Pensieri e discorsi/L'Eroe italico/V

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V.


Così Dante e Garibaldi si trovarono, a distanza di secoli, l’uno e l’altro nella Pineta, esule l’uno e l’altro fuggiasco, con una sentenza di morte, l’uno dietro sè, l’altro tutto intorno. E vissero tutti e due, per compiere l’opera immensa che avevano nel pensiero. E a me pare che io li abbia veduti là ambedue e uditi parlare. La loro ombra era ancora in quella solitudine, le loro voci echeggiavano ancora in quel silenzio. E le ombre s’incontravano e le voci si rispondevano. E l’una parlava di Roma che piangeva, e di Roma che piangeva, parlava l’altra. Ciò che di essenziale è nel pensiero di Dante riguardo alla ragion pratica, ciò che ne esce di nudo, dopo che lo spogliate delle contingenze del tempo, è che Roma doveva essere, come della vita contemplativa, così la fonte e il principio e la sede della attiva: doveva albergare la giustizia legale e la prudenza regnativa, e sia pure che col re vivesse là anche il pastore: ma una via assegnava al pastore; e un’altra al re, sì che non potessero incontrarsi e impacciarsi e [p. 203 modifica]offendersi. E da Roma tale giustizia doveva frenare il mondo, tale prudenza doveva illuminare il mondo. Per quanto il pensiero di Garibaldi andasse da Roma a Italia piuttosto che da Roma al mondo... E tuttavia, no: Mazzini, il suo maestro, esclamava: il mondo! — Roma deve essere la maestra delle genti, come fu la conquistatrice; deve di nuovo accogliere tutti i popoli in un immenso ideale di giustizia e di pace. — Bene; ma insomma il guerriero recava da Roma, le cui mura fumavano ancora, concetto più semplice e parola più breve: o Roma o morte! E intanto in questo s’accordavano l’esule e il fuggiasco, i due gloriosi banditi, i condannati da Baldo d’Aguglione e da Gorzkowski, s’accordavano nell’avere ambedue, in cima al loro pensiero, Roma.

Ma un’altra idea informa tutto il poema dell’uno e tutta l’azione dell’altro. Che cercava in vero Dante per i suoi tre regni? Lo dice Virgilio a Catone, che cosa cercava il viatore dell’oltremondo: “Libertà va cercando, ch’è sì cara, Come sa chi per lei vita rifiuta„.

E l’altro, col suo breve modo d’uomo di fatti e non di parole, l’altro avrebbe detto con le parole dell’inno: O morte o libertà! Libertà è la suprema aspirazione d’ambedue; e Dante la trovò lasciando, con l’incoercibile pensiero, la vita feroce e schiava del mondo, e rifugiandosi di là della morte; e Garibaldi, per tutta la vita la cercò, combattendo e soffrendo per lei, e tornando appena potesse, alla sua solitudine nella piccola isola rupestre. E tutti e due lo riacquistavano quel prezioso dono che non è conosciuto se non da chi talor lo perde: l’uno a forza di pensiero, l’altro a forza d’azione.

[p. 204 modifica] Ma, per intenderci, io vi dirò che è questa libertà, voluta e ottenuta sì dall’imperiale Alighieri e sì dall’antimperiale Garibaldi; e ve lo dirò significandone gli effetti e i segni. Dante fu libero, ossia ridivenne libero: da che si vede? Da questo: il cacciato dei Neri, si fece parte per sè stesso. A chi si riferiscono queste parole? Non sembrano scritte per Garibaldi?

In vero qual è la parte o, come si dice ora, il partito di Garibaldi? Mazziniano? — Se il Generale avesse voluto! — è l’ultimo pensiero del maestro di Garibaldi. Dunque il guerriero non aveva voluto ciò che il pensatore voleva. Non fu dunque mazziniano. E dunque fu monarchico? L’aver combattuto per il segnacolo — Italia e Vittorio Emanuele — non fa di lui un monarchico, più che non faccia di lui un tiranno essere stato generale e dittatore. Patriota a tutti i costi? italianissimo, come dicono i clericali? Egli salutò il sole dell’avvenire che avrebbe illuminato una sola patria per tutti i popoli. Dunque socialista, internazionalista? Oh! egli combattè tutta la vita per qualche popolo e nazione, nè soltanto il suo e la sua, contro qualche altro e altra. Partigiano della guerra? Egli amava la pace. Partigiano della pace? Egli faceva la guerra. Dunque non sapeva che cosa volesse, tra la monarchia e la repubblica, tra il nazionalismo e l’internazionalismo, tra la pace e la guerra? Nessun carattere ci pare più coerente del suo. Nessuno, ch’io sappia, vorrebbe a quella sua figura, nota a tutti come nel suo aspetto così nella sua anima, togliere nulla, aggiunger nulla, mutar nulla.