Piccolo mondo moderno/Capitolo secondo. Nel monastero/II

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Capitolo secondo
Nel monastero
II

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II.

La carrozzella seguì l’unghia, in principio, di umili collinette, passò un villaggio, un fiume, altri villaggi, corse una tortuosa stradicciuola vagabonda nel piano sino agli avamposti degli Euganei, piegò per il viale maestoso di platani che ne rade a settentrione il fianco deserto.

Dove questo svolta a guardar il levante e si allontana verso mezzodì, si parte dalla via maestra e lo segue uno stradone che mette capo dopo cinque minuti alla fosca cintura del grande monastero abbandonato, alla torre merlata, al bel tempio possente del Quattrocento, assiso sur un enorme dado di pietre nere, onde irrompe, qua e là, congiurata [p. 84 modifica]con le ribellioni del pensiero, la ribellione dell’erba viva. Maironi fece l’intero viaggio senza guardar mai nè a destra nè a sinistra, assorto nel suo dramma interno, nelle visioni di villa Diedo, nel fantasma della Valsolda. Anche lo molestavano di tempo in tempo i richiami di tanti affari pubblici gravi, urgenti, che aveva per le mani, benchè non volesse dar loro ascolto. In fondo il colloquio con don Giuseppe gli aveva lasciato nell’anima gratitudine, riverenza nuova, tenerezza intensa per il santo vecchio e con questo una mistura di delusione, non avvertita in principio, manifestatasi poi a misura che ne veniva meditando le parole disgiunte dal suono dolce e grave della voce, dall’aspetto del viso pio, dall’aura dello spirito immacolato. Sospettava, in fondo, di non essere stato compreso nè conosciuto bene, sospettava che il consiglio di fuggire in una solitudine e di viverci partisse da un concetto inesatto della sua natura e fosse stato suggerito dal desiderio di sostituire al monastero, impossibile, uno stato simile allo stato monastico. Ora egli aveva sognato i sacrifici, le aspre penitenze; si sgomentava della vita inerte di una casa piacevole. Ah però se Iddio lo aiutasse! Se la coincidenza strana del consiglio di don Giuseppe con la lettera di Valsolda significasse un disegno della Provvidenza! Quando si vide a fronte la fosca cintura e la torre [p. 85 modifica]merlata di Praglia pensò che forse, chi sa, nel silenzio dell’antico monastero la voce divina gli si farebbe udire. Lo urtò improvvisamente fuori de’ suoi pensieri un fracasso di cavalli al gran trotto e di ruote sulla ghiaia. Una victoria che veniva dal monastero gli passò accanto, una voce nota gridò: “Maironi, Maironi! Ferma, ferma!„ La carrozzella si fermò, un giovinotto elegante, saltato dalla victoria, corse allo sportello. “Finalmente„, diss’egli con uno spiccato accento toscano! “Vede, signor sindaco, che improvvisata! Si è saputo che il nostro signore e padrone veniva a Praglia e noi che siamo i fedeli tra i fedeli, dietro! Ma si credeva di trovarlo qui ed eravamo un poco puzzled. Jeanne è al monastero. Io vado a occuparmi dell’igiene delle mie bestie, e ritorno subito. Mi dica un po’: Lei non ha ombrello e tiene anche abbassato il mantice della carrozza. Si piglierà un malanno con questa pioggerella fredda che in aprile dev’essere poi anche infetta di fermenti, credo!„

Maironi non s’era accorto affatto della pioggia. Al vedere Carlino Dessalle sentì, prima di udirlo, che sua sorella era a Praglia, ch’era venuta per lui, che tornar indietro era impossibile. Una fiamma gli divampò in cuore. Così, così Dio lo aiutava? Non era un irridere lui che si era proposto d’interrogarne la volontà nella pace del monastero e [p. 86 modifica]anche un irridere al suo ministro, povero santo vecchio, che lo aveva consigliato di venirci? Impose silenzio alla ribellione interna, con impeto, salutò Dessalle non senza imbarazzo. Partito Dessalle, ordinò al vetturino di andare al passo. Dio, come, come comportarsi nel primo incontro? Lasciar comprendere lo stato dell’animo suo, la risoluzione di allontanarsi, o coprirla, dissimulare? Sì, sì, dissimulare. Ma troppo no, sarebbe un tradimento! Restar poco? Un pretesto, un pretesto di restar poco! Dio, quale? Gli zoccoli del cavallo suonarono sulle pietre della soglia, Maironi si compose, palpitante, un viso freddo, la carrozzella entrò nel portico del cortile rustico.

