Pagina:Satire di Tito Petronio Arbitro.djvu/296

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240 note

Pag. 49, lin. 36.

Molte specie di datteri racconta Plinio, ma quei di Siria e Palestina, e quelli dei deserti di Tebe, cioè dell’Egitto vicini al gran Cairo (illustri presso noi pel romitaggio degli Anacoreti) aveano fama, e l’hanno, di essere i più squisiti.


Pag. 50, lin. 33.

Da ciò è derivato, che il cappello e il berretto e i capei lunghi son divenuti insegna di libertà. Perciò (dice il signor Nodot) i primi Franzesi furon detti Comati e Pileati, tosto che ebbero scosso il giogo de’ Romani.


Pag. 51, lin. 15.

Nessuno di noi ignora cosa sia vino santo in Italia. Egli è un vino affatturato con diversi metodi, e che comunemente si ammette come una ghiottornia ricercata. I Romani usavan una quasi simil bevanda, massimamente ne’ conviti. Essi avean pur vari metodi per comporre questo vino, e il più comune era quello di mescervi il miele col succo di alcune erbe odorifere. Nondimeno egli era più volte una specie di spirito, e forse in questo luogo vuol accennarsi da Petronio una bibita spiritosa, come il punch ai dì nostri.


Pag. 53, lin. 30.

La gente Safinia apparteneva a Napoli.


Pag. 54, lin. 3.

Cioè, fosse ampolloso e figurato. Nel principio si è visto che Petronio attribuisce la decadenza del bello stile alle maniere asiatiche introdotte nella Eloquenza latina.


Pag. 54, lin. 31.

Avere i piè d’oca, e averli di lana, come porta il testo, parmi tuttuno. Ognun conviene che l’espressione in questo luogo suona lo stesso quanto fare il sordo.


Pag. 55, lin. 20.

Questa è una scappata improvvisa, applicabile sicu-