Piccolo mondo moderno/Capitolo quinto. Numina, non nomina/II

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Capitolo quinto
Numina, non nomina
II

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Capitolo quinto
Numina, non nomina
II
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II.


In principio del pranzo, siccome i fratelli Dessalle, le dame, la signorina Bertha e il professore avevano avviato la conversazione in inglese, Gonnelli, un Yorick che non sapeva l’inglese, apostrofò così a mezza voce il magnifico Enea di Tiepolo: “Eheu, Troiae fili, nonne tibi quoque...„ esprimendo il suo fastidio dell’inglese con un latino gonnelliano che nè le dame potevano intendere nè i cavalieri tradurre. Donna Laura e donna Bice, vedendo Destemps e Bessanesi ridere, Carlino Dessalle arricciare il naso, capirono benissimo che non era latino spiegabile. Invece Bertha, punta, curiosa e ingenua, si volse per aiuto all’onnisciente Dane il quale non aveva raccapezzato niente dell’apostrofe [p. 279 modifica]maccheronica e disse a Gonnelli col suo sottile sorriso e col suo italiano grosso: “Questa era forse lingua troica, signor?„ - “Sì, sì, latino troico„ fece Gonnelli. “Troicissimo. E giuro per quella sperlungona di Didone, scusami, Carlino, non l’hai dipinta tu, che Destemps, Bessanesi e io si parlerà e mia figlia tacerà troico tutto il pranzo, vivaddio, se non la smettete con l’anglico! C’è qui la signorina Bertha che parla lungarnico come il Baccelli di Palazzo Vecchio o come una Bertuccia di Mercato, c’è il nostro veneratissimo professore Dane che si arrabatta per benino in un fiesolaico un poco suo proprio, diciamola, in un dannato di fiesolaico, che però insomma è toscanico. Eh dunque!„

Rise anche il professore e la conversazione continuò in italiano, vivacissima. Le due dame, che nei convegni aristocratici portavano con dignità cosciente l’uniforme ideale, per così dire, prescritta dal luogo e dal grado, se ne scioglievano qui assai volentieri nella società preferita degl’intellettuali. Tra loro e Jeanne non correva troppa simpatia, ma di Carlino andavano pazze apertamente come tutte le signore, forse perchè con un uomo come lui, di maniere squisite, musicista eccellente, intelligente di ogni arte, paradossale nelle idee e pieno di vita nella parola ma gelido nel fondo e schivo della passione, non v’era pericolo di andar oltre un piacevole [p. 280 modifica]vellicamento dello spirito. Laura, del resto, vedova da qualche anno, sdegnava la galanteria. I suoi amici dicevano ch’ella permetteva a Dane di petrarcheggiare un po’ con lei per ricordarsi di esser donna, perchè non le avvenisse di mettere in isbaglio un cappello di ministro o un zucchetto di cardinale; e più innocuo memento non si sarebbe trovato. Bice, orgogliosa di aver ispirato una vera passione a Destemps, molto più savia che talvolta non sembrasse, lo teneva legato ma in rispetto.

Si parlò della piccola città dove Bessanesi diceva di sentire, Dio sa perchè, uno spirituale odore di mare, tanto da immaginare il malinconico Adriatico dietro a ogni cresta diroccata di muro tagliante il cielo. Destemps era innamorato di tutto che aveva visto, anche di un vecchio sagrestano guercio, storpio, gobbo, sudicio, adoratore devoto della sua chiesa, che a un’uscita di Gonnelli “Puzzolenta la tua chiesa!„ aveva risposto: “Eh no signor, son mi che spuzzo„.