Lì non c’era nessuno. Piero stette un pezzo a guardar il tremolare della pioggia fitta e minuta fuori del portico, sull’erba folta, sul pozzo elegante del Cinquecento, sull’alto fianco del monastero imminente a sinistra con le sue piccole finestre archiacute, con i finestroni dello scalone interno del Settecento, con gli archettini trilobati delle cornici di terracotta. Stette a guardare, a origliare. Nessun passo, nessuna voce. Richiamò al cuore tutti i suoi propositi buoni e si avviò a sinistra verso una porta socchiusa. L’aperse, ebbe una visione di svelte arcate, il senso di un pio, ammonitore pensiero [p. 87 modifica]antico, di una severa bellezza casta. Entrò e nulla più vide, nulla più sentì di quel gentile Quattrocento. A dieci passi da lui la signora Dessalle, stretta in un lungo mantello verde scuro, foderato di pelliccia, in un collare di skuntz, col bavero rialzato intorno al viso pallido, lo guardava immobile.

Ella lo guardava con lo stesso sguardo serio che gli aveva fermato in viso nel treno, dopo molti altri sguardi fugaci, dopo un battere incerto delle palpebre, un’apparente lotta con sè stessa. I grandi occhi di lei, dama in ogni movimento dell’alta e fine persona, in ogni linea della toeletta ricca e severa, lo avevano allora fatto palpitare con la loro fissa profondità, dove oscura passione e oscura ironia componevano un indistinto colore di maturità voluttuosa. Ella li aveva ritolti per la prima da quelli del giovane. Apertasi quindi il lungo mantello verde scuro foderato di pelliccia con un atto lento, negligente delle mani, guardando il finestrino, aveva lasciato intravvedere lo squisito disegno del busto. La figura e le movenze erano così nobilmente signorili, il viso così serio, che il solo dubbio d’una pensata cagione di quell’atto aveva dato a Maironi il più mordente piacere. I begli occhi, ripresi da inquietudine, dopo guardato a caso qua e là, si eran fermati ancora nei suoi, gli avean fatto [p. 88 modifica]doler di dolcezza tutta la persona. E adesso, dopo alquanti mesi di familiarità, ella lo guardava con lo stesso sguardo, muta, immobile, stretta nello stesso mantello, nel collare di skuntz, col bavero rialzato intorno al viso pallido e serio. I belli occhi bruni dicevano: “eccomi, son venuta per Lei, ho fatto male? Aspetto una parola„.

Il giovane salutò sorridendo con un sorriso forzato e le stese la mano ch’ella non prese.

“Lei desiderava di star solo, qui? Debbo andar via?„ diss’ella con la sua bella voce rapida, col suo purissimo accento. E lentamente, quasi timidamente, una mano inguantata di bianco uscì del mantello dischiuso, mentre lo sguardo fisso cercava la risposta in fondo agli occhi di lui.

Maironi strinse la mano che si offriva, disse un “grazie„ inteso a evitar una risposta diretta senza scortesia: caldo, perciò. E subito, al sorriso felice di lei, n’ebbe una stretta di rimorso.

“Le piace la mia toilette?„ diss’ella. “La ricorda?„ E sorridendo ancora dischiuse un poco il mantello, mostrò lo squisito disegno del busto.

Egli impallidì e rispose freddo che la ricordava.

“Lo so, che la ricorda. Sono anche freddolosa, ma l’ho messa per questo. Dica, forse non Le sono mai tanto piaciuta, dopo, come quel giorno, nel treno„. [p. 89 modifica]“Sa„, diss’egli scherzando, “quando viaggio ho il cuore molto sensibile„.

