Osservazioni sulla morale cattolica/Capitolo VII

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Capitolo VI Capitolo VIII
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CAPITOLO SETTIMO


DEGLI ODÎ RELIGIOSI.


Les casuistes présentèrent a l’exécration des hommes, au premier rang entre les plus coupables, les hérétiques, les schismatiques, les blasphémateurs. Quelque fois ils réussirent à allumer contre eux la haine la plus violente... Pag. 111.


Certo, ci sono poche cose elle corrompano tanto un popolo, quanto l’abitudine dell’odio: così questo sentimento non fosse fomentato perpetuamente da quasi tutto ciò che ha qualche potere sulle menti e sugli animi. L’interesse, l’opinione, i pregiudizi, le verità stesse, tutto diventa agli uomini un’opportunità per odiarsi a vicenda: appena si trova alcuno che non porti nel core l’avversione e il disprezzo per delle classi intere de’ suoi fratelli: appena può accadere ad alcuno una sventura che non sia cagione di gioia per altri; e spesso non per alcun utile che ne venga loro, ma per un interesse ancora più basso, quello dell’odio. Confesso di veder con maraviglia messi tra i pervertitori d’una nazione, in questo senso, e come in capo di lista, i casisti, ai quali finora non avevo sentito dare altro carico, che di voler giustificare quasi ogni opera e ogni persona, che d’insegnare a non odiare nemmeno il vizio.

Ma siano i casisti, o sia qualunque si voglia, che ispiri agli uomini odio contro i loro fratelli, li fa essere omicidi1; va direttamente contro il secondo precetto, che è simile al primo, che non ne ha alcun altro sopra di sè2; va direttamente contro l’insegnamento perpetuo della Chiesa, che non ha mai lasciato di predicare che il segno di vita è l’amare i fratelli3.

Sia però lecito d’osservare che, tra le cagioni che possono aver cambiato il carattere degli Italiani, questa, se ci fu, deve aver certamente operato assai poco; giacchè non c’è forse nazione cristiana dove i sentimenti d’antipatia col pretesto della religione abbiano avuto meno occasione di nascere e d’influire sulla condotta degli uomini. In verità, riguardando a questa parte della storia, noi troviamo piuttosto da piangere su quella Francia e su quella Germania che ci vengono opposte. Ah! tra gli orribili rancori che hanno diviso l’Italiano dall’Italiano, questo almeno non si conosce; le passioni che ci hanno resi nemici non hanno almeno potuto nascondersi dietro il velo del santuario. Pur troppo noi troviamo a ogni passo nei nostri annali le nemicizie trasmesse da una generazione all’altra per miserabili interessi, e la vendetta anteposta alla sicurezza propria; ci troviamo a ogni passo due parti della stessa nazione disputarsi accanitamente un dominio e de’ vantaggi, i quali, per un grand’esempio, non sono rimasti nè all’una nè all’altra; ci troviamo la [p. 461 modifica]feroce ostinazione di volere a schiavi pericolosi quelli che potevano essere amici ardenti e fedeli; ci troviamo una serie spaventosa di giornate deplorabili, ma nessuna almeno simile a quelle di Cappel4, di Jarnac5 e di Praga6. Pur troppo da questa terra infelice sorgerà un giorno gran sangue in giudizio, ma del versato col pretesto della religione, assai poco. Poco dico, in confronto di quello che lordò l’altre parti d’Europa: i furori e le sventure dell’altre nazioni ci danno questo tristo vantaggio di chiamar poco quel sangue; ma il sangue d’un uomo solo, sparso per mano del suo fratello, è troppo per tutti i secoli e per tutta la terra.

Non si può a meno, in quest’occasione, di non riflettere sull’ingiustizia commessa da tanti scrittori nell’attribuire ai cattolici soli questi orribili sentimenti d’odio religioso, e i loro effetti: ingiustizia che appare a chiunque scorra appena le storie di quelle dissensioni. Ma questa parzialità può essere utile alla Chiesa; il grido d’orrore che i secoli alzano contro di quelle, essendo principalmente rivolto contro i cattolici, questi devono averlo sempre negli orecchi, e sentirsi richiamati alla mansuetudine e alla giustizia, non solo dalla voce della Chiesa, ma anche da quella del mondo.

Io so che è stato detto da molti, che queste avversioni e queste stragi, benchè abborrite dalla Chiesa, le possono essere imputate, perchè, insegnando a destare l’errore, dispone l’animo de’ cattolici a stendere questo sentimento agli uomini che lo professano.

