Piccolo mondo moderno/Capitolo quinto. Numina, non nomina/I

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Capitolo quinto
Numina, non nomina
I

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Capitolo quarto. Il caffè del commendatore - III Capitolo quinto. Numina, non nomina - II
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CAPITOLO QUINTO

Numina, non nomina.


I.


“Cara„, disse Carlino Dessalle, “e i fiori? Sono quasi le cinque, sai!„

Jeanne stava scrivendo nella sala dell’Ariosto, in faccia all’affresco dove la bella, tenera Angelica, legata le gambe ignude allo scoglio, spasima fra la mostruosa Orca, la ghiottona del mare, che sale, e il mostruoso ippogrifo con Ruggero, il ghiottone del cielo, che scende.

“Non si pranza alle sette?„ diss’ella, senz’alzare il capo.

“Sta bene, ma ti hai poi anche a vestire, eh?„ Jeanne non rispose e non si mosse.

“Senti, Jeanne„, fece suo fratello un po’ stizzito. “Io non te li ho imposti, questi ospiti. Ti ho domandato s’eri contenta di averli, tu mi hai detto di sì, dunque...„. [p. 264 modifica]“Ma sì, ma sì, son contenta, ecco, vado„ rispose Jeanne nervosa. Si alzò di botto, piegò il foglio scritto, lo pose in una busta, frettolosamente, vibrando d’impazienza. Carlino la guardò; aveva gli occhi rossi. “Oh santo cielo!„ diss’egli sottovoce, seccato. “Bella disposizione per un pranzo!„

“Ma che? Ma cosa? Ma se non ho niente! Se sono contenta, contentissima! Se sono allegra! Adesso vado a far cogliere i fiori. Dimmi che fiori vuoi „.

Ella protestava così, pentita, quasi atterrita di avergli dato segno del suo soffrire interno, tenendogli le mani alle spalle, fissandolo negli occhi, ansiosa di vederlo rasserenarsi, di udire una parola buona.

“Stai zitta, è una cosa che non può andare!„ replicò Carlino. “Te l’ho detto sempre, tu ti figuri quello che non è. Tu ti struggi per uno che non si strugge niente affatto per te. O forse aveva in principio certe idee e ha capito che con te non si riesce!„

Jeanne arrossì fino al collo, gli turò la bocca.

“No, Carlo, non dir queste cose!„

“Bene, che ti ha scritto, allora? Perchè piangi? Tu piangi per causa della lettera ch’è venuta oggi, non dire di no!„

“Prima, non piango, poi, lo so io perchè piango?„ [p. 265 modifica]

Carlino rise. “Bellina, questa!„ Rise anche Jeanne e ne approfittò subito. “Vedi se sono allegra! Dimmi dimmi che fiori vuoi!„

Egli scosse il capo, rassegnato, non persuaso; e rispose negligentemente, dopo un silenzio lungo:

“Rose. Niente altro che rose. Rose, ma in copia grande„.

“In copia? Dove sono? Sono sfiorite tutte„.

“Che! Queste della terrazza sono sfiorite. Le spalliere sotto la Foresteria sono cariche di fiori bellissimi. Ma dunque perchè piangevi?„

“Piangevo di tenerezza. Sì sì sì! Sono felice!„

Ella gli diede un bacio impetuoso, sonoro, ritrasse un po’ il viso a guardarlo sorridendo, sussurrò: “Quando vai a Milano?„

“Io? Domani„.

“Se ti accompagno, mi porti posdomani al Quartetto?„

“Cosa c’è posdomani al Quartetto?„

Jeanne nominò un grande artista straniero.

“Benissimo, non lo sapevo. Felicissimo di accompagnarti! Ma sai che per i miei affari mi occorrono almeno quattro giorni„

“Io me ne vengo via il terzo, sabato„.

“Sola?„

“Credo!„

“E sia. Ma che capriccio ti è venuto?„ [p. 266 modifica]“Grazie!„ fece Jeanne e corse via. Suo fratello la richiamò. “Scusa„, diss’egli. “È per un incontro?„

“Anche per un incontro„.

“Potevi dirlo„.

“Ma non sono sicura„.

“Senti, corrergli dietro, no!„

“Non gli corro dietro!„

Carlino parve poco persuaso e insistette. “Capisci, la tua dignità, anche in faccia al mondo!„

Jeanne fu per rispondere: che me ne importa? ma si trattenne, disse solo:

“Non temere„.

“Basta„.

Ella uscì rapida, palpitante, nella speranza inattesa di questo prossimo incontro.

Maironi era partito da otto giorni e proprio per le istanze pressanti di lei. Bassanelli non s’era tenuto dal comunicarle l’opinione del Commendatore che fosse bene di allontanare il giovane, posto che il Consiglio venisse sciolto, durante il periodo elettorale. Aveva soggiunto che il decreto reale di scioglimento era in viaggio, che sarebbe savio di prevenirlo perchè molto probabilmente il Commissario Regio, a fronte di certe questioni cittadine gravi, bandirebbe le elezioni assai presto e l’agitazione comincerebbe subito. Jeanne non s’illuse circa le [p. 267 modifica]intime cagioni di questo zelo, ma si compiacque molto che il Commendatore pigliasse interesse a Piero. Ambiva un tale patronato per l’amico suo, una guida tanto autorevole che lo avrebbe trattenuto sulla via dove lo vedeva incamminarsi verso un partito spiacente a lei per le idee e più ancora per la gente poco pulita. Ambiva di entrare in grazia del Commendatore per poter un giorno congiurare insieme. Comprendeva bene quanto poca speranza vi fosse di riuscire a ciò con quell’uomo rigido e pio. Ma insomma, sentendosi degna della stima, del rispetto di chicchessia, non voleva disperare e intanto aveva promesso a Bassanelli di fare del suo meglio perchè il desiderio del Commendatore venisse soddisfatto, lo aveva pregato di non tacere al Commendatore stesso questa sua buona volontà.

Si era indotta più facilmente al sacrificio per veder Piero malcontento di sè, della vita inerte che conduceva, rôso da inquietudini strane, ch’egli le diceva di non sapere spiegare a se stesso. Ella lo amava ora immensamente più di quando aveva dato al vento l’immaginario veleno dall’alto della loggia di Praglia significando in silenzio il proposito di vivere per lui. Lo amava molto più di quando, la sera dell’eclissi, gli aveva pôrte le labbra, premendo, per prudenza, il bottone del campanello elettrico. [p. 268 modifica]Le pareva che il suo amore non potesse più crescere e insieme che crescesse sempre. Non pensava che lui, non sentiva che lui e se nei primi tempi la tormentava inesprimibilmente il sospetto di non essere amata che a parole o come un fantasma, un’idea impersonale dell’amore, o come un vaso chiuso di piacere, adesso le pareva persino, qualche volta, che le sarebbe bastato di amare, di amare, di amare, le pareva di poter rinunciare a essere amata. Quando la sua salute delicata era buona, l’aspettazione di lui e la sua presenza e il partirsene la facevano soffrire; quando invece non si sentiva bene non vi era per lei ristoro maggiore che il vederlo. Le avveniva di sognare ch’erano sposi in un altro paese, in un’altra casa, in mezzo ad altra gente, ch’egli le parlava sottovoce, con dolcezza ma con autorità, di cose serie, che ciascuno aveva le proprie stanze, ch’ella neppure osava di fargli una carezza e ch’era tuttavia beata di appartenergli così. Amava tanto e non però ciecamente. Credeva conoscere Piero, i difetti e gli eccessi della sua natura, meglio di qualunque altro, meglio, sopra tutto, di lui stesso. Credeva leggergli nel cuore il segreto di quelle inquietudini ch’egli forse non sinceramente le diceva di non sapere spiegare a se stesso. Confidava sì di essere amata ma si teneva sicura che l’amore di lui non [p. 269 modifica]pareggiasse più nel cuore le proteste che le labbra ne facevano ancora; e la coscienza di questa scarsa sincerità doveva riuscirgli tormentosa. Si teneva pure sicura che tanti anni di educazione religiosa, di ardente fede cattolica, di pratiche pie avessero impresso a quell’anima una forma che, modificata dalla ragione dentro l’ambito della coscienza, le permaneva intatta nelle inconscie profondità; e attribuiva le inquietudini strane a un vago sentimento di rimorso asceso da quel Profondo, religioso ancora. Certa di possedere l’amara verità, ella non desiderava tuttavia di comunicare all’amico uno scetticismo cui lo vedeva ripugnante; le piaceva di udirlo difendere con appassionata parola le sue convinzioni religiose superstiti, Iddio e l’anima immortale; desiderava soltanto e sperava che nella innocenza del loro legame quei vapori di rimorso finissero con venir meno.

