Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura/2718

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[p. 394 modifica] notabilissimamente e visibilmente diversi da quelli che compongono la lingua ordinaria de’ suoi Dialoghi, sebbene in questi egli tratta bene spesso le medesime o simili materie a quelle delle tre suddette orazioni, massime dell’ultima. E i vocaboli, le frasi, i costrutti dell’ultima orazione (di stile tutta poetica, ma non perciò tumida o esagerata o eccessiva o tale che non sia vera prosa) sono pure diversissimi da quelli delle altre due. Né in veruna di queste tre lo scrittore fa forza alla lingua, o dimostra affettazione, come fecero poi quei greci piú recenti che [p. 395 modifica]si scostarono dalla maniera propria per seguire e imitare l’altrui. Ma certo chi non conoscesse altra lingua greca che la consueta di Platone, non senza una certa difficoltà potrebbe intendere quelle tre orazioni (23 maggio 1823).


*   Alla p. 2699. Di quelli scrittori del Trecento che usarono lingua piú illustre e comune, o manco plebea e provinciale o municipale, vedi Perticari