La giovane signora aggrottò le sopracciglia, mormorò: “brutto!„ e soggiunse subito: “però mi trova bella? Molto bella, non è vero? Anche adesso?„

Il giovine fece “oh, moltissimo!„ con un inchino profondo. Ella si sdegnò di quel tono. “Se non fossi tanto vile con Lei„, disse, “dovrei voltarle le spalle! Mi fa una rabbia! Lei è sempre tanto padrone di sè, e io, appena ho cominciato a sentire, mi sono tradita subito. Io non so nascondere e non me ne importa niente, del resto. Senta! Lei mi ha giudicato leggera quel giorno, in viaggio? Mi ha giudicato civetta?„

“No, avrei giudicato leggera e civetta un’altra; Lei, con quella sincerità negli occhi, no„.

“Me l’ha detto, però, dopo!„

“Sì, ma per giuoco„.

“E adesso mi giudica male perchè sono venuta?„

Maironi esitò un attimo prima di rispondere:

“No„.

“Perchè ci ha pensato? Ecco che mi giudica male. Cosa voleva dire? Ha risposto “no„ per compassione. Mi giudica anche Lei come certi suoi cari concittadini!„

Egli sapeva le calunnie infami sparse da qualche sciocco, da qualche spensierato sul conto di Jeanne [p. 90 modifica]Dessalle, e protestò con tanto sdegno, con tanto ardore che gli occhi di lei ebbero un sorriso dolcissimo.

“Non sono cattiva, sa, sono molto buona„, diss’ella facendosi un viso contrito, una boccuccia di bambina imbronciata, una voce dolente. “Solamente non so nascondere quello che sento. Non ho potuto nascondere la mia simpatia neppure quel primo giorno. E faccio male, ho sempre fatto male a tradirmi così perchè Lei è un superbo che vorrebbe conquistare per forza l’amore di una donna superba. Io invece sono umile e non Le piaccio„.

Non era la prima volta che la signora Dessalle si mostrava tanto audace con Piero Maironi. La prima volta ella gli si era mostrata così a villa Diedo, nel boschetto appartato che pende dal colle ai silenzi di una valletta deserta. Gli aveva detto che lo trovava tanto diverso da tutti, tanto migliore, ch’era felice di vederlo, ma che l’aspettazione delle sue visite la turbava sempre, che poi la sua presenza le metteva una soggezione grande e che osava dirgli tutto questo perchè lo sapeva un santo. Maironi, non conoscendola ancora, aveva giudicato che si trattasse di un capriccio, di una provocazione meditata e non dubitò di venire disprezzato per il suo riserbo. Vide poi che la signora non lo disprezzava punto, la conobbe fieramente sincera, [p. 91 modifica]fieramente sdegnosa di capricci sensuali, vergognò di sè, del proprio sospetto indegno, come di una inferiorità morale.

“Dica„, insistette la signora perchè il giovine non rispondeva.

A un tratto gli occhi di lei diedero un lampo. “Cos’ha?„ diss’ella. “Lei ha qualchecosa!„

“Niente, non ho niente. Cosa vuole che abbia?„

Piero rispose sorridendo così poco spontaneamente, che un’angoscia, una tenerezza senza nome sfolgorarono nel viso pallido di Jeanne. “È successo qualchecosa? Cosa è successo? Parli!„ E gli afferrò un braccio.

“Badi, c’è il custode„, mormorò Piero, sgomentato.

“No, no, non c’è, è andato a prender le chiavi del refettorio; parli! Parli!„

“Ma, Dio, adesso verrà Suo fratello!„

“Non me ne importa!„ esclamò la signora. “Dica! Cosa è successo?„

Tanta violenza ferì Maironi. “Niente„, diss’egli, fermo. “Non è successo niente. Ho preso una risoluzione, ecco tutto„.

“Quale risoluzione?„

Il custode con le chiavi.

“Un momento„, rispose Piero. Ma che importava a lei la presenza di quell’uomo? Un fugace [p. 92 modifica]moto di commiserazione orgogliosa le passò per gli occhi torbidi e le sopracciglia inarcate. Come poteva il grande amore usar tante piccole prudenze? “Vada avanti!„ disse al custode. “Apra! Noi verremo poi„. E non curando più costui che brontolava e non obbediva, si volse a Piero. “Quale risoluzione?„ diss’ella.

