Pagina:Zibaldone di pensieri IV.djvu/328

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316 pensieri (2579-2580)


passate poi e confermate nell’uso dello scrivere, sanzionate dall’autorità e dallo stesso errore di tali scrittori, sottoposte a regola esse pure, o divenute regola esse medesime, si chiamarono e si chiamano e sono eleganze e proprietà della lingua greca. Cosí è accaduto alla lingua italiana. La ragione è ch’ella fu molto e da molti scritta nel trecento, secolo d’ignoranza, e che anche allora fu applicata alla letteratura in modo sufficiente per far considerare quel secolo come classico, dare autorità a quegli scrittori, presi in corpo e in massa, e farli seguire da’ posteri. I greci o non avevano affatto alcuna lingua coltivata a cui guardare, o, se ve n’era, era molto lontana da loro, come forse la sascrita, l’egiziana ec., e poco o niente nota, neanche ai loro piú dotti. Gl’italiani n’avevano, cioè la  (2580) latina e la greca. Ma quel secolo ignorante non conosceva la greca, pochissimo la latina, massime la latina buona e regolata (fors’anche molti, conoscendo passabilmente il latino, e fors’anche scrivendolo con passabile regolatezza, erano sregolatissimi in italiano, per incapacità di applicar quelle regole a questa lingua, che tutto dí favellavano sregolatamente, di conoscere o scoprire i rapporti delle cose ec). Quei pochi che conobbero un poco di latino scrissero con ordine piú ragionato, come fecero principalmente i frati, Passavanti, F. Bartolommeo, Cavalca ec. Dante, e piú ancora il Petrarca e il Boccaccio che meglio di tutti conoscevano il buono e vero latino, meno di tutti aberrarono dall’ordine dialettico dell’orazione. Questi principalmente diedero autorità presso i posteri a’ loro scrittori contemporanei, la massima parte ignoranti, non solo di fatto, ma anche di professione laici e illetterati e che non pretendevano di scrivere se non per bisogno, come i nostri castaldi. I quali abbondarono di sragionamenti e disordini grammmaticali d’ogni sorta.

Di tali aberrazioni n’hanno tutte le lingue quando