Pensieri e discorsi/L'èra nuova/Introduzione

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L'èra nuova L'èra nuova - I

[p. 109 modifica]È un giorno come un altro il dì che chiude un secolo e ne apre uno nuovo?1 Si deve, quel dì, inalzare al sole, al vecchio e giovane dio di nostra gente, un inno più fervido e più alto?

Sol di vita che con il fiammeo carro
porti e celi il giorno, che sempre un altro e
sempre quello sei, non veder di Roma
 nulla più grande!

Ecco: per ripetere o rinnovare quell’inno, bisognerebbe aspettare la fine non solo d’un secolo, ma d’un anno mondano, dopo la quale è la palingenesia; dopo la quale

Torna la Vergine già, il buon tempo è già di Saturno:
genere d’uomini nuovo dai ceruli culmini scende;

con la quale

Fede e Pace, Onore e Costume antico ed
osa la negletta Virtù tornare e
già si mostra l’universal Ricchezza
 piena di doni.

[p. 110 modifica]È da aspettarsi col nuovo secolo questo rinascimento? la giustizia e la pace, la bontà e la ricchezza? Nessuna Sibilla ha parlato. Oppure ella scrisse in foglie di palme il suo vaticinio, e le pose in ordine; ma il vento le confuse e portò via. Chi potrà iungere carmina più? Non io, nè altri; e tanto io quanto altri, nel cercare di indurre da idee e fatti del secolo che muore, un preconio del secolo che nasce, sembreremo leggere l’una dopo l’altra le foglie d’un vaticinio disperso dal vento. Su questa si legge pace, su quella guerra, su un’altra amore, su un’altra lotta; ancora, scienza, ancora, fede. Che sarà? Noi sappiamo che avremo dei ludi secolari, più grandiosi di quelli che celebrò Augusto e che cantò Orazio; avremo a Parigi (nella Roma nuova?) la festa del lavoro universale. E prima della fine del secolo avremo, convocata dal Cesare Russo (dall’Augusto nuovo?), la conferenza sul disarmo. Il secolo muore bene, il secolo nasce bene:

Oh! gli uomini si guardano attorno, cercando l’Orazio migliore che canti l’Augusto più benefico e la Roma più magnifica... E questo poeta non osa ancora, forse, staccare la cetra dal chiodo, e siede in disparte e crolla il capo glorioso e mormora: Non forse il mio inno, lento e sublime, sarà interrotto da ululati d’odio? Non forse il sacro tintinno delle corde sarà concluso da rombi di cannone? E il poeta continua a meditare: Canterò il trionfo della [p. 111 modifica]fede antica? Ma se ella in tanti secoli non è riuscita a distruggere il lievito cattivo per il quale sono ora temute a un tempo guerre coloniali, nazionali ed etniche; di che ha ella trionfato? Canterò il vanto della scienza nuova? Ma se ella, con altri suoi mirabili e benefici ritrovati, ha pur fabbricato i battelli aerei, per cui deve piovere la distruzione dal cielo, e i battelli sottomarini, per cui dal fondo del mare la distruzione ha da erompere, di che, di che mai ella può vantarsi?

Note

  1. Così parlavo presso la fine del secolo già sepolto.