“Una risoluzione che Le farò conoscere, ma non ora„.

“Perchè? È una risoluzione che mi deve far male?„

“Non ne parliamo adesso; La prego!„

“Com’è possibile, a me, di non parlarne? Lei non capisce niente!„

Alle acerbe parole seguì uno slancio represso della bella persona che si porse un istante fremendo amore, raggiando dal viso e dallo sguardo umile, accorato amore.

“Oh, ma questo è un incanto, è un paradiso!„

Era Carlino Dessalle che si estasiava così sull’entrata del cortile, alle spalle di Piero. “Caro Maironi„, diss’egli, “senta quest’idea. Praglia è il sogno di un vecchione vergine e santo che ha cenato di olive e di melagrani e si è addormentato al suono di un preludio di Bach, non però come vi addormentereste voi. Oserei anche dire che ha bevuto acqua sterilizzata„. [p. 93 modifica]“Lei non ha veduto ancora niente„, fece Maironi.

“Dio, questi sindaci come sono amministrativi! Niente, dice! Non ho veduto niente quando sono arrivato in carrozza perchè avevo paura di pigliarmi un malanno grazie ai capricci di mia sorella che vuole la pelliccia, ma vuole anche la pioggia e il vento; e sopratutto perchè mia sorella è stata insopportabile, mi ha torturato tutto il tempo accusandomi di un ritardo che poteva far crollare a quanto sembra, il cielo e la terra; ma ritornando a piedi adesso, ho avuto le coup de foudre. Capite, basta uno sguardo. La torre merlata e quella divina loggetta che vi si porge incontro lassù — già voi nemmanco l’avete vista! — come un saluto del genio dell’Abbazia, il quale non ha potuto partire coi frati; e quella bruna chiesa quattrocentesca, così larga e solida nella sua eleganza, assisa in alto sopra quella compagine quadrata di grandi pietre coricate e morte come volumi di teologi, di dottori e di Padri, mi han fatto battere il cuore, o almeno qualchecosa in quel posto, perchè mia sorella non è sicura che io ce l’abbia, il cuore, e quanto a me non ci tengo. E, capite, la massiccità — lasciate, vocabolo mio! — la massiccità toscana di questo zoccolo e di questa chiesa così legata con la toscanità di questo colle che di barbaro ci ha solamente la calotta di [p. 94 modifica]selva selvaggia sopra gli oliveti, ma è tanto composto nel suo movimento, tanto schivo di ogni attitudine maleducata, tanto serio, vero? e fatto per la meditazione, con quelle piccole processioni fraticellesche di cipressetti, molto bornés ma semplici e pii, tale insomma, questo colle, che si vede nel suo corpo alto e grosso una devota umiltà verso la chiesa che gli sta sotto e che pure grandeggia e lo signoreggia, tutto ciò mi ha presi, diremo eh, sorella mia, i polmoni, perchè quelli spero di averli, e ho buttato fuori tutto il mio fiato in una fila di oh! oh!, tanto che ne son rimasto senza per cinque minuti„.

“Pare che ti sia ritornato„, disse Jeanne.

“Oh sì, è ritornato. E qui e qui, questo cortiletto divino, questo casto pensamento trasmutato in sogno! Guardate la grazia infinita dei fregi minuti, vedete le cornici di terracotta, gli archettini trilobati, il melarancio simbolico, e quelle conchigliette, un antico rosario allineato. Giusto, forse non erano melagrani, erano melaranci che il vecchione santo ha preso a cena. E la grazia del colossale! Guardatemi questa torre che regna e non opprime. Lasciamo che si tiri su la nostra gratitudine verso un’eccelsa fonte di tutte le forme belle„.

“Carlino„, interruppe sua sorella, “non far troppo il Carucci!„ [p. 95 modifica]“Che Carucci! Il Carucci è un monolito e io sono una costruzione infinitamente composta. Il Carucci non ha che una nota e io ne ho cento. Il Carucci è un ipocrita intellettuale. Ha finto per tanto tempo di sdilinquirsi per la bellezza che ora si crede sincero. In fondo non gusta che vