Orlando innamorato/Libro primo/Canto ventesimo

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Libro primo

Canto ventesimo

../Canto decimonono ../Canto ventesimoprimo IncludiIntestazione 22 settembre 2009 75% Poemi epici

Libro primo - Canto decimonono Libro primo - Canto ventesimoprimo

 
1   Credo, segnor, che ben vi racordati
     Che a l’altro canto io dissi del diletto
     Ch’ebbero insieme quegli inamorati,
     E come al prato, senza altro sospetto,
     Presso alla fonte giacquero abracciati.
     Stava a lor sopra un vecchio maledetto,
     Ad una tana nel monte nascoso,
     Che scopria tutto quel boschetto ombroso.

2   Era quel vecchio di mala semenza,
     Incantatore e di malizia pieno;
     Per Macometto facea penitenza,
     Credendo gir con lui nel ciel sereno.
     Sapea de tutte l’erbe la potenza,
     Qual pietra ha più virtute e qual n’ha meno;
     Per arte move un monte de legiero
     E ferma un fiume quel falso palmiero.

3   Standosi questo ad adorar Macone
     Vide li amanti solacciar nel piano,
     E prese a quel mirar tentazïone,
     Tal che li cadde il libracciol di mano;
     E seco pensa il modo e la ragione
     Di tuor la dama al cavallier soprano.
     Poi che fatto ha il pensier, questo infelice
     Smonta la costa e porta una radice:

4   Una radice de natura cruda,
     Che fa l’omo per forza adormentare;
     Ma conviensi toccar la carne nuda,
     Quella che al sol scoperta non appare,
     Chi vôl che la persona gli occhi chiuda:
     Né si puote altramente adoperare,
     Perché toccando il collo, o testa, o mano,
     Adoprarebbe sua virtute in vano.

5   Poi che fu al prato quel vecchio canuto,
     E vide Brandimarte nella faccia,
     Ch’era un cavallier grande e ben membruto,
     Tirossi adietro quel vecchio tre braccia,
     E già se pente de esser giù venuto,
     Né per gran tema sa quel che si faccia;
     Pur prese ardire, e vanne alla donzella,
     E pianamente gli alcia la gonella.

6   Né si attentava de spirare il fiato,
     Perché non aggia il cavallier sentito.
     Parea la dama avorio lavorato
     In ogni membro, o bel marmo polito,
     Quando scoperta d’intorno e da lato
     Fu da quel vecchio, come aveti odito.
     Lui se chinava piano a terra, e poscia
     Con la radice li tocca una coscia.

7   Così legata al sonno per una ora
     Fu la donzella da quel rio vecchiaccio;
     E, per non fare al suo desio dimora,
     Subitamente se la prese in braccio.
     Salisce al bosco, e guarda ad ora ad ora
     Se il cavallier se leva a darli impaccio;
     Con la radice non l’avea tocco esso,
     Né pur li basta il cor de girli apresso.

8   Ora il vecchio la dama ne portava,
     Ed era entrato in un bosco maggiore.
     Tanto andò, che la dama se svegliava,
     E per gran novità tremava il core.
     Poi vi dirò la cosa come andava,
     E come tratta fu de tanto errore,
     Ch’io vo’ tornare a Brandimarte ardito,
     Che un gran romor dormendo ebbe sentito.

9   A quel romore è il cavallier svegliato,
     E pauroso se ebbe a risentire;
     Come la dama non se vide a lato,
     Della gran doglia credette morire.
     Piglia il destriero e fu subito armato,
     E verso quel romor ne prese a gire,
     Ché proprio odir la voce gli assembrava
     De una donzella che se lamentava.

10 Come fo gionto, vide tre giganti
     Che avean molti gambeli in su la strata:
     Duo venian drietro, ed un giva davanti,
     Menando una donzella scapigliata;
     E parve a Brandimarte ne’ sembianti
     Che Fiordelisa sia la sciagurata,
     Che sopra a quel gambel cridava forte
     Chiedendo in grazia a Dio sempre la morte.

11 Più Brandimarte sua vita non cura,
     Poi che crede la dama aver perduta;
     Di scoterla o morire a Macon giura,
     Ma certo è morto, se altri non lo aiuta.
     Ciascun gigante è grande oltra misura
     Ed ha la faccia orribile e barbuta;
     Duo di lor se voltarno al cavalliero
     Con aspra voce e con parlare altiero.

12 - Dove ne vai, - dicean - dove, briccone?
     Getta la spada, ché sei morto o preso. -
     Nulla risponde quel franco barone,
     Ma vagli adosso di furore acceso.
     Un de’ giganti alciava un gran bastone,
     Che era ferrato e de incredibil peso;
     Mena a due mani adosso a Brandimarte,
     Ma lui ben del scrimir sa il tempo e l’arte.

13 Da canto se gettò come uno uccello,
     Sì che gionger nol puote per quel tratto;
     L’altro gigante, con maggior flagello,
     Crede al suo colpo de averlo disfatto.
     Ma il cavallier, che tien l’occhio al pennello,
     Fanne al secondo come al primo ha fatto,
     Salta da questo e da quell’altro canto:
     Se l’ale avesse, non farebbe tanto.

14 Ma lui ferì di spada quel gigante,
     Che li avea data la prima percossa,
     Che li spezzò le piastre tutte quante,
     E feceli gran piaga entro una cossa.
     Questo superbo avea nome Oridante,
     Terribile e crudel e di gran possa;
     L’altro compagno avea nome Ranchiera:
     Del primo avea più forza e peggior ciera.

15 Questo Ranchiera col bastone in mano
     Menò un traverso a Brandimarte al basso
     Con gran ruina, e gionse al campo piano,
     Ché il cavallier saltò davante un passo.
     Oridante il crudel non menò in vano,
     Anci gionse il destriero, e con fraccasso
     Dietro alla sella su le groppe il prese,
     Sì che sfilato in terra lo distese.

16 Subito è in piede lo ardito guerrero,
     Né de esser vinto per questo se crede.
     A terra morto rimase il destriero,
     Lui con la spada se diffende a piede,
     Ma ad ogni modo è occiso il cavalliero,
     Se Dio de darli aiuto non provede,
     Perché i giganti l’hanno in mezo tolto:
     È morto al primo colpo che egli è còlto.

17 Ma gionse Orlando al ponto bisognoso,
     Come io contai (non so se il ricordati),
     Quando tornava dal bosco frondoso,
     Dove Agricane e lui se eran sfidati.
     Or quivi gionse quel conte animoso,
     E vide e duo giganti inanimati
     Intorno a Brandimarte a darli morte,
     E del suo affanno gli rencrebbe forte;

18 Ché incontinente l’ebbe cognosciuto
     A l’arme ed alla insegna che avea indosso,
     Onde destina de donarli aiuto:
     Sopra a Baiardo subito fu mosso.
     Ranchiera vide Orlando che è venuto,
     Venneli incontra quel gigante grosso;
     Con Brandimarte Oridante se aresta:
     Or cresce la battaglia, e più tempesta.

19 La battaglia comincia più orgogliosa
     Che non fu prima, e de un’altra maniera.
     Oridante ha la coscia sanguinosa,
     E di far la vendetta al tutto spera;
     Orlando de altra parte non se posa,
     Ma presa ha una gran zuffa con Ranchera;
     Par che l’aria se accende e il celo introna,
     De sì gran colpi quel bosco risuona.

20 L’altro gigante se fermò da parte,
     Ed alla dama attende ed al tesoro,
     Che tolto avean per forza e con grand’arte
     De le Isole Lontane a un barbasoro.
     Ora ascoltati come Brandimarte
     Con Oridante fa crudel lavoro:
     Più non li appreza un dinarel minuto,
     Poi che de Orlando se vede lo aiuto.

21 Menò un gran colpo quel cavallier franco
     E gionse ad Oridante in su il gallone,
     E tagliò tutto il sbergo al lato manco
     E le piastre de acciaro e il pancirone,
     E gran ferita gli fece nel fianco.
     Il gigante gridando alciò il bastone,
     E mena ad ambe mani a Brandimarte;
     Ma lui di salto se gettò da parte.

22 Così li va de intorno tutta via,
     E sempre la battaglia prolungava;
     Ad Oridante, che il sangue perdia,
     A poco a poco la lena mancava.
     Lui furïoso non se ne avedia,
     E sempre maggior colpi radoppiava;
     Il cavallier, di lui molto più esperto,
     Li andava intorno e tenìa l’occhio aperto.

23 Da l’altra parte è la pugna maggiore
     Tra il feroce Ranchera e il conte Orlando.
     Quel mena del bastone a gran furore,
     E questo li risponde ben col brando.
     Già combattuto avean più de quattro ore,
     L’un sempre e l’altro gran colpi menando,
     Quando Ranchera gettò il scudo in terra
     E ad ambe mano il gran bastone afferra.

24 E menò un colpo sì dismisurato
     Che, se dritto giongeva quel gigante,
     Non si serìa giamai raffigurato
     Per omo vivo quel segnor de Anglante;
     Gionse ad uno arbor, che era ivi da lato,
     E tutto lo spezzò sino alle piante,
     Le rame e il tronco, dalla cima al basso;
     Odito non fu mai tanto fraccasso.

25 Vide la forza quel conte gagliardo
     Che avea il gigante fuor d’ogni misura;
     Subitamente smontò di Baiardo,
     Ché sol di quel destriero avea paura.
     Quando Ranchera li fece riguardo,
     Veggendolo pedone alla verdura:
     - Ben aggia Trivigante! - prese a dire
     - Ché oramai questo non puotrà fuggire.

26 Prima che rimontar possi in arcione,
     Te augurerai sei leghe esser lontano.
     Or chi t’ha consigliato, vil stirpone,
     Smontar a piede e combatter al piano?
     E non mi giongi col capo al gallone,
     Stroppiato bozzarello e tristo nano!
     Che se io te giongo un calcio ne la faccia,
     De là del mondo andrai ducento braccia. -

27 Così parlava quel superbo al conte:
     Lui non rispose a quella bestia vana;
     Menò del brando, e quante arme ebbe gionte,
     Mandò tagliate in su la terra piana.
     Or se strengono insieme a fronte a fronte:
     Questo mena il baston, quel Durindana;
     Sta l’uno e l’altro insieme tanto stretto,
     Che colpir non se puon più con effetto.

28 Tanto è il gigante de Orlando maggiore,
     Che non li gionge al petto con la faccia;
     Ma il conte avea più ardire e più gran core,
     Ché gagliardezza non se vende a braccia.
     Pigliârsi insieme con molto furore,
     Ciascun de atterrar l’altro se procaccia;
     Stretto ne l’anche Orlando l’ebbe preso,
     Leval da terra, e in braccio il tien sospeso.

29 Sopra del petto il tien sempre levato,
     E sì forte il stringea dove lo prese,
     Che il sbergo in molte parte fu crepato.
     Sembravan gli occhi al conte bragie accese;
     E poi che intorno assai fu regirato,
     Quel gran gigante alla terra distese,
     Con più ruina assai ch’io non descrivo;
     Non sa Ranchera se egli è morto o vivo.

30 Avea il gigante in capo un gran capello,
     Ma nol diffese dal colpir del conte,
     Che col pomo del brando a gran flagello
     Roppe il capello e l’osso de la fronte;
     Per naso e bocca uscir fece il cervello.
     Due anime a l’inferno andâr congionte,
     Perché Oridante allor, né più né meno,
     Pel sangue perso cadde nel terreno.

31 E Brandimarte li tagliò la testa,
     Lasciando in terra il smisurato busto;
     Poi corse al conte e fecegli gran festa
     E grande onor, come è dovuto e iusto.
     L’altro gigante è mosso con tempesta,
     Più fier de’ primi, ed ha nome Marfusto:
     Brandimarte dal conte ottenne graccia
     Far con costui battaglia a faccia a faccia.

32 Crida Marfusto: - Se proprio Macone
     Te con quello altro volesse campare,
     Non vi varrebbe il suo aiuto un bottone;
     Quel de mia mano voglio scorticare,
     E te squartarò a guisa de castrone.
     Rendi la spada senza dimorare,
     Perché se te diffendi, io te avrò preso,
     E vivo arrostirotti al foco acceso. -

33 Brandimarte non fece altra risposta
     Alle parole del gigante arguto,
     Ma con molto ardimento a lui se accosta
     Col brando in mano, e coperto del scuto.
     Marfusto un colpo solamente aposta,
     E gionsel proprio dove avria voluto;
     Col bastone a due man il colse in testa,
     E spezzò il scudo e l’elmo con tempesta.

34 Esso tremando alla terra cascava,
     Usciva il sangue fuor de l’elmo aperto.
     Piangeva il conte forte, ché pensava
     Che Brandimarte sia morto di certo.
     A quel gigante crudo minacciava:
     - Ladron, - diceva - io ti darò, per merto
     De l’onta che m’hai fatto in questo loco,
     Morte nel mondo e nello inferno il foco. -

35 Così cridando salta alla pianura,
     Tra’ Durindana e il forte scudo imbraccia.
     Quando il gigante vide sua figura,
     Che parea vampa viva ne la faccia,
     Prese a mirarlo con tanta paura,
     Che le spalle voltò fuggendo in caccia;
     Ma in poco spazio lo ebbe giunto Orlando:
     Ambe le coscie li tagliò col brando.

36 Poi morite il gigante in poco d’ora,
     Il sangue e il spirto a un tratto li è mancato.
     Lasciamo lui, che in sul prato adolora:
     Diciam del conte, che avia ritrovato
     Che il franco Brandimarte è vivo ancora.
     Molto fu lieto ed ebbel rilevato;
     Dando acqua fresca al viso sbigotito,
     Torna il colore e il spirto che è fuggito.

37 Poi vi dirò come quella donzella
     Medicò Brandimarte, e con qual guisa;
     Come lui di dolor la morte appella,
     Credendo aver perduta Fiordelisa:
     Ma nel presente io torno alla novella
     Che davanti lasciai, quando Marfisa
     Col pro’ Ranaldo insieme e con sua schiera
     Mena fraccasso per quella rivera.

38 Correva grossa e tutta sanguinosa
     La rivera de Drada per quel giorno,
     E piena è della gente dolorosa,
     Cavalli e cavallier, con tanto scorno,
     Che fuggian da Marfisa furïosa.
     Lei con la spada fulminava intorno;
     Come il foco la stoppia secca spazza,
     Così col brando se fa far lei piazza.

39 Da l’altra parte il franco fio de Amone
     Avea smariti sì quei sciagurati,
     Che, come storni a vista de falcone,
     Fuggiano, or stretti insieme, or sbaragliati.
     Davanti a tutti fuggia Galafrone
     E il re Adrïano; e tra li spaventati
     Antifor ed Oberto se ne vano;
     A spron battuti fugge il re Ballano.

40 Io non vi sapria dir per qual sciagura
     Perdesse ogni omo quel giorno lo ardire;
     Ché Astolfo, che non suole aver paura,
     Fu a questo tratto de’ primi a fuggire.
     Chiarïon scapinava oltra misura,
     E molti altri baron che non so dire;
     Ciascuno a tutta briglia il destrier tocca,
     Sin che son gionti al ponte della rocca.

41 Intrò ciascun barone e gran signore,
     Levando il ponte con molto sconforto;
     Ma chi non ebbe destrier corridore,
     Fu sopra al fosso da Marfisa morto;
     La quale era montata in gran furore,
     Perché essa aveva chiaramente scorto
     Che il falso Galafrone era campato
     Dentro alla rocca, e il ponte era levato.

42 Onde essa andava intorno, minacciando
     Con calci quella rocca dissipare,
     Ché avea vergogna di adoprarvi il brando.
     L’altro bravare io non puotria contare,
     Che eran assai maggior di questo; e quando
     Più gente viva intorno non appare,
     Ché ogni om per tema fugge dalle mura,
     Sdegna de intrarvi, e torna alla pianura.

43 E giù tornando, a Ranaldo parlava
     Dicendo: - Cavalliero, in quel girone
     Stavvi una meretrice iniqua e prava,
     Piena di frode e de incantazïone;
     Ma quel che è peggio ed ancor più m’agrava,
     Un re vi sta, che non ha paragone
     De tradimenti, inganni e di mal fele:
     Trufaldino è nomato quel crudele.

44 E quella dama Angelica se appella,
     Che ha ben contrario il nome a sua natura,
     Perché è di fede e di pietà ribella.
     Onde io destino mettere ogni cura
     Che non campi né ’l re né la donzella,
     Che pur son chiusi dentro a quelle mura;
     Poi che disfatto avrò la rocca a tondo,
     Vo’ pigliar guerra contra a tutto il mondo.

45 Primo Gradasso voglio disertare,
     Che è re del gran paese Siricano;
     Poi Agricane vado a ritrovare,
     Che tutta Tartaria porta per mano.
     Sin in Ponente mi conviene andare,
     E disfarò la Franza e Carlo Mano;
     Nanti a quel tempo levarmi di dosso
     Maglia né usbergo né piastra non posso.

46 Ché fatto ho sacramento a Trivigante
     Non dispogliarme mai di questo arnese
     Insin che le provincie tutte quante,
     E castelle e citade non ho prese;
     Sì che, barone, tuoteme davante,
     O prometti esser meco a queste offese,
     Ché chiaramente e palese te dico:
     Chi non è meco, quello è mio nemico. -

47 Per tal parole intese il fio de Amone
     Che Angelica è la dentro e Trufaldino;
     E in vero al mondo non ha due persone
     Ché più presto volesse a suo domìno.
     Al re ben portava odio per ragione,
     Alla dama non già, per Dio divino!
     Perché essa amava lui più che ’l suo core;
     Ma incanto era cagion di tanto errore.

48 Voi la maniera sapeti e la guisa,
     Però qua non la voglio replicare.
     Ora rispose il principe a Marfisa:
     - Con teco son contento dimorare
     E star sotto tua insegna e tua divisa,
     Sin che abbi Trufaldino a conquistare;
     Ma già più oltra il partito non piglio,
     Ché il loco e il tempo mi darà consiglio. -

49 Così acordati, se accamparno intorno
     L’alta Marfisa e tutta la sua gente.
     Senza far guerra via passò quel giorno,
     Ma come a l’altro uscitte il sol lucente,
     Ranaldo armosse e pose a bocca il corno,
     Chiamando Trufaldino il fraudolente;
     Crida nel suono, e con molto rumore
     Renegato lo appella e traditore.

50 Quando il malvaggio da la rocca intese
     Che giù nel campo a battaglia è appellato,
     De l’alte mura subito discese
     Pallido in viso e tutto tramutato,
     Chiamando e’ cavallieri in sue diffese,
     Racordando a ciascun quel che ha giurato,
     Di combatter per lui sino alla morte,
     Alor che prima intrarno a quelle porte.

51 Angelica la dama in questo istante
     Era in consiglio col re Galafrone,
     Tratando di trar fuora Sacripante
     E Torindo il gran Turco di pregione;
     Fur le ragione audite tutte quante,
     E ciascun disse la sua opinïone;
     De trarli di pregione a tutti piace,
     Purché al re Trufaldin faccian la pace.

52 E così fu concluso e statuito:
     La dama fu mezana al praticare.
     Sacripante de amore era ferito,
     Quel che piace ad Angelica vôl fare.
     Ma il re Torindo non volse il partito,
     Pur parve a tutti di lasciarlo andare,
     Con questo: che egli uscisse fuor del muro,
     Perché ciascun là dentro sia securo;

53 E che tra lor non nasca più rumore,
     E solo a quei di for guerra si faccia.
     Uscì Torindo adunque a gran furore,
     Ed aspramente a Trufaldin minaccia,
     Chiamandolo per nome traditore.
     Presto del poggio scender se procaccia;
     Ed a Macon giura, mordendo il dito,
     Che punirà colui che l’ha tradito.

54 Venne nel campo, e disse la cagione
     Che l’avea fatto de là su partire;
     E giura a Trivigante ed a Macone
     Che ne farebbe Angelica pentire;
     Perché a sua posta fu messo in pregione,
     Ed era stato al rischio de morire;
     Ora tal guidardon glie n’avia reso,
     Che tenìa il traditor là sù diffeso.

55 Queste parole a Marfisa dicia,
     Perché al suo pavaglion fu apresentato.
     Ranaldo suona il corno tuttavia,
     Chiamando Trufaldin can renegato.
     Or se apresenta la battaglia ria,
     Tal che Ranaldo, il sire aprezïato,
     Non ebbe in altra mai più affanno tanto;
     Ma questo narrarò ne l’altro canto.