Pensieri e discorsi/Il fanciullino/IX

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IX.


Dei due fraterni poeti Augustei (chè non si può parlare di Virgilio senza soggiungere Orazio) voi direte che fu la filosofia che li addusse a quella ragione sana e pia di considerare la società e la vita. E no: fu il fanciullino che li portò per mano, dicendo: Vi dirò io dove è nel tempo stesso la poesia e la virtù. Fu il fanciullino che, se mai, fece che trascegliessero tra le opinioni dei filosofi quelle che confermavano il loro sentimento.

Considerate. Catone e Varrone scrissero di agricoltura prima di Virgilio. Erano uomini di molto giudizio e sapere, essi. Per esempio, Catone, suggerendo al pater familias che cosa deve dire e fare, [p. 23 modifica]quando si reca alla villa, conclude: “Venda l’olio, se si vende bene; il vino, il frumento che avanzi, lo venda. I buoi incaschiti, le fattrici non più buone, così le pecore, la lana, le pelli, un barroccio vecchio, ferramenti vecchi, uno schiavo attempato, uno schiavo ammalazzito, e altra roba che ci sia di troppo, la venda. Un padre di famiglia deve tirare a vendere, non a comprare„1. Quegli schiavi, tra la ferraglia vecchia e l’altra roba d’avanzo, a noi fanno un certo senso; eppure era naturale che si nominassero a quel punto. Varrone in fatti riferisce questa elegante distinzione delle cose con le quali si coltivano i campi: “Altri le dividono in tre generi: strumento vocale, semivocale e muto; vocale, in cui sono gli schiavi, semivocale in cui sono i bovi, muto in cui sono i carri„2. È naturale, s’intende, che Virgilio scrivendo di proposito sull’agricoltura, in versi bensì ma non a fantasia, in versi ma dopo avere studiato l’argomento anche sui libri degli altri, parlasse a ogni momento, oltre che dei plaustri e dei bovi, di quello strumento precipuo della coltivazione che erano gli schiavi. Noi, per esempio, dobbiamo aspettarci che come insegna quale profenda dare, erbe in fiore e biada, al polledro da razza3, e ai manzi in tanto che si domano, non sola erba e frasche di salcio e paleo di palude, ma anche piantine di grano appena nato4; così ammaestri il buon massaio sul pane e companatico, [p. 24 modifica]vino e vestimenta, da fornirsi alla familia. Parlando di olive, è certo che egli penserà al pulmentarium familiae. Catone, gran maestro, dice pure 5: “Indolcisci quanto più puoi, di olive caschereccie. Quindi le olive anche buone, da cui non possa uscire che poco olio, indolciscile: e fanne grande risparmio, perchè durino il più possibile. Quando le olive saranno mangiate, dà allec e aceto„. Tornava bene, mi pare, discorrere di codeste olive da riporre per gli schiavi, e così anche dei vestimenti; chè poteva cadere in taglio, a proposito della lana, fare per esempio un’osservazione di tal genere: “quando a uno schiavo dài una tunica o un pastrano nuovo, prima ritira il vecchio, per farne casacche a toppe (centones)„. Insomma queste e simili provvidenze erano buone a mettersi in bei versi con quel tanto garbo del poeta che sa parlare con solennità e gravità di umili cose.

Oh! sì! Non ci sono schiavi per Virgilio. Nei suoi poemi non c’è mai nemmeno la parola servus; c’è serva due volte, e a proposito di altri tempi e di altri costumi 6: tempi e costumi in cui il poeta vede bensì i re serviti da molti schiavi; eppur chiama questi famuli e ministri non servi 7. Ma i suoi campi, quelli che esso insegnava a coltivare, quelli che arava [p. 25 modifica]e seminava con i suoi dolci versi, quelli non hanno gente incatenata e compedita. Il poeta che nella prima delle ecloghe pastorali mette sè in persona d’uno schiavo liberato, ha proclamato nelle compagne italiche quella parola che con tanta enfasi suona dalla sua bocca di Titiro: libertas 8. Gli agricoli di Virgilio nè sono schiavi nè mercenari. Essi sono di quelli di cui parla Varrone 9, che coltivano la terra da sè, come tanti possidentucci con la loro figliolanza. Questi ha in mente Virgilio, quando esclama che sarebbero tanto felici, se conoscessero la loro felicità, con tanta pace, con tanto fruttato, tra tanto bello, senza il rodìo o della miseria o della soverchianza altrui, lavorando alla sua stagione, godendosi la famiglia in casa e le care feste fuori 10. Di gente che lavori per altri, nemmeno una traccia. L’ideale del poeta è quel vecchiettino Cilice, trapiantato dalla sua patria nei dintorni di Taranto. Aveva avuto pochi iugeri di terra non buona nè a grano nè a prato nè a vigna: una grillaia, uno scopiccio. Ebbene il bravo vecchiettino ne aveva fatto un orto, con non solo i suoi cavoli, ma anche gigli e rose, e alberi da frutta, e bugni d’api, e vivai di piante 11. Sì: il poco e il piccolo era il sogno dei due grandi fraterni poeti. Virgilio diceva: Loda la campagna grande, e tienti alla piccina 12. E Orazio: Questo era il mio voto: un campicello non tanto grande, con l’orto, con una fonte, e per giunta [p. 26 modifica]un po’ di selvetta 13. Chi non dovrebbe preferire la campagna grande alla piccola, quando non toccasse di coltivarla a lui? Ma ai due poeti, quando erano poeti, non si presentava al pensiero questa considerazione così semplice. A dir meglio, il fanciullo che era in loro, preferiva, come tutti i fanciulli, ciò che è piccolo: il cavallino, la carrozzina, l’aiolina. Oh! c’è chi ha rimproverato a Orazio quest’amor della mediocrità! Ma esser poeta della mediocrità, non vuol dire davvero essere poeta mediocre. Il contrario, anzi, è vero. Non ama, chi dice di amare un serraglio di donne. Non è poeta, chi non si fissa in una visione che i suoi occhi possano misurare. E le cose grandi, le cose ricche, le cose sublimi non riescono poetiche, se non sono sentite e dette in persona di chi stupisce avanti loro, perchè appunto esso è piccolo, è povero, è umile. Il poeta è il poverello dell’umanità, spesso anche cieco e vecchio. E se tale non sembra, se anzi è gran signore e giovane e felice, ebbene vuol dire che se è ricco lui, è pauperculus però il fanciullino che è in lui; cioè si è conservato povero, come a dire fanciullo. Perchè poverino è sempre il bimbo, sia pur nato in una culla d’oro, e tende sempre la mano a tutto e a tutti, come non avesse niente e desidera il boccon di pan duro del suo compagno trito, e vorrebbe fare il duro lavoro del suo compagno tribolato. Per questo non Virgilio proprio, ma il fanciullo che egli aveva in cuore, non voleva gli schiavi nei campi. Diremo noi che Virgilio attingesse dai libri di qualche filosofo o di qualche profeta questa legge di libertà? No: egli stesso ne era forse [p. 27 modifica]inconsapevole, di questa libertà che proclamava. Era la sua poesia che aboliva la servitù, perchè la servitù non era poetica. Non era poetica, e il divino fanciullo che non vede se non ciò che è poetico, non la vedeva. Tanto che noi, se non avessimo dei tempi di Virgilio altro testimone che Virgilio, dovremmo credere che non esistesse allora più questa miseria e vergogna che non è cessata nemmeno ai nostri, di tempi. Oh! dovremmo credere che il Cristo non anco nato ispirasse al poeta contadino dell’Esperia, come il vaticinio del suo avvento, così il presentimento della grande fratellanza umana! Non c’è la schiavitù nell’Italia Virgiliana: nemmeno c’è il salariato, nemmeno il mezzadro!

Note

  1. Cat. de agri cultura 2, 7. Armenta delicula, oves deliculas. Traduco così, scostandomi dal Keil. Cf. per il significato di armenta Verg. Georg. 3, 129.
  2. Varr. Rerum Rusticarum 1, 17.
  3. Georg. 3, 126 sqq.
  4. ib. 174 sqq.
  5. Cat. a. c. 58, e leggi 56 e 57 e 59.
  6. Aen. 5, 284; è data, come premio a Sergesto, Foloe, una cretese, esperta nel tessere, con due gemellini alla poppa. Ed è imitazione di Omero: Il. 23, 263, Anche è serva, in 9, 546, Licinnia che diede al re dei Lidi un figliò, Elenore. E anche questo è Omerico. Inoltre Andromaca partorisce servitio: Aen. 3, 327. E c’è l’idea e la parola di servitium a proposito di giovenchi in Georg. 3, 168, e di sè stesso, cioè di Titiro, in ecl. 1, 41.
  7. Aen. 1, 701 sqq. 705; 5, 391; 8, 411, 584.
  8. Ecl. 1, 28.
  9. RR. 1, 17 ipsi colunt, ut plerique pauperculi cum sua progenie.
  10. Georg. 2, 458 sqq. 1, 300 sqq. e altrove.
  11. Georg. 4, 125 sqq.
  12. Georg. 2, 412 sqq.
  13. Serm: 2, 6, 1 sqq.