A ciò si potrebbe rispondere che, non solo ogni religione, ma ogni dottrina morale, o vera o falsa, insegna a detestare gli errori contro i doveri essenziali dell’uomo , o quelli che pretende esser tali. Tutti coloro che, scindendo il Cristianesimo, fondarono delle sette separate dalla Chiesa, qual altro mezzo adoprarono, che di rappresentare come errori detestabili i suoi insegnamenti? È comune alla verità e all’errore, in tali materie, il detestare il suo contrario; e n’è la conseguenza naturale l’insegnare a detestarlo. E siccome poi l’errore non potrebbe nemmeno prendere una forma apparente, nè proporre per simbolo altro che delle negazioni, se non s’attaccasse a qualche verità; siccome, per conseguenza, ogni setta che si dice cristiana conserva qualche parte della verità cristiana; così non ce n’è alcuna che non riguardi come detestabili (e in questo caso rettamente) gli errori opposti a quel tanto di verità che conserva. Protestare, come fanno alcuni, di venerar, come sacre e rivelate da Dio, alcune verità, e di non avere altro che indifferenza per l’errore che le nega e le disprezza, è un accozzo di parole contradditorie, che contraffà una proposizione.

Ma, per giustificare la Chiesa, non è mai necessario ricorrere a degli esempi: basta esaminare le sue massime. È dottrina perpetua della Chiesa, che si devono detestare gli errori, e amare gli erranti. C’è contradizione tra questi due precetti? Non credo che alcuno voglia affermarlo. — Ma è difficile il far distinzione tra l’errore e la persona; è difficile detestar quello, e nutrire per questa un amore non di sola apparenza, ma vero e operoso7. — È difficile! ma qual è la giustizia facile all’uomo corrotto? ma donde questa difficoltà di conciliare due precetti, se sono giusti ugualmente? È cosa giusta il destar l’errore? Sì, certo; e non c’era nemmeno [p. 462 modifica]bisogno di prove. È cosa giusta l’amare gli erranti? Si, ancora; e per le ragioni stesse per cui è giusto d’amar tutti gli uomini: perchè Dio, da cui teniamo tutto, da cui speriamo tutto, Dio a cui dobbiamo tutto dirigere, gli ha amati fino a dare per essi il suo Unigenito8; Perchè è cosa orribile il non amare quelli che Dio ha predestinati alla sua gloria; e è un giudizio della più rea e stolta temerità l’affermare d’alcun uomo vivente, che non lo sia, l’escluderne uno solo dalla speranza nelle ricchezze delle misericordie di Dio. I testimoni che stavano per scagliare le prime pietre contro Stefano, deposero le loro vesti a’ piedi d’un giovinetto, il quale non si ritirò inorridito, ma, consentendo alla strage di quel giusto, rimase a custodirle9. Se un cristiano avesse allora accolto nel suo cuore un sentimento d’odio per quel giovinetto, di cui la tranquilla ferocia contro i seguaci del Giusto, di Quello in cui solo è la salute10, poteva parere un segno così manifesto di riprovazione; se avesse mormorata la maledizione che pare così giusta in bocca degli oppressi, ah! quel cristiano avrebbe maledetto il Vaso d’elezione11.

Donde adunque la difficoltà di conciliare questi precetti, se non dalla nostra corruttela, da cui vengono tutte le guerre tra i doveri? E questa difficoltà è appunto il trionfo della morale cattolica: poichè essa sola può vincerla; essa sola, prescrivendo con la sua piena autorità tutte le cose giuste non lascia dubbio su alcun dovere; e, per troncare le serie di quelle false deduzioni con le quali si finisce a sacrificare un principio a un altro principio, li consacra tutti, e li mette fuori della discussione. Se, andando di ragionamento in ragionamento, s’arriva a un’ingiustizia, si può esser certi d’aver ragionato male; e l’uomo sincero è avvertito dalla religione stessa d’essere uscito di strada; perchè dove comparisce il male, si trova in essa una proibizione e una minaccia. Nessun cattolico di bona fede può mai credere d’avere una giusta ragione per odiare il suo fratello: il Legislatore divino, ch’egli si vanta di seguire, sapeva certo che ci sarebbero stati degli uomini iniqui e provocatori, e degli uomini nemici della Fede; e nulladimeno gli ha detto senza fare eccezione veruna: Tu amerai il tuo prossimo come te stesso.

È uno dei più singolari caratteri della morale cattolica, e de’ più benefici effetti della sua autorità, il prevenire tutti i sofismi delle passioni con un precetto, con una dichiarazione. Così, quando si disputava per sapere se uomini di colore diverso dell’europeo dovessero essere considerati come uomini, la Chiesa, versando sulla loro fronte l’acqua rigeneratrice, aveva imposto silenzio, per quanto era in lei, a quella discussione vergognosa; li dichiarava fratelli di Gesù Cristo, e chiamati a parte della sua eredità.

Di più, la morale cattolica rimove le cagioni che rendono difficile l’adempimento di questi due doveri, odio all’errore, amore agli uomini, proscrivendo la superbia, l’attaccamento alle cose della terra, e tutto ciò che strascina a rompere la carità. E ci somministra i mezzi per essere fedeli all’uno e all’altro; e questi mezzi sono tutte quelle cose che portano la mente alla cognizione della giustizia, e il core all’amore di essa; la meditazione sui doveri, la preghiera, i sacramenti, la diffidenza di noi stessi, la confidenza in Dio. L’uomo educato sinceramente a questa scola, eleva la sua benevolenza a una sfera dove non arrivano i contrasti, [p. 463 modifica]gl’interessi, l’obbiezioni; e questa perfezione riceve anche nel tempo una gran ricompensa. A tutte le vittorie morali succede una calma consolatrice; e amare in Dio quelli che si odierebbero secondo il mondo, è nell’anima umana, nata ad amare, un sentimento d’inesprimibile giocondità.

Ci fu però uno scrittore, e non di poca fama certamente, il quale pretese che il conciliare la guerra all’errore e la pace con gli uomini sia una cosa non difficile, ma impossibile. «La distinction entre la tolérance civile et la tolérance théologique est puérile et vaine. Ces deux tolérances sont inséparables, et l’on ne peut admettre l’une sans l’autre. Des anges même ne vivroient pas en paix avec des hommes qu’ils regarderoient comme les ennemis de Dieu 12

Quali conseguenze da una tale dottrina! I primi cristiani non dovevano dunque credere che adorare gli idoli e sconoscer Dio rendesse l’uomo nemico a Lui. Hanno dunque fatto male a combattere il gentilesimo; perchè è un’impresa almeno imprudente e pazza il predicare contro una religione che non rende nemici di Dio quelli che la professano. E quando san Paolo, per accrescere la riconoscenza e la fiducia de’ fedeli, rammentava la misericordia usata loro da Dio, nel tempo ch’erano suoi nemici13, proponeva loro un’idea falsa e antisociale.

Vivere in pace con degli uomini che si hanno per nemici di Dio, non sarà possibile a quelli che credono che Dio stesso glielo comanda? a quelli che non sanno se siano essi medesimi degni d’amore o d’odio14, e che sanno di certo che diverrebbero nemici di Dio essi medesimi, rompendo la pace? a quelli i quali pensano che un giorno si chiederebbe loro se la fede gli era stata data per dispensarli dalla carità, e con che diritto aspettano la misericordia, se, per quanto era in loro, l’hanno negata agli altri? a quelli che devono riconoscere nella fede un dono, e tremare dell’uso che ne fanno?

Queste e altre ragioni si sarebbero potute addurre a chi avesse fatta una tale obbiezione al cristianesimo, quando apparve; ma, ai tempi del Rousseau, essa riesce stranissima. poiché impugna la possibilità d’un fatto di cui la storia del cristianesimo è una lunga e non interrotta testimonianza.

Quello che ne diede il primo esempio era, certo, al di sopra degli angeli; ma era anche un uomo; ma, ne’ disegni della sua misericordia, volle che la sua condotta fosse un modello che ognuno de’ suoi seguaci potesse imitare; e pregò morendo per i suoi uccisori. Quella generazione durava ancora, quando Stefano entrò il primo nella carriera di sangue che l’Uomo-Dio aveva aperta. Stefano che, con sapienza divina, cerca d’illuminare i giudici e il popolo, e di richiamarli a un pentimento salutare; quando poi è oppresso, quando sta per compirsi sulla terra l’atto sanguinoso della sua testimonianza, dopo aver raccomandato il suo spirito al Signore, non pensa a quelli che l’uccidono, se non per dire: «Signore, non imputar loro questa cosa a peccato. E detto questo, s’addormentò nel Signore15

Tale fu, per tutti que’ secoli in cui gli uomini persistettero nella così cieca perversità di venerare gli idoli fatti da loro, e di far morire i giusti, tale fu sempre la condotta de’cristiani: la pace orribile del gentilesimo non fu mai disturbata nemmeno da’ loro gemiti. Cosa si può fare di più [p. 464 modifica]per conservarla con gli uomini, che amarli e morire? convien dire che questa dottrina sia ben concorde con sè stessa, e ben chiara agl’intelletti cristiani, poichè i fanciulli stessi la trovavano intelligibile: fedeli agli ammaestramenti delle madri, sorridevano ai carnefici; quelli che sorgevano imitavano quelli ch’erano caduti prima di loro; primizie de’ santi, fiori rinascenti sotto la falce del mietitore.

Ma la storia del cristianesimo non ha forse esempi d’odî e di guerre? Ne ha pur troppo; ma bisogna chieder conto a una dottrina delle conseguenze legittime che si cavano da essa, e non di quelle che le passioni ne possono dedurre. Questo principio, vero in tutti i tempi, si può ai nostri giorni allegarlo con maggior fiducia d’essere ascoltati, dacchè molti di quelli che lo contrastavano alla religione sono stati costretti a invocarlo per altre dottrine. La memorabile epoca storica nella quale ci troviamo ancora, si distingue per il ritrovamento, per la diffusione e per la ricapitolazione d’alcuni principi politici, e per gli sforzi fatti affine di metterli in esecuzione; da ciò sono venuti dei mali gravissimi; i nemici di que princìpi pretendono che i princìpi ne siano stati la cagione, e che siano, per conseguenza, da rigettarsi. A questo i loro sostenitori vanno rispondendo che è cosa assurda e ingiusta proscrivere le verità, per l’abuso che gli uomini ne hanno potuto fare; che, lasciando di promulgarle e di stabilirle, non si leveranno però dal mondo le passioni; che, mantenendo gli uomini in errori, si lascia viva una cagione ben più certa e diretta di calamità e d’ingiustizie; che gli uomini non diventano migliori, nè più umani, con l’avere opinioni false. La Saint-Barthélemy n’a pas fait proscrire le catholicisme, ha detto a questo proposito un celebrato ingegno16; e certo nessuna conseguenza sarebbe stata più stolta e ingiusta. La memoria di quell’atrocissima notte dovrebbe servire a far proscrivere l’ambizione e lo spirito fazioso, l’abuso del potere e l’insubordinazione alle leggi, l’orribile e stolta politica che insegna a violare a ogni passo la giustizia per ottenere qualche vantaggio, e quando poi queste violazioni accumulate abbiano condotto un gravissimo pericolo, insegna che tutto è lecito per salvar tutto; a far proscrivere l’insidie e le frodi, le provocazioni e i rancori, l’avidità della potenza che fa tutto tramare e tutto osare, e l’ingiusto amore della vita che fa sorpassare ogni legge per conservarla; perchè queste e altre simili furono le vere cagioni della strage; per cui quella notte è infame.

Quando, all’opposto, ci trovano nella storia esempi d’influenza benefica e misericordiosa della dottrina cattolica, non c’è bisogno di ricercare come mai, per quali giri di ragionamenti, per quali singolari disposizioni degli animi, i suoi seguaci siano arrivati a trovare in essa tali consigli, a riceverne tali impulsi. È evidentemente una causa che produce il suo effetto proprio. In tempi di violente provocazioni e di feroci vendette, s’alza una voce a proclamare la tregua di Dio: è la voce del Vangelo; e sona per la bocca de’ vescovi e de’ preti. Sant’Ambrogio spezza e vende i vasi sacri per riscattare gli schiavi illirici, la più parte Ariani: san Martino di Tours intercede per i Priscillianisti presso Massimo imperatore in una parte dell’occidente; e considera come scomunicato Itacio e gli altri vescovi che l’avevano mosso a infierire contro di quelli: sant’Agostino supplica il proconsole d’Africa per i Donatisti, dai quali ognuno sa che travaglio avesse la Chiesa. Non avere a sdegno, dice, che imploriamo da te la vita di [p. 465 modifica]quelli, de’ quali imploriamo da Dio il ravvedimento17. E lasciando stare tanti altri fatti simili, di cui abbonda la storia ecclesiastica di tutti i tempi, giova rammentarne uno tra i meno antichi, anche perchè è stato tentato (e pur troppo, non senza effetto presso di molti), non solo di rapirne la gloria alla Chiesa, ma di cambiarla in ignominia: ed è la condotta del clero cattolico in America. L’ira contro ogni resistenza, l’avarizia resa incontentabile dalle promesse di fantasie riscaldate, il timore che nasce anche negli animi più determinati e li rende crudeli, quando non sono fortificati dall’idea d’un dovere, e quando gli offesi sono molti, tutte in somma le passioni più inesorabili della conquista, avevano snaturati affatto gli animi degli Spagnoli; e gli Americani non ebbero quasi altri avvocati che gli ecclesiastici; e questi non ebbero altri argomenti in favor loro che quelli del Vangelo e della Chiesa. Citiamo qui il giudizio del Robertson, giudizio importantissimo, e per l’imparzialità certa dello storico, e per la quantità e l’accuratezza delle ricerche sulle quali è fondato. «Con ingiustizia ancor maggiore è stato da molti autori rappresentato l’intollerante spirito della Romana Cattolica Religione come la cagione dell’esterminio degli Americani, ed hanno accusati gli ecclesiastici spagnoli d’aver animati i loro compatriotti alla strage di quell’innocente popolo come idolatra ed inimico di Dio. Ma i primi missionari che visitarono l’America, benchè deboli ed ignoranti, erano uomini pii. Essi presero di buon’ora la difesa dei nazionali, e li giustificarono dalle calunnie dei vincitori, i quali descrivendoli come incapaci d’essere istruiti negli uffici della vita civile, e di comprendere le dottrine della Religione, sostenevano esser quelli una razza subordinata d’uomini, e sopra cui la mano della natura aveva posto il segno della schiavitù. Dalle relazioni che ho già date dell’umano e perseverante zelo dei missionari spagnoli nel proteggere l’inerme greggia a loro commessa, eglino compariscono in una luce che aggiunge lustro alla loro funzione. Eran ministri di pace che procuravano di strappare la verga dalle mani degli oppressori. Alla potente loro interposizione doverono gli Americani ogni regolamento diretto a mitigare il rigore del loro destino. Negli stabilimenti spagnoli il clero sì regolare che secolare è ancor dagli Indiani considerato come il suo natural protettore, a cui ricorrono nei travagli e nelle esazioni, alle quali troppo frequentemente sono essi esposti18

