in prima, e fo abattuto;
     Marfisa d’un tal colpo l’ha ferito,
     Che il fece andare a terra tramortito.

42 Assai fu più che far con Brandimarte,
     Ché non era tra lor gran differenza;
     Ben meglio ha il cavallier di guerra l’arte,
     Ma questa dama ha grande soa potenza.
     Ranaldo alora se trava da parte,
     Pensando che la eterna Providenza
     Voglia che l’uno e l’altro insieme mora,
     Ché son pagani e di sua legge fuora.

43 E la battaglia fiera riguardava,
     E chi meglio de il brando se martella;
     E l’uno e l’altro prodo iudicava,
     Ma più forte stimava la donzella.
     Ecco Antifor de terra se levava
     E saliva ben presto in su la sella,
     E seco è Galafron col brando in mano:
     Verso Marfisa ratti se ne vano.

44 Ecco venire Oberto da il Leone
     E il forte re Ballan, che alora è gionto,
     E il re Adrïano e il franco Chiarïone,
     Che tutti quanti arivano ad un ponto:
     Ciascadun segue lo re Galafrone.
     Tre re, tre cavallier, come io vi conto,
     Ne vanno adosso alla dama pregiata,
     Che già con Brandimarte era attaccata.

45 Essa, come un cingial tra can mastini,
     Che intorno se ragira furïoso,
     E nel fronte superbo adriccia e crini,
     E fa la schiuma al dente sanguinoso;
     Sembrano un foco gli occhi piccolini,
     Alcia le sete e senza alcun riposo
     La fiera testa fulminando mena;
     Chi più se gli avicina, ha magior pena:

46 Non altramente quella dama altiera
     De dritti e de riversi oltra misura
     Facea battaglia sì crudele e fiera,
     Che a più de un par de lor pose paura.
     Già più de trenta sono in una schiera,
     Lei contra a tutti combattendo dura;
     Crescono ogniora e già son più de cento:
     Contra a questi altri va con ardimento.

47 Al pro’ Ranaldo, che stava a guardare,
     Par che la dama riceva gran torto,
     Ed a lei disse: - Io te voglio aiutare,
     Se ben dovessi teco esserne morto. -
     Quando Marfisa lo sente arivare,
     Ne prese alta baldanza e gran conforto,
     Ed a lui disse: - Cavallier iocondo,
     Poi che sei meco, più non stimo il mondo. -

48 Così dicendo la crudel donzella
     Dà tra coloro e tocca il franco Oberto,
     E tutto l’elmo in capo li flagella;
     Gionse nel scudo, e in tal modo l’ha aperto,
     Che da due bande il fe’ cader di sella.
     Non valse al re Ballano essere esperto:
     Marfisa con la man l’elmo gli afferra,
     Leval di arcione e tral contra alla terra.

49 Fie’ maggior prova ancora il fio de Amone,
     Ma non se ponno in tal modo contare,
     Ché con lui se afrontarno altre persone,
     Che Turpin non le seppe nominare.
     Cinque ne fese insin sopra al gallone,
     Ed a sette la testa ebbe a tagliare;
     Dodeci colpi fe’ fuor di misura,
     Onde ciascun di lui prese paura.

50 Ma crescìa ognora più la gente nova,
     E sopra de lor duo sempre abondava,
     Ché quei di drieto non sapean la prova
     Qual sopra a’ primi Ranaldo mostrava.
     - Voi non potreti far che indi mi mova! -
     Ad alta voce Marfisa cridava
     - Il mio tesoro e il mio regno vi lasso,
     Se me forzati a ritornare un passo. -

51 Or vien distesa sopra alla riviera
     Una gran gente con molta roina,
     Che han la corona rotta alla bandiera,
     Com’è la insegna di quella regina;
     Ed era di Marfisa questa schiera,
     Che vien correndo e mai non se raffina,
     E voglion sua madama aver diffesa,
     Temendo di trovarla o morta o presa.

52 Qui cominciosse la fiera battaglia,
     Né stata vi era più crudel quel giorno.
     Intrò Marfisa tra questa canaglia,
     E furïosa se voltava intorno;
     Spezza la gente in ogni banda e taglia;
     Né men Ranaldo, il cavalliero adorno,
     Braccie con teste e gambe a terra manda;
     Ciascun che ’l vede, a Dio se racomanda.

53 Iroldo con Prasildo e Fiordelisa
     Stavan discosti, con quella donzella
     Qual era cameriera de Marfisa,
     Longe due miglie alla battaglia fella.
     La cameriera alli altri tre divisa
     Quanto sua dama è forte in su la sella;
     E quanti cavallieri ha messo al fondo
     Ed in qual modo, gli raconta a tondo.