Lo aveva dunque incuorato a occuparsi sul serio de’ propri affari, ad assecondare gl’insistenti richiami onde l’agente di Brescia, sobillato dalla marchesa Nene, lo molestava senza posa. E gli aveva ricordato la sua consueta gita del maggio in Valsolda. Egli era già in ritardo, quest’anno! Qui seguì fra loro un po’ di contrasto. Piero non pareva disposto ad andare in Valsolda. Perchè? Non lo disse, non lo sapeva. Non ne aveva voglia, ecco. [p. 270 modifica]Jeanne sospettò di esserne involontariamente in colpa. Se nel bollore della passione Piero le aveva parlato del lago come la notte dell’eclissi, sui colli, adesso invece i vapori del rimorso gli suggerivano forse di star lontano dalla casa di suo padre e di sua madre, dove si sarebbero fatti più neri e acri. Lo incalzò di domande, d’istanze, volendo strappargli qualche espressione dell’ingiusto sentimento, che le permettesse di lottare apertamente con esso. Non le riuscì. Giunse a pregarlo, con parole di tenerezza e di riverenza per le memorie a lui sacre. Egli la ringraziò affettuosamente e troncò il discorso.

Sulle prime neppure voleva saperne di andare a Brescia. Meditava un viaggio in Francia e nel Belgio, a scopo di studiarvi certe società cooperative di produzione, le case fondate da Leclaire e da Godin, il Vooruit di Gand, non alieno dall’indossarvi per qualche tempo, se occorresse, le blusa dell’operaio. Non tenendosi ancora sufficientemente preparato a questo viaggio, finì con piegare e partì per Brescia. Aveva scritto, dopo la partenza, tre volte e l’ultima sua lettera era veramente in colpa degli occhi rossi di Jeanne.

Ella scese per questa gran vendemmia di fiori nel viale che corre diritto fra una lunga riga di thuje e le spalliere delle rose aggrappate a quel fianco della Foresteria, che guarda la valle del [p. 271 modifica]Silenzio. Il giardiniere Pomato, che con tutto il suo anarchismo coperto aveva una soggezione manifesta della padrona, così buona conoscitrice di fiori, così ragionevole e ferma negli ordini, così dignitosa e umana nei modi, così signorile nella figura e negli atti, quel giorno era nero addirittura e si nascondeva poco. Si era portata con sè alla vendemmia la sua figliuola maggiore Partenope, maestra disoccupata da due anni. Poichè Jeanne, veduta una lagrima negli occhi di Partenope, le ne aveva domandato due volte, e sempre invano, la ragione, rispose lui per la figliuola. Rispose, stroncando rabbiosamente disgraziati gambi di fiori, che le canaglie della Commissione scolastica municipale l’avevano respinta in un esame di concorso perchè sorella di Ciotti e perchè “no la xe sampatica„. La povera Partenope, una ragazzona tozza, infagottata negli abiti civili, con la tinta giallognola della grammatica e dell’aritmetica sulla grossa faccia villana, non era però antipatica; solo faceva pensare a una puledrona da carretta nei finimenti di un cavallo da calesse. Jeanne, benchè avesse pieno il cuore della lettera di Piero, di ansie, di foschi presentimenti, del vicino sperato incontro, parlò con pietà sorridente a quell’amaro dolore che a lei pareva tanto piccola cosa, tanto indegna di lagrime, e non era, perchè la vita di famiglia correva ben [p. 272 modifica]dura per la grossa Pape, come la chiamavano i suoi, fra il padre violento, il fratello sprezzante, la madre avara; e qualche gentile, fragile sogno era pur fiorito nella sua rozza mente come le rose su quella rustica muraglia, e come le rose ne cadeva stroncato, povera Pape. Jeanne, soddisfatta di averle detto due parole con bontà, si avvicinò, in attesa che i panieri fossero pieni di fiori, verso il gran leccio del bosco che le faceva invito laggiù in capo al viale caldo nell’ombra dorata delle thuje, nel riflesso dei muri sfolgorati in alto dal sole scendente. Giunta nel bosco fresco e scuro, pendente alla valle del Silenzio, dove le pareva che l’erbe e le frondi basse le mormorassero “sola?„ si levò dal seno la lettera di Piero, incominciò a rileggerne, tremandole le mani, l’ultima pagina e subito, come volendo sfuggire a qualche amaro di quella chiusa, risalì alla data — Oria — vi fermò lungamente gli occhi, ridiscese alle parole prime:

