Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura/2978

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[p. 111 modifica] potuto reggere a un corso cosí [p. 112 modifica]lungo, per vigorosi e vivaci che fossero, e sonosi contentati d’una carriera assai piú breve e bene spesso prima di giungere al termine di questa medesima, hanno pur lasciato chiaramente vedere che si trovavano affaticati, e che la lena e l’alacrità veniva lor manco, tanto piú quanto piú s’avvicinavano alla meta1. E Virgilio, il quale che cosa non ha tolto ad Omero ?, nella seconda metà della sua Eneide riesce evidentemente languido e stanco, e diverso da se medesimo, se non nella invenzione2, certo però nell’esecuzione, cioè nelle immagini, nella espansione e vivacità degli affetti e nello stile, il che non può esser negato da veruno che ben conosca la maniera, la poesia, la lingua, la versificazione di Virgilio, anzi a questi tali la differenza si fa immediatamente sentire: e vedesi che l’immaginazione di Virgilio era per la lunga fatica illanguidita, raffreddata e sfruttata; non rispondeva all’intenzione del poeta; non

Note

  1. Da queste osservazioni si deduce quanto la natura e l’ingegno son piú ricchi dell’arte e come l’imitatore è sempre piú povero dell’imitato. Vedi Algarotti, Pensieri, Opp., Cremona, t. VIII, p. 79.
  2. Vedi Chateaubriand, Génie, Paris, 1802, Par. II, l. 2, ch. 1,0 fine, t. II, p. 105-6.