<dc:title> Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura </dc:title><dc:creator opt:role="aut">Giacomo Leopardi</dc:creator><dc:date>XIX secolo</dc:date><dc:subject>Saggi</dc:subject><dc:rights>CC BY-SA 3.0</dc:rights><dc:rights>GFDL</dc:rights><dc:relation>Indice:Zibaldone di pensieri I.djvu</dc:relation><dc:identifier>//it.wikisource.org/w/index.php?title=Pensieri_di_varia_filosofia_e_di_bella_letteratura/3015&oldid=-</dc:identifier><dc:revisiondatestamp>20260425192714</dc:revisiondatestamp>//it.wikisource.org/w/index.php?title=Pensieri_di_varia_filosofia_e_di_bella_letteratura/3015&oldid=-20260425192714
Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura - Pagina 3015 Giacomo LeopardiXIX secoloZibaldone di pensieri I.djvu
[p. 135modifica] che siano adattate al linguaggio poetico, resterebbe per allontanar le voci comuni dalla prosa e dall’uso, che il poeta le ravvicinasse alla etimologia ed alla forma ch’elle hanno nella lingua madre, qualvolta nell’uso comune e prosaico elle ne sono lontane. Questo mezzo è possibile e buono e spesso adoperato da’ poeti quando la nazione è già cólta e dotta, e la letteratura nazionale già formata. Ma ne’ principii ciò è ben difficile e pericoloso, prima perché dalla nazione ignorante quelle voci in tal modo rimutate corrono rischio di non essere intese; poi perché presso la nazione non avvezza un tal rimutamento corre rischio di saper di pedanteria (il qual rischio dura eziandio proporzionatamente nel séguito) e di riuscire affettato. Onde la stessa difficoltà che in quei principii si opponeva, come ho detto (pag. 2836-7) al dedur piú che tante voci o frasi nuove dalla lingua madre, quella medesima si opponeva a dedur da essa lingua inusitate inflessioni e diverse dalle correnti.