“Vedi dove sono, perdonami di non averti scritto che ci venivo, è stata una cosa inesplicabile. L’altra notte, a Brescia, mi sono svegliato di soprassalto con quest’idea, con la memoria viva delle parole tue quando mi esortavi al viaggio di Valsolda, forse le avevo riudite in un sogno che non ricordo, con la trepidazione, quasi, di subire un impulso del soprannaturale. Cercai di liberarmene, avrei voluto [p. 273 modifica]andare, la mattina, a Monzambano. Non ci fu verso, dovetti pigliare il treno di Lecco.

“Viaggiai, sino a Lecco, in uno stato di torpore che si mutò in agitazione grande appena fui sul battello. Mi sono domandato se non ero sulla via d’impazzire! A Menaggio mi tranquillai alquanto. Invece quando il lago di Como disparve in basso e il treno entrò nella valle alta, fra le montagne ombrose, guardando passare pratelli, campicelli, macchie di bosco, casine attorniate di alberi, stradicciuole, tetti lontani, tante cose note al loro noto posto, mi sentii un intenerimento, uno struggimento, una voglia di piangere da non dire; e insieme, Dio sa perchè, un disgusto immenso degli uomini, una stanchezza immensa della vita„.

Ella si ripose la lettera in seno, pensò a quel che veniva in seguito, ferma sul sentiero, con la mano inquieta in un fresco fogliame di alloro; e solo si mosse quando udì il giardiniere chiamar la Pape, dimandarle se là dov’ella era fossero ancora molte rose da cogliere e la Pape rispondergli che v’erano soltanto spine. “Boni per nualtri, i spini!„ replicò suo padre. “E per me no?„ pensò Jeanne con un intimo sorriso amaro.

Mentre nella sala dell’Eneide il giardiniere disponeva le rose secondo i cenni di Jeanne nel grande [p. 274 modifica]vaso antico sulla consolle in faccia a Didone in trono, intorno all’erma di Virgilio nell’angolo fra le due finestre di ponente e di mezzogiorno, nei cristalli opachi, negli argenti bruniti, sulla stessa tovaglia cenerognola della mensa onde Carlino voleva bandito ogni candore vivo, ella confessò a se stessa che non avrebbe volentieri scambiato spine con la Pape. No, era un soffrire caldo e caro, il suo. Era come un fuoco di febbre senza dolore che assopisce i sensi e travaglia lo spirito in un lavoro d’immaginazioni intense e vane. Se la pungeva una vera e propria spina, era l’idea di non poter più avere sino a tarda notte un momento di solitudine o almeno di doverlo rubare. Benedetto Carlino che non poteva vivere senza società, senz’aver gente a colazione, gente a pranzo, gente alla sera! Adesso gli era venuto in mente d’invitare una brigata di conoscenti fiorentini avviati al Garda. Erano giunti alla mattina da Venezia, egli aveva mostrata loro la città, li aveva quindi ricondotti all’albergo e li aspettava a pranzo. La società indigena era invitata per le nove e mezzo, molto largamente, a udire della musica e una conferenza di Carlino stesso sul tema misterioso Numina, non nomina, con proiezioni. Carlino aveva pensata questa conferenza per il Circolo cittadino di letture, ma poi aveva smesso l’idea di tenerla in quel posto sia per certo [p. 275 modifica]carattere personale della conferenza, sia perchè la sala del Circolo gli era parsa tanto umida da fare ammuffire le fiamme del gas, sia perchè ci era andato una volta con sua sorella e una graziosa brunetta dell’uditorio, vedendo passare Jeanne col mantello guarnito di chinchilla, aveva udibilmente sussurrato a una graziosa biondina: “gnao, ciò!„.

“Come li metti a posto, questa gente?„ diss’egli a Jeanne. “Bada che io non vorrei vicina quella iettatrice terribile di Bertha„.