Qual è questa religione, in cui i deboli, quando sono pii, resistono alla forza in favore de’ loro fratelli! in cui gli ignoranti svelano i sofismi che le passioni oppongono alla giustizia! In una spedizione, dove non si parlava che di conquiste e d’oro, quelli non parlavano che di pietà e di doveri; citavano al tribunale di Dio i vincitori, dichiaravano empia e irreligiosa l’oppressione. Il mondo, con tutte le sue passioni, aveva mandato agl’indiani de’ nemici che essi non avevano offesi; la religione mandava loro degli amici che non avevano mai conosciuti. Questi furono odiati e perseguitati; furono costretti qualche volta a nascondersi; ma almeno raddolcirono la sorte de vinti; ma, co’ loro sforzi e coi loro patimenti, prepararono alla religione un testimonio, che essa non è stata nemmeno un pretesto di crudeltà; che queste furono commesse malgrado le sue proteste. Ah! gli avari crudeli avrebbero voluto passare per zelanti, ma i ministri della religione non gli hanno permesso di mettersi al viso [p. 466 modifica]questa maschera; gli hanno costretti a cercare i loro sofismi in ogni altro principio, che in quello della religione; gli hanno costretti a ricorrere alle ragioni di convenienza, d’utilità politica, d’impossibilità di stare esattamente alla legge divina; gli hanno costretti a parlare de’ gran mali che sarebbero venuti, se gli uomini fossero stati giusti, a dire ch’era necessario opprimer gli uomini crudelmente, perchè altrimenti diveniva impossibile l’opprimerli.

Un solo ecclesiastico disonorò il suo ministero, eccitando i suoi concittadini al sangue; e fu il troppo noto Valverde. Ma, esaminando la sua condotta, come è descritta dal Robertson, si vede chiaro al mio parere, che costui era mosso da tutt’altro che dal fanatismo religioso. Pizarro aveva formato il perfido disegno d’impadronirsi dell’Inca Atahualpa, per dominare nel Perù, e per saziarsi d’oro. Adescato con pretesti di amicizia l’Inca a un abboccamento, questo si risolvette in un’allocuzione del Valverde, nella quale i misteri e la storia della santa e pura religione di Cristo non erano esposti che per venire all’assurda conseguenza, che l’Inca doveva sottomettersi al re di Castiglia, come a suo legittimo sovrano. La risposta e il contegno di Atahualpa servirono di pretesto al Valverde per chiamare gli Spagnoli contro i Peruviani. «Il Pizarro» cito ancora il Robertson, «che nel corso di questa lunga conferenza aveva con difficoltà trattenuti i soldati impazienti d’impadronirsi delle ricche spoglie ch’essi vedevano allora sì da vicino, diede il segno all’assalto.» Il Pizarro stesso, ch’era venuto a quel fine, fece prigioniero l’Inca; il quale poi, con un processo atrocemente stolto, fu condannato a morte; e il Valverde commise anche il delitto d’autorizzare la sentenza con la sua firma. Ora, chi non vede che a degli uomini deliberati a un’azione ingiusta, a degli uomini forti contro uomini ricchi, ogni pretesto era bono? che il Valverde stesso fu istrumento orribile, ma non motore dell’ingiustizia? che la sua condotta svela piuttosto la bassa connivenza all’ambizione e all’avarizia di Pizarro, che il fanatismo religioso? Il solo bon senso fa vedere che non è nella natura, dell’uomo, per quanto sia fanatico, il concepire un odio violento contro degli uomini che non professano il cristianesimo, perchè l’ignorano. Di fatti, se la disposizione degli ecclesiastici spagnoli era tale che dalla religione dovessero ricevere impulsi di questa sorte, perché tutti gli altri parlarono e operarono non solo diversamente, ma all’opposto? E se la condotta del Valverde era conforme al modo di sentire de’ suoi concittadini in fatto di religione, perchè è stata censurata da tutti i loro storici, come osserva il Robertson?

Del resto, la religione oltraggiata dal Valverde è stata ben vendicata, non solo da quasi tutti gli ecclasiastici delle diverso spedizioni, ma anche da quelle migliaia di missionari che, portando la fede ai selvaggi e agl’infedeli d’ogni sorte, ci andarono e ci vanno senza soldati, senz’armi, come agnelli tra i lupi19, e col core diviso tra due sole passioni, quella di condurre molti alla salute, e quella del martirio.