Gonnelli che non aveva mai passato il Po, compativa molto. “Carino questo, carino quello, ma non è Toscana, via! Somiglia, ma non è!„

“Eppure„, gli disse Carlino Dessalle, “hai veduto sulla facciata di quella bella chiesa gotica gli avelli dei fiorentini che posero dimora proprio qui, nel Trecento„. [p. 281 modifica]“Sì, ma per forza, e che moccoli fiorentini avran tirato! Non vedi che l’arciprete li ha posti fuori?„

Allora Bice protestò ch’era fiorentina, che adorava le città piccole e che sarebbe stata felice di abitare quella lì sei mesi l’anno. Dane, stentando le parole, compiendole in aria con il gesto della mano femminilmente bella e bianca, fece un discorsino finissimo. La città era incantabile. Aveva una piccola vecchia anima geniale di vecchio prete italiano, furbo, culto di classici, spirituoso, voglioso del queto vivere bene nonchè con qualche piccolo episodio tenero, un poco scettico, un poco unto la collana, un poco bianco i gomiti dei manichi. Tale idea curiosa suggerivano a Dane “tutte queste piccole strade perfidette che fingono sempre andare a destra per arrivare a sinistra e andare a sinistra per arrivare a destra, e tutto questo vecchio latino un poco di Seminario, un poco rimasticato dall’antico, di tutti questi vecchi palazzi di Cinquecento e anche di Settecento, e questi contrasti molto spirituosi di queste piccole architetture eccessivamente pretty con vicine case stupide e questi silenzi dove qua e là spunta erba con un verde così dolce che uno si sente anche dolcemente vivere con esso e non pensare niente e diventare dentro tutto tenero e primaverico.„ [p. 282 modifica]

La città morta era così, ma com’era la città vivente? Com’era la società? Bice voleva pure saperlo. “Se ci vengo a stare!„ E rise del suo riso breve, giovanile ancora, che faceva palpitare e impallidire Destemps. Carlino rispose che la città vivente era un mondo infinitamente più grande, vario e curioso di quel mondo piccolo dove “si vive noi„, nelle città grandi, eccetto forse in Roma e in Parigi. “E` questo delizioso mondo provinciale„ soggiunse “che vedrete alla mia conferenza, stasera; e qui ne sarà tutto pieno.„

“Non la fare, la conferenza„ disse Jeanne. “E` una cosa che non va. Vedrai, accontentati delle proiezioni. Saranno cancans da non dire. Si è già cominciato, io lo so. Scandali addirittura!„

Bice battè le mani. “La faccia, la faccia!„ Gli occhi della Gonnellina scintillarono e le sfuggí un “sì, sì!„ fra le risate di tutti, le proteste di suo padre “birbaccione di Carlino che mi ammalizia la figliuola!„ e i giuramenti di Carlino: “Ma se la mia conferenza sarà una Filotea dell’amabilità e della verecondia!„.

“Con quelle proiezioni?„ fece Jeanne. Qui successe uno scoppio di allegra curiosità. Anche la franca Bice voleva sapere. La Gonnellina taceva rossa rossa, e Laura, la gelida, taceva con indifferenza [p. 283 modifica]ferenza sprezzante, mentre Carlino si sbracciava a protestare contro sua sorella la quale spiegò subito che nemmanco avrebbe supposto di poter venire fraintesa a quel modo, che le proiezioni rappresentavano persone conosciute della città, cosa innocente senza commenti del conferenziere ma pericolosa con i commenti, per quanto amabili. Appena caduto questo discorso, donna Laura uscì a dire:

“E socialismo, qui, ne avete molto?„

Carlino rispose che non ne sapeva niente, che viveva perfettamente fuori della politica. Sapeva solamente che il Municipio della città era in mano dei clericali e che il suo proprio giardino era in mano degli anarchici.

“Sì„, fece la dama, “ma per poco tempo ancora, il Municipio.„

Parlava col tono di una persona sicura, che sa tutto, l’avvenire come il passato. Ne sapeva infatti, circa le condizioni politiche della piccola città, molto più di Carlino, e perchè questi n’era ammirato, volle abbagliarlo addirittura.

