Osservazioni, progetti, e consigli risguardanti l'agricoltura nel Trentino ora Tirolo italiano/XIII

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Degli affittuali

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XII XIV
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DEGLI AFFITTUALI




Non tutti i possessori di fondi vogliono o possono farli coltivare per proprio conto. Alcuni gli affittano tutti, altri una parte. Ma si vede quasi dappertutto che i più de' fittaiuoli coltivano male i fondi che tengono con patto di migliorare e non deteriorare.

Dicono i padroni, ciò procedere da ignoranza, da malavoglia, da poltroneria, da birbantaggine de' viziosi coloni. Affermano gli affittuali, non poter essi fare meglio perchè, pagati i padroni esigentissimi, non resta loro quanto basta per nutrire la famiglia, e perchè quelli non danno loro ajuto onde poter compiere le necessarie od utili operazioni.

Sarebbe difficile il decidere quale delle due parti s'abbia la ragione. Certo è che ci sono contadini i quali conoscono male, e male esercitano, qual che ne sia la causa, il loro mestiere: ma certo è ancora che vi sono padroni i quali non sanno o non vogliono dirigere i lavori di campagna, e, solo premurosi di cavar molto, ricusano di spendere, o [p. 51 modifica]spendono uno esigendo che il fittaiuolo vi ponga due.

Ma venga il male dai possessori de’ fondi, o venga da quelli che li coltivano, quello di che è da dolersi e, che il male, se consideriamo la quantità de’ fondi trascurati, è grave assai per chi affitta, per chi lavora, e per il Pubblico. Fate conto quanto perde il paese durando questo disordine, e quanto guadagnerebbe se tutte le terre de’ ricchi fossero bene coltivate, ed apparirà chiara la necessità di pensare a ciò seriamente. Io, lasciando che altri proponga a questo male un rimedio efficace, metterò intanto sott’occhio ai Lettori alcune osservazioni, le quali mi sembra che meritino attenzione di tutti quelli che amano davvero il pubblico bene.

Sta nella natura dell’uomo (è verità che non si ripete mai abbastanza) il lavorare con zelo e bene per se, e svogliatamente e con poca diligenza per Altri. I fatti generali e costanti il dimostrano chiaramente. Il dovere di coscienza spinge i buoni ad operare come sanno e possono meglio per quel tanto che fu pattuito, ma non gli stimola a fare di più; ed è poi certo che i coscienziosi non formano in nessuna classe di uomini il maggior numero. Non ci è che l’amore, che faccia eccezione dalla regola generale. Dunque l’interesse, [p. 52 modifica]cioè la speranza di averne maggior utile per se, deesi ritenere per il movente universale e principale al lavorare con zelo, e molto, e bene.

Il contadino che non riceve dal padrone soccorsi, e non ha certezza che facendo, miglioramenti ne’ fondi, il maggior frutto che ne dee venire sarà suo, non fa mai, com’è già detto, nulla più di quello che ei debbe in forza de’ patti che accettò. Riceve l’ordine, e promette di migliorare; ma se non vede compenso alle sue fatiche, e specialmente se teme di lavorare per un terzo, crederà facilmente di avere fatti miglioramenti anche coll’avere smosso solo un poco di terra, e piantati due alberi. È accaduto che poveri coloni, i quali avevano colle fatiche loro notabilmente accresciuto il prodotto de’ fondi colla speranza di poterselo godere in premio, furono astretti a pagare di più, od a cedere a un altro, che di più offeriva, i fondi ben lavorati! Concediamo che questi casi abbiano ad esser rari. Basta però che se ne avveri uno ogni dieci anni in un vasto tratto di paese, per fare che i contadini diffidino sempre e d’ognuno, e perdano il caraggio. Ei sanno che il chiedere compenso dei danni gli espone ad altre perdite maggiori.

Egli mi pare che alcuni possessori di terreni non facciano, affittandoli, troppo bene i loro conti. Vogliono avere la compiacenza di poter dire: ho [p. 53 modifica]trovato chi mi darà molto. Non si obbligano a nulla fuorchè a lasciar lavorare, ma legano con patti onerosi il fittaiuolo, e si riservano di mandarlo via quando manchi ad uno de’ molti obblighi che gl’impongono. Trattando con esso e co’ suoi, dánnosi tale aria, che non inspira nè confidenza, nè amore. Il povero diavolo soffre, e lavora come sa e può; ma non gli è possibile di pagar il padrone, e di mantenere la famiglia. Quale n’è il risultato? Il colono cade nell’abbattimento, e nella disperazione; cerca per necessità altri mezzi onde ajutarsi, e trascura la campagna; se non è onesto, ruba tutto quello che può al padrone; e se ha timore ed amore di Dio, contrae debiti che il mandano in rovina, o che, nulla possedendo, non potrà mai pagare. Di queste istorie ne potremmo raccontare non poche.

A me piace, come più umana e più vantaggiosa tanto ai padroni che agli affittuali, la pratica di alcuni buoni e saggi Signori. Affittano un fondo, od un podere (maso) ad uno che credon abile e galantuomo, da prima per breve tempo, come per prova, e se il fondo esige cure speziali, a mite prezzo. Conosciuto l’uomo e la sua famiglia per gente dabbene e laboriosa, e visto come i fondi sono bene coltivati, fanno contratto ch’esprima gli obblighi e i diritti tanto del padrone come del fittaiuolo, ed accordano che il contratto debba avere [p. 54 modifica]durata più lunga del consueto, p. e. di quindici, o di venti anni, fissando il contributo, parte in generi e parte in denaro, in maniera che non possa mai averne danno grave nè l’una parte nè l’altra. Fatto ciò mantengono essi primi le promesse, danno alla famiglia esempi di moralità, porgono consigli, e ne’ bisogni ajuto.

L’utile che questi buoni Signori da tale pratica ritraggono è, che i coloni, avendo fondata speranza, anzi certezza, che non saranno soppiantati da alcuno, o mandati via a capriccio, e che lavorando con diligenza potranno sostentare la vita, e di qualche poco avvantaggiarsi, coltivano i fondi con assai più fervore, e molto meglio che qualunque altro che non ha questa certezza. Ed essendo i fondi bene coltivati, perchè i coloni vi hanno il loro torna a conto, non sono essi, i padroni, ridotti (come avviene a tutti quelli che affittano per tempo breve) alla necessità di fare diminuzione di canone, o di aggiungere molto del loro per rinovare li fondi. Chieggono essi forse meno degli altri, ma questo è loro pagato sicuramente, e per sempre, perchè i fondi sono sempre tenuti in buono stato.

Per ciò, ben calcolata ogni cosa, essi ricevono di più di quelli ch’esigono molto. A questi utili se ne aggiunge un altro, che dovrebbe sempre [p. 55 modifica]entrare nel calcolo, ed è, che le famiglie trattate nel modo sopra detto si affezionano cordialmente ai loro Signori, e che, ove non lavorassero per dovere e per interesse, lavorerebbero per amore. Il contadino (parlo in generale) non è, no, non è cattivo come credesi da molti; la corruzione viene dall’ozio e dalla mollezza, e il contadino obbligato al travaglio non può essere nè molle nè ozioso. Egli odia i superbi oppressori, e i vili seduttori, e talvolta si vendica dell’oppressione, e dell’avvilimento che gli convenne soffrire: ma onora, ama, e serve di buona voglia i Signori dai quali è trattato come uomo, e riceve prove di amorevolezza, e beneficenza.