Se il rappresentare l’intolleranza persecutrice come una conseguenza dello spirito del cristianesimo, è una calunnia smentita dalla dottrina della Chiesa, è una singolare ingiustizia il rappresentarla come un vizio particolare ai cristiani. Erano le verità cristiane che rendevano intolleranti gli imperatori gentili? Sano esse che hanno creata quella crudeltà senza contrasto e senza rimorso, che sparse il sangue di tanti milioni, non dirò di innocenti, ma d’uomini che portavano la virtù al più alto [p. 467 modifica]grado di perfezione? Sono esse che hanno scatenato il mondo contro quelli di cui il mondo non era degno20?

Sul principio del secondo secolo, un vecchio fu condotto in Antiochia davanti l’imperatore. Questo, dopo avergli fatte alcune interrogazioni, l’interpellò finalmente se persisteva a dichiarare di portar Gesù Cristo in core. Al che avendo il vecchio risposto di sì, l’imperatore comandò che fosse legato e condotto a Roma, per essere dato vivo alle fiere. Il vecchio fu caricato di catene; e, dopo un lungo tragitto, arrivato in Roma, fu condotto all’anfiteatro, dove fu sbranato e divorato, per divertimento del popolo romano21.

Il vecchio era sant’Ignazio, vescovo d’Antiochia. Discepolo degli Apostoli, la sua vita era stata degna d’una tale scola. Il coraggio che mostrò al sentire la sua sentenza, l’accompagnò per tutta la strada del supplizio; e fu un coraggio sempre tranquillo, e come uno di que’ sentimenti ultimi che vengono dalla più ponderata e ferma deliberazione, in cui ogni ostacolo è stato preveduto e pesato. Al sentire il ruggito delle fiere, si rallegrò: il supplizio, quella morte senza combattimento e senza incertezza, la presenza della quale è una rivelazione di terrore per gli animi i più preparati, che dico? un tal supplizio non aveva nulla d’inaspettato per lui: tanto lo Spirito Santo aveva rinforzato quel core, tanto egli amava! L’imperatore era Traiano.

Ah! quando alla memoria d’un cristiano si può rimproverare che, per uno zelo ingiusto e erroneo, abbia usurpato il diritto sulla vita altrui, sia pure stato, in tutto il resto, pio, irreprensibile, operoso nel bene; a ogni sua virtù si contrappone il sangue ingiustamente sparso: una vita intera di meriti non basta a coprire una violenza. E perchè nel giudizio tanto favorevole di Traiano non si conta il sangue d’Ignazio e de’ tanti altri innocenti, che pesa sopra di lui? perchè si propone come un esemplare? perchè si mantiene a’ suoi tempi quella lode che dava loro Tacito, che in essi fosse lecito sentire ciò che si voleva, e dire ciò che si sentiva22? Perchè noi riceviamo per lo più l’opinione fatta dagli altri; e i gentili, che stabilirono quella di Traiano, non credevano che spargere il sangue cristiano togliesse nulla all’umanità e alla giustizia d’un principe. È la religione che ci ha resi difficili a concedere il titolo d’umano e di giusto; è essa che ci ha rivelato che nel dolore d’un’anima immortale c’è qualche cosa d’ineffabile; è essa che ci ha istruiti a riconoscere e a rispettare in ogni uomo l’immagine di Dio, e il prezzo della Redenzione. Quando si ricordano gli uomini condannati alle fiamme col pretesto della religione, se alcuno, per attenuare l’atrocità di que’ giudizi, allega che i giudici erano fanatici, il mondo risponde che non si deve esserlo; se alcuno allega ch’erano ingannati, il mondo risponde che non bisogna ingannarsi quando si pretende disporre della vita d’un uomo; se alcuno allega che credevano di rendere omaggio alla religione, il mondo risponde che una tale opinione è una bestemmia. Ah! chi ha insegnato al mondo, che Dio non s’onora che con la mansuetudine e con l’amore, col dar la vita per gli altri e non col levargliela, che la volontà libera dell’uomo è la sola di cui Dio si degna ricevere gli omaggi?

Per spiegare le persecuzioni contro i cristiani, si sarebbe quasi indotti a supporre che il rispetto alla vita dell’uomo fosse ignoto ai gentili, che sia un altro mistero rivelato dal Vangelo. In quelle si vedono crudeltà [p. 468 modifica]incredibili commesse senza un forte impulso; si vedono principi senza fanatismo secondare il trasporto del popolo per i supplizi, non per timore, non per ira, ma direi quasi per indifferenza; perchè la morte crudele di migliaia d’uomini non era forse un oggetto che meritasse un lungo esame. Non si fa torto a supporre quest’animo a quelli che facevano scannare migliaia di schiavi per una festa.

La famosa lettera di Plinio a Traiano, e la risposta di questo, sono un esempio notabile d’un tale spirito del gentilesimo. Plinio, legato propretore in Bitinia, consulta l’imperatore sulla causa de’ cristiani, espone la sua condotta antecedente, parla d’una lettera cieca, per mezzo della quale n’ha scoperti alcuni, e chiede istruzioni. L’imperatore approva la condotta del legato, proibisce di far ricerca de’ cristiani, e prescrive di punirli se sono denunziati e convinti; a quelli che neghino d’esserlo, e diano di ciò la prova di fatto, adorando gli dei, vuole che si perdoni, in grazia del pentimento. Finalmente ordina che, delle accuse anonime, non si faccia caso per nessun delitto; essendo, dice, cosa di pessimo esempio, e indegna del nostro secolo23. Ma, in fatto di barbarie, qual cosa mai poteva esser indegna d’un secolo in cui un magistrato, celebre per coltura d’ingegno e per dolcezza di carattere, domanda per sua regola, se è il nome solo di cristiano che s’abbia a punire, quantunque senza alcun delitto, o i delitti che porta con sè questo nome; se si deva far distinzione d’età, o trattare ugualmente i fanciulli, per quanto teneri siano, e gli adulti? d’un secolo in cui quest’uomo racconta d’aver fatti condurre al supplizio quelli che, denunziati a lui come cristiani, erano stati duri per tre volte nel confessarsi tali; non dubitando, dice, che, qualunque fosse la cosa che confessavano, la loro inflessibile ostinazione dovesse esser punita? E raccontando poi che altri, i quali dissero d’essere stati cristiani, ma di non esserlo più, e maledissero il Cristo, e adorarono l’immagine dell’imperatore e i simulacri degli dei, affermavano però, che, col professar quella fede, non s’erano impegnati a veruna cosa iniqua, ma, anzi, a non commetter mai nè furti, nè latrocini, nè adultèri, a non mancar di fede, a non negare il deposito; non lascia vedere la più piccola inquietudine per quegli ostinati che aveva fatti morire24? Qual cosa poteva essere indegna d’un secolo in cui un principe più celebre ancora, e celebre per sapienza e per mansuetudine, non trova che dire a de’ giudizi di questa sorte? e senza farsi carico de’ dubbi del magistrato, e riguardo all’età degli accusati, e intorno a ciò che costituisca il delitto, gli rimanda per unica spiegazione la parola Cristiani; e proibisce che se ne faccia ricerca, prescrivendo insieme, che, scoperti, si puniscano, qualunque poi sia per essere la pena? E s’è visto qual’era quella che il magistrato ordinava. Ma che [p. 469 modifica]dico? d’un secolo, in cui un vecchio divorato dalle fiere era un passatempo per il popolo, e un tal principe dava al popolo un tal passatempo?

Pur troppo i secoli cristiani hanno esempi di crudeltà commesse col pretesto della religione; ma si può sempre asserire che quelli i quali le hanno commesse, furono infedeli alla legge che professavano; che questa li condanna. Nelle persecuzioni gentilesche, nulla può essere attribuito a inconseguenza de’ persecutori, a infedeltà alla loro religione, perchè questa non aveva fatto nulla per tenerli lontani da ciò.

Con questa discussione parrà forse che ci siamo allontanati dall’argomento; ma essa non sarà affatto inutile, se potrà dare occasione d’osservare che molti scrittori hanno adoprato due pesi e due misure per giudicare de’ cristiani e de’ gentili; se potrà servire a rimovere sempre più dalla morale cattolica l’orribile taccia di sangue, che tante volte le è stata data, a rammentare che la violenza esercitata in difesa di questa religione di pace e di misericordia è affatto avversa al suo spirito, come è stato professato senza interruzione in tutti i secoli dai veri adoratori di Colui che con tanta autorità gridò ai discepoli che invocavano il foco del cielo sulle città che ricusavano di ricevere la loro salute25, di Colui che comandò agli Apostoli di scotere la polvere de’ loro piedi26, e d’abbandonare gli ostinati. Onore a quegli uomini veramente cristiani che, in ogni tempo, e in faccia a ogni passione e a ogni potenza, predicarono la mansuetudine; da quel Lattanzio che scrisse doversi la religione difendere col morire, e non con l’uccidere27, fino agli ultimi che si sono trovati in circostanze in cui ci volesse coraggio per manifestare un sentimento così essenzialmente evangelico. Onore a essi, giacchè noi non possiamo più averne onore, in tempi e in luoghi in cui non si può sostenere il contrario senza infamia; in cui, se gli uomini non hanno (così avessero!) rinunziato agli odî, hanno almeno saputo vedere che la religione non può accordarsi con quelli; se ammettono troppo spesso il pretesto dell’utile e delle gran passioni per bona scusa di vessazioni e di crudeltà, confessano che la religione è troppo pura per ammetterlo, che la religione non vuol condurre gli uomini al bene se non per mezzo del bene.




Note

  1. Omnis qui odit fratrem suum homicida est. Ioan. Epist. I, III, 15.
  2. Secundum autem (mandatum) simile est illi: Diliges proximum tuum tamquam te ipsum. Maius horum aliud mandatum non est. Marc. XII, 31.
  3. Nos scimus quoniam translati sumus de morte ad vitam, quoniam diligimus fratres. Ioan. Epist. I, III, 14.
  4. 31 Ottobre 1531.
  5. 16 Marzo 1569.
  6. 8 Novembre 1620.
  7. Filioli mei, non diligamus verbo, neque lingua, sed opere et veritate. Ioan. Epist. I, III, 13.
  8. Sic enim Deus dilexit mundum, ut Filium suum unigenitum daret. Ioan. III, 19.
  9. Testes deposuerunt vestimento sua secus pedes adolescentis, qui vocabatur Saulus.... Saulus autem erat consentiens neci ejus. Ac. Apost. VII, 57, 59.
  10. Non est in alio aliquo salus. Act. Apost. IV, 12.
  11. Vas electionis est mihi iste. Ibid. IX, 15.
  12. Émile, liv. IV. not. 40.
  13. Si enim, cum inimici essemus, reconciliati sumus Deo per mortem Filii eius; multo magis reconciliati, salvi erimus in vita ipsium. Ad Rom. V, 10.
  14. Nescit homo, utrum amore, an odio dignus sit. Eccl. IX, 1
  15. Domine, ne statuas illis hoc peccatum. Es cum hoc dixisset, obdormivit in domino. Act. Apost. VII, 59.
  16. Considérations sur la révolution françoise, par Mad. de Stael. Tom. III, pag. 382.
  17. Non tibi vile sit neque contemptibile, fili honorabiliter dilectissime, quod vos rogamus ne occidantur, pro quibus Dominum rogamus ut corrigantur. August. Donato procons. Afr. Epist. C., tom. II, pag. 270, edit. Maur.
  18. Robertson, Storia dell’America. Pisa 1789, vol. 11, pag. 421.
  19. Ecce ego mitto vos sicut agnos inter lupos. Luc. X, 3.
  20. Quibus dignus non erat mundus. Ad Hebr. XI, 38.
  21. Tillemont, Saint Ignace.
  22. Rara temporum felicitate, ubi sentire quae velis, et quae sentias licere licet. Histor. lib. I.
  23. Actum quem debuisti, mi Secunde, in excutiendis causis eorum, qui Christiani ad te delati fuerant, secutus es. Neque enim in universum aliquid quod quasi certam formam habeat constitui potest. Conquirendi non sunt, si deferantur et arguantur, puniendi sunt; ita tamen, ut qui negaverit se Christianum esse, idque re ipsa manifestum fecerit, id est supplicando diis nostris, quamvis suspectus in praeteritum fuerit, veniam ex poenitentia impetret. Sine auctore vero propositi libelli nullo crimine locum habere debent; nam et pessimi exempli, nec nostri saeculi est. Traianus Plinio, in Plin. Epist. X, 98.
  24. Nec mediocriter haesitavi, sit ne aliquod discrimen aetatum, an quamlibet teneri nihil a robustioribus differant.... nomen ipsum, etiam si flagitiis careat, aut flagitia cohoerentia nomini puniantur. — Confidentes iterum ac tertio interrogavi, supplicium minatus: perseverantes duci jussi. Neque enim dubitabam, qualecumque esset quod faterentur, pertinaciam certe et inflexibilem obstinationem debere puniri. – Alii, ab indice nominati, esse se Christianos dixerunt, et mox negaverunt: fuisse quidem, sed desiisse.... Omnes et imaginem tuam, Deorumque simulacra venerati sunt: ii et Christo maledixerunt. Affirmabant autem... se sacramento non in scelus aliquod obstringere, sed ne furta, ne latrocinia, ne adulteria committerent, ne fidem fallerent, ne depositum appellati abnegarent. Plinius Traiano Epist. X, 97
  25. Intraverunt in civitatem Samaritanorum, et non receperunt cum. Cum vidissent autem discipuli eius Iacobus et Ioannes, dixerunt: Domine, vis dicimus ut ignis descendat de coelo et consumat illos? Et conversus increpavit illos, dicens: Nescitis cuius spiritus estis. Luc. IX, 52, 53, 51, 55.
  26. Et quicumque non receperit vos, neque audierit sermones vestros; exeuntes foras de domo, vel civitate, excutite pulverem de pedibus vestris. Matth. X, 11.
  27. Defendenda enim est religio, non uccidendo sed moriendo; non saevitia, sed patientia; non scelere, sed fide: illa enim malorum sunt, haec bonorum. Et necesse est bonum in religione versari, non malum. Nam si sanguine, si tormentis, si malo religione defendere velis, iam non defendetur illa, sed polluetur, atque violabitur. Nihil tam voluntarium quam religio, in qua si animus sacrificantis aversus est, iam sublata, iam nulla est. Lactantii, Divin. Institut. Lib. V, c. XX.