Jeanne gli rimproverò la sua ingratitudine verso la signorina Bertha Rothenbaum, l’antica istitutrice di Jeanne, adesso traduttrice di romanzi italiani e corrispondente di giornali tedeschi, ch’era sempre stata buonissima per Carlino. “Non sarebbe neanche possibile!„ diss’ella.

A destra e a sinistra di Carlino ci dovevano stare le due dame della compagnia che i Dessalle chiamavano familiarmente Laura e Bice. “Non ci mettere Destemps accanto a Bice„ disse Carlino, “altrimenti addio Bice, io dovrò prendermi un torcicollo e un torcicuore con Laura che mi parlerà tutto il tempo di bouchées de pain o di crèches o di asili per tignosi o di ospizi per catarrosi o di altre simili porcheriole pie, se non sarà invece del voto plurimo e della riforma del Senato, [p. 276 modifica]o di qualche uomo celebre, esquimese o cafro, che avrà pranzato da lei„.

Era pure facile non mettere Destemps accanto a Bice. La comitiva forestiera si componeva delle due nobili dame e dell’antica istitutrice, sempre chiamate dai Dessalle con il solo nome, d’una damigella e di quattro cavalieri borghesi, sempre designati con il solo cognome. Oltre a quella turbolenta mouche du coche di Laura, danzante sulle ruote, sul timone, sulle briglie dello Stato e qualche volta intorno agli automedonti impassibili della Chiesa; oltre alla sventata, bonaria Bice, molto franca e audace nella sua maturità ufficiale di suocera e di nonna, maturità proclamata con le labbra tanto più volentieri quanto più la rinnegava il cuore fidente in una tenace bellezza; oltre al terribile Destemps dai capelli di biondo antico, dagli azzurri occhi mistici e sarcastici, v’era il fiorentino professor Gonnelli, lo Yorick delle allegre brigate a cui si concedeva ogni libertà di parola, v’era la sua figliuola, una Gonnellina di diciassette anni, con la lingua legata e i vivacissimi occhi sciolti, con un’ardente sete di vivere, la qual sete, tuttavia nel primo stadio, le bruciava il cervello in forma di entusiasmo per i libri che rispecchiavan la vita e per coloro che li scrivono. V’era la signorina Bertha, piccola, magra, senza sopracciglia, con [p. 277 modifica]un nasetto vermiglio e due occhietti grigi, con un sorriso fine pieno di bontà. V’era il grande, grosso, barbuto e occhialuto Bessanesi, il paesista sempre intento a cogliere le finezze recondite negli aspetti volgari delle cose ossia quella bellezza che gli eletti sono sicuramente, felicemente, soli a sentire; Bessanesi, l’uomo curioso di ogni arte e di ogni scienza, il parlatore arguto, proclive alla freddura ma correttissimo nel gusto. V’era finalmente il professore Dane della Università di Dublino, il celebre professore Dane, dagli abiti mezzo mondani e mezzo ecclesiastici, sempre ben ravvolto e chiuso per cura di molte fini mani femminili nella bambagia di un’adorazione perpetua, squisito alla sua volta con le signore, e con cinque o sei delle più intellettuali fra i trenta o i quaranta anni addirittura petrarchesco, storico illustre, conoscitore profondo di pittura e di musica. Dane figurava il sacro e venerabile stendardo della comitiva. Convalescente in Fiesole di una colica epatica, aveva espresso a donna Laura il desiderio di un viaggetto al Garda e molto ribrezzo di andarvi solo. “Solo?„ rispose donna Laura. “Mai!„ La turbinosa dama cui non sarebbe garbato affatto un lunghetto passo a due con il prezioso invalido, saettò per ogni verso biglietti e bigliettini invitando mezzo mondo a pigliar posto nel corteo del professore. Donna Bice e Bertha acconsentirono [p. 278 modifica]in omaggio a Dane, Destemps accettò perchè accettava donna Bice, Bessanesi per una curiosità estetica della compagnia, Gonnelli per far divertire la sua Eleonora e anche per pigliarsi spasso dell’idolo e delle svaporate adoratrici. Alla Gonnellina poi l’idea di viaggiare con Destemps aveva messo la febbre addirittura, benchè il biondo genio fosse sdegnoso dei palpiti immaturi d’un Backfisch come lei.