Pagina:Zibaldone di pensieri VII.djvu/408

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(4466-4467) pensieri 399

meae quae mecum vixit tan concorde  (4467) ad fatalem diem. Mevia Sophe impetra si quae sunt manes ni (cioè ne) tam scelestum discidium experiscar diutius. Hospes ita post obitum sit tibe terra levis ut tu hic nihil laeseris aut si quis laeserit nec superis comprobetur nec inferi recipiant et sit ei terra gravis (24 febbraio 1829).


*    Alla p. 4354. Probabilissimamente nella primitiva e vera scrittura, nella quale le vocali oggi dette lunghe, erano veramente doppie, cioè due vocali brevi, in tali casi si scriveva omettendo la secondaa breve: per esempio in vece d’ὲγὼ ἀρξάμενος si scriveva ἐγο ἀρξάμενοσ, ovvero ἐγο᾽ ἀρξάμενος, giacchè la scrittura ordinaria di ὲγὼ era ὲγοὸ, di ἤδη ἐέδεε ec. In somma le vocali ora dette lunghe, eran veri dittonghi, due suoni brevi; l’uno de’ quali si poteva elidere ec. (25 febbraio 1829). Vedi p. 4469.


*   Alla p. 4403. Senofonte nell’Anabasi, al principio dei libri 2. 3. 4. 5. 7., riepiloga brevissimamente tutto il narrato prima, e dice: queste cose ¢ν τ πρñσJεν (lib.2 ¦μπρσJεν) λñγÄ δεδ®λωται, cioè, non già nel libro precedente, il quale non contiene tutta quella narrazione ch’egli dice ed epiloga (e la divisione dell’Anabasi in libri forse è piú recente di Senofonte ), ma nella parte precedente di questa istoria, appunto come è usato λñγος da Erodoto. Il Leunclavio male traduce, lib.2. e 3. superiore libro, men male lib.4. superioribus commentariis, bene lib.5. hactenus hoc commentario, e lib.7. superiore commentario. Il lib.6. comincia ex abrupto come il primo, e senza epilogo, né proemio di sorta (25 febbraio 1829).


*    Alla p. 4462. E già le destinazioni, le cause finali della natura, in molte anco di quelle cose in cui è manifesta la volontà intenzionale di essa natura come loro autrice, o non si possono indovinare, o sono (se