54 Per questo Fiordelisa fu smarita,
     Temendo che non tocca a Brandimarte
     Provar la forza de Marfisa ardita.
     Subitamente da gli altri se parte;
     Dove è la gran battaglia se ne è gita;
     Vede le schiere dissipate e sparte,
     Che ver la rocca in sconfitta ne vano;
     Dentro li caccia il sir de Montealbano.

55 Ma lei sol Brandimarte va cercando,
     Ché già de tutti gli altri non ha cura;
     E mentre che va intorno remirando,
     Vedel soletto sopra alla pianura.
     Tratto se era da parte alora quando
     Fu cominciata la battaglia dura;
     Ché a lui parria vergogna e cosa fella
     Cotanta gente offender la donzella.

56 Però stava da largo a riguardare,
     E di vergogna avea rossa la faccia.
     De’ compagni se aveva a vergognare,
     Non già di sé, che di nulla se impaccia;
     Ma come Fiordelisa ebbe a mirare,
     Corsegli incontra e ben stretta l’abbraccia;
     Già molto tempo non l’avea veduta:
     Credia nel tutto di averla perduta.

57 Egli ha sì grande e subita allegrezza,
     Che ogni altra cosa alor dimenticava;
     Né più Marfisa, né Ranaldo aprezza.
     Né di lor guerra più si racordava.
     Il scudo e l’elmo via gettò con frezza,
     E mille volte la dama baciava;
     Stretta l’abbraccia in su quella campagna:
     De ciò la dama se lamenta e lagna.

58 Molto era Fiordelisa vergognosa,
     Ed esser vista in tal modo gli duole.
     Impetra adunque questa grazïosa
     Da Brandimarte, con dolce parole,
     De gir con esso ad una selva ombrosa,
     Dove eran l’erbe fresche e le vïole:
     Staran con zoia insieme e con diletto,
     Senza aver tema, o di guerra sospetto.

59 Prese ben presto il cavallier lo invito,
     E, forte caminando, fôrno agionti
     Dentro a un boschetto, a un bel prato fiorito,
     Che d’ogni lato è chiuso da duo monti,
     De fior diversi pinto e colorito,
     Fresco de ombre vicine e de bei fonti.
     Lo ardito cavalliero e la donzella
     Presto smontarno in su l’erba novella.

60 E la donzella con dolce sembiante
     Comincia il cavalliero a disarmare.
     Lui mille volte la baciò, davante
     Che se potesse un pezzo d’arme trare;
     Né tratte ancor se gli ebbe tutte quante,
     Che quella abraccia, e non puote aspettare;
     Ma ancor di maglia e de le gambe armato
     Con essa in braccio si colcò su il prato.

61 Stavan sì stretti quei duo amanti insieme,
     Che l’aria non potrebbe tra lor gire;
     E l’uno e l’altro sì forte se preme,
     Che non vi serìa forza a dipartire.
     Come ciascun sospira e ciascun geme
     De alta dolcezza, non saprebbi io dire;
     Lor lo dican per me, poi che a lor tocca,
     Che ciascaduno avea due lingue in bocca.

62 Parve nïente a lor il primo gioco,
     Tanto per la gran fretta era passato;
     E, nel secondo assalto, intrarno al loco
     Che al primo ascontro apena fu toccato.
     Sospirando de amore, a poco a poco
     Se fu ciascun di loro abandonato,
     Con la faccia suave insieme stretta,
     Tanto il fiato de l’un l’altro diletta.

63 Sei volte ritornarno a quel danzare,
     Prima che il lor desir ben fosse spento;
     Poi cominciarno dolce ragionare
     De’ loro affanni e passato tormento;
     Il fresco loco gli invita a posare,
     Perché in quel prato sospirava un vento,
     Che sibillava tra le verde fronde
     Del bel boschetto che li amanti asconde,

64 E un ruscelletto di fontana viva
     Mormorando passava per quel prato.
     Brandimarte, che stava in quella riva,
     Per molto affanno in quel giorno durato,
     Nel bel pensar de amor qui se adormiva;
     E Fiordelisa che gli era da lato,
     Che di guardarlo uno attimo non perde,
     Se dormentò con lui su l’erba verde.

65 Sopra de l’un de’ monti ch’io contai
     Che al verde praticello eran d’intorno,
     Stava un palmier, che Dio gli doni guai!
     Che dette a Brandimarte un grave scorno.
     Ma questo canto è stato lungo assai,
     Ed io vi contarò questo altro giorno,
     Se tornati ad odir, la bella istoria:
     Tutti vi guardi il re de l’alta gloria.