“E come sta quel vostro raccomandato, quel marchese ambiziosetto che ha una figlia pazza? E come sta il genero, ex-sindaco, ex-clericale? È a Brescia? Ci lavora per noi!„

Udito da Jeanne che il genero era infatti andato [p. 284 modifica]dato a Brescia, ma per affari suoi e non per occuparsi di elezioni politiche, la dama scattò:

“Ma come! Bisogna che lavori! Si lavora tutti per quel collegio! E` una febbre!„

Jeanne fremeva, Bice rideva. “Eh, si capisce!„ disse Gonnelli. “Una Vittoria di Brescia! Capperi, non sarebbe piccola cosa.„ “Una Vittoria di stucco„ osservò Bessanesi. Donna Laura si adirò: “Già Lei, Bessanesi, per un calembourg darebbe anche quella di bronzo!„. “Forse, contessa: ma la darei a Lei. Al Ministero darei quella di stucco.„ Donna Laura si riscaldò tanto che Carlino, per placarla, le promise di mandar subito un biglietto al marchese con l’invito di salire a villa Diedo per un affare urgente. Donna Laura gli parlerebbe, lo impegnerebbe, con paroline verdeggianti di lusinghe, a lanciare il genero sul campo di battaglia. Donna Laura, dissimulando una vaga notizia degli amori di Maironi, pervenutale attraverso il Ministero dell’Interno, domandò se questo signor Maironi avesse ingegno, se si occupasse di studi sociali. Invece Destemps domandò della Demente. Egli e donna Bice credevano aver conosciuto i Maironi ai Bagni di Bormio. Lui, non era un giovane alto, bruno, con una selva di capelli indocili e con gli occhi grigi che avevano una espressione singolare di avidità intellettuale? Lei era sottile [p. 285 modifica]tile e di statura media, secondo Destemps, aveva gli occhi color del Rodano, una fisionomia di Sfinge che non vuol proporre il suo enigma. Gli altri, compresa donna Bice, la trovavano insipida; Destemps no. Vero che parlava poco e che le sue parole non avevano mai un’individualità; ma Destemps paragonava queste parole bigie a crittogame di un’acqua stagnante, che ne celano il colore vero e la profondità. Egli la giudicava infatti una creatura profonda e chiusa certo anche a suo marito. Donna Bice si burlava di questa psicologia. Già donna Bice e Destemps si contraddicevano sempre a questo modo, regolarmente. “Sì„, diss’egli, “una creatura singolare, profonda e chiusa. E infatti è impazzita. Ho ragione io. E scommetto che nessuno sa perchè sia impazzita„. No, i Dessalle non lo sapevano. Carlino aveva udito che si trattava di eredità. Jeanne l’aveva udito smentire. Bessanesi le domandò se ci fossero speranze di guarigione. “Eh no„, diss’ella con una conveniente gravità del volto e della voce. Si dubitò ipocrita, trasalì nel cuore e passò oltre: “non c’è speranza„. Allora Dane raccontò d’una sua conoscente russa, guarita dopo vent’anni di manicomio e uscitane in mal punto perchè i suoi l’avevano pianta come una persona morta e poi se n’erano consolati, ne godevano i beni, si erano accomodati nella vita come [p. 286 modifica]s’ella non esistesse più. Dane descrisse con arte delicata, squisitamente, il momento in cui la povera signora, rientrando in casa, potè osservare tracce di mutamenti fatti scomparire in fretta e senza parlarne, tracce della sala da musica che l’antica sua camera da letto era diventata, indizi e segni di altri mutamenti più offensivi ancora che cercavano celarsi a lei. Jeanne parve pigliare al racconto lo stesso interesse tranquillo che ci pigliavano gli altri. In fatto ascoltava con quel misto di raccapriccio e di piacere con cui ci s’immagina una cosa terribile che non succederà mai. Ma un’occhiata, una sola involontaria occhiata di Carlino le diede noia come un raggio elettrico saettatole nelle ombre del cuore. Tolse dal calice di cristallo davanti a lei una rosa e la porse a Dane.

“Per l’artista„, diss’ella sorridendo; e si alzò da tavola.


Uscirono a fumare sulla terrazza di levante. Nell’attraversare la sala d’Ifigenia, donna Bice disse a Destemps: “Guardate che questo signor Maironi e la padrona di casa... credo, sì. Ditelo anche a Laura„, mentre alle loro spalle Bessanesi esclamava: “Ecco il mare, ecco il mare! Thalatta, thalatta!„.

Non era il mare la sterminata pianura che appariva [p. 287 modifica]pariva per l’uscio aperto della sala, laggiù nell’Oriente, fasciata in giro al curvo confine del cielo di freddi vapori; ma tutti lo sentivano il mare, in quel fosco, profondo Oriente, e Bessanesi chiedeva se qualche volta non se ne vedessero, splendendo il sole o la luna, scintille. Altri nominò Venezia. La Gonnellina sfavillò negli occhi di desiderio, osò sussurrare a suo padre che si sarebbe potuto ritornare a Venezia, poi fare l’Adriatico fino a Ravenna, si udì rispondere secco:

“Io faccio l’Oceano indiano„.

Invece Destemps ammirava le volute bianche di una grossa fumata di nuvole sospesa là di contro, sopra l’angolo della Foresteria con il pomposo colonnato che vi si appoggia, sopra più lontane chiome tondeggianti d’ippocastani, tagliate da sottili aste di cipressi, e sopra una villetta giallognola, ritta sull’orlo dei poggi, scolta del palazzo signorile, vigile sul piano immenso.

“Come è goethiano questo Settecento!„ disse Carlino. “Quelle nuvole mi figurano la sacrosanta parrucca del dio„. Le bianche nuvole diedero un baleno d’oro, si gridò alla parrucca miracolosa, si pose mano ai turiboli e all’incenso. Donna Bice, che dell’opera goethiana serbava memorie lontane e non l’aveva, del resto, ben penetrata mai, che andava a messa quasi tutte le domeniche e pigliava [p. 288 modifica]Pasqua regolarmente, plaudì a Carlino incensante Goethe come il vero Uomo-Dio di una religione superiore, fatta per chi sente tutta la bellezza di tutto l’umano, compreso il senso del divino. Difese poi contro Destemps gli esteti moderni che egli chiamava piccoli concertisti di flauto e clarinetto, piccoli bravi gonfiagote, rispetto alla grande orchestra del Goethe. “Gonfiagoethe tu!„ gli fece Bessanesi. Bice difese gli esteti, godendo in cuor suo, sentendo che Destemps parlava per gelosia di un giovanissimo esteta fiorentino, ammiratore di lei. Il discorso passò naturalmente all’amore nella religione goethiana e nella religione degli esteti e donna Laura si pigliò la Gonnellina, scese con lei dalla terrazza nel giardino, perchè i signori avevano preso a discutere, Bice inorridendo forte per il suo diritto di donna desiderabile, e ridendo più forte ancora per il suo diritto di suocera e di nonna, intorno a ciò che chiamavano la moralità sessuale. Bessanesi negava la validità delle leggi religiose, con parole velate, di fronte alle leggi fisiologiche, Destemps voleva che l’amore tutto renda lecito, puro e santo, Carlino sosteneva che l’amore verrebbe così a distruggere il suo proprio piacere, che una legge è necessaria per la deliziosa trepidazione dell’infrangerla e per il dolor piacevole dell’averla infranta, in che uno sentiva il potere proprio, si [p. 289 modifica]sentiva uomo veramente. Il solo Gonnelli, gran raccontatore di storielle allegre, difendeva il concetto morale antico, protestando però di non farlo per bigottismo.

“Scusate molto„ gli disse Dane, che aveva ascoltato fumando silenziosamente. “Io dico quello che dite voi del concetto morale cristiano. Lo dico perchè lo penso ed anche perchè sono bigottista nel modo che voi fareste bene di essere, e anche tutti questi signori pagani che hanno detto cose tanto eleganti e di colori vivi, come fiori giovani spuntati di rovine vecchie, un poco imputrite; belli fiori, scusate molto, che io non vorrei mettere in occhiello. ― Ma dov’è la signora Dessalle?„

“Già„ esclamò donna Bice. “Jeanne, dov’è?„

“È andata a scrivere un biglietto„, disse Carlino. “Temo che starebbe col professore Dane, e particolarmente contro di me„.

“Lo credo bene!„ fece la signora. “Lei ha detto cose orribili!„

E su queste cose orribili la discussione continuò.


Appena staccatasi dal professore Dane, che nell’uscire dalla sala da pranzo le aveva piuttosto cavallerescamente che teologicamente offerto il braccio, Jeanne salì nelle proprie stanze per scrivere al marchese [p. 290 modifica]Avida dei brevi, preziosi momenti di solitudine, non si sentiva più nella memoria quel che aveva detto Destemps della Maironi e l’altro racconto della pazza guarita, se non come ombre languide nello sfondo di un quadro che son vedute ma non richiamano l’occhio a sè. Il pensiero della lettera, il pensiero dell’incontro l’avevano ripresa con violenza e smarrì, affissandosi nel proprio interno, il senso delle cose esteriori e del tempo. L’improvviso rombo delle grandi campane del Santuario non la scosse ma le entrò nel cuore, vi fece vibrare un ricordo della lettera. Sospirò, tolse quella lettera e ne riprese la lettura.

“Nessuno mi aspettava, naturalmente. La casa era chiusa, dovetti mandare ad Albogasio, non c’eran candele e neppure acqua, ci volle del tempo non poco a prepararmi un caffè, una stanza per la notte e quando, finalmente, mi trovai solo col custode, verso le dieci, nella casa silenziosa, l’emozione del viaggio mi era passata, un po’ per la fatica, un po’ per la seccatura, interamente: anzi mi meravigliai, quasi mi dolsi, di trovarmi così freddo. Uscii sul terrazzino che fu costruito, secondo mi raccontò una vecchia del paese, certa Leu, da mio padre, e dove il mio povero zio Ribera, ‘el poer scior ingegner’ come qui lo chiamano ancora, morto prima ch’io venissi al mondo, soleva [p. 291 modifica]passare lunghe ore e prendere qualche volta sulle ginocchia la mia povera sorellina, quella che annegò a quattro anni. Mi vennero in mente certe espressioni affettuose della Leu a loro riguardo: “lü che l’era inscì mai bon, lee che l’era inscì mai graziosa!”. Pensando queste parole così soletto, in quella casa vuota, su quella terrazza dove la passiflora che diede ombra in antico a mio padre, a mia madre, a mio zio, alla mia sorellina, si abbarbica tuttavia, morta, alle aste di un padiglione di ferro, mi si cominciò a mover dentro qualche cosa che non so dire e finalmente ho pianto un pianto amaro sulla mia casa derelitta e taciturna, sulla mia famiglia spenta e anche su me stesso, non degno di quelle anime. “Lü che l’era inscì mai bon, lee che l’era inscì mai graziosa!” Povera cara sorellina innocente! Era una notte delle più buie, neppure si vedeva sotto la terrazza il lago nero e immobile come le montagne avviluppate la fronte di mostruose nuvole che sole avevano un fioco albore. Dato sfogo a quel gran bisogno di piangere, provai l’intenso desiderio accorato di un segno che mi dessero di sè i miei morti, stetti sospeso, in ascolto, pur con la coscienza della mia follia. Mi parve udir un bacio dell’acqua sulla riva, prima; poi una voce di uccello notturno nei boschi della sponda opposta; poi niente, [p. 292 modifica]niente, niente. Stavo per levarmi, sospirando, di là, quando udii per un momento suoni fievoli di campane grandi...„

Jeanne non proseguì a leggere, si alzò pallida, quasi cupa, scrisse in fretta il biglietto al marchese Scremin e discese in tempo di udire Carlino difendere contro Dane e donna Bice la sua tesi sull’amore e la legge. Sentì che in quel momento Maironi avrebbe sofferto di vederla prendere le parti di Carlino e, pur sapendo che poi se ne sarebbe pentita, cedette a uno spirito di ribellione, disse con voce vibrante che certi sentimenti erano molto belli, molto buoni, molto poetici, che la verità era cattiva, dura e fredda, ma che l’aveva detta Carlino. Donna Bice ebbe un tocco del suo riso argentino e guardò Dessalle.