Pagina:Panzini - Il romanzo della guerra, Milano, Lombardo, 1914.djvu/43

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l’abito che sta male, mi producono un’oppressione intollerabile.

Serra in questi giorni è venuto di frequente, e mi lascia ogni volta con un «arrivederci» sempre più incerto. Nella sua qualità di ufficiale di complemento, si aspetta ogni giorno il precetto di richiamo.

Anche lui, come me, non ha più voglia di far niente. — Si vive — dice — come in un’altra atmosfera. I consueti discorsi, le consuete occupazioni non mi sembra che abbiano più scopo.

Già, anch’io non ho più voglia di far nulla.

Ho passato tutta una mattina con la schiena nuda, grondante, sotto il sole in un lavoro bestiale tanto per fare qualche cosa: vagliare la ghiaia del giardino.

— Si desidera — prosegue Serra —, così, appena di parlare con quei due o tre con cui si può parlare senza parole. Ecco perchè vengo da lei.

Grazie!

Andammo lungo la riva del mare. Recitammo una sestina del Petrarca, e il sonetto: Sennuccio mio, ben che doglioso e solo.

Fa quasi ridere Serra, questo quasi atletico giocator di pallone, quando modula i versi tutt’a suo modo, salendo e disgradando con una vocina flebile di rosignolo in amore.

— Ma perchè poi questa guerra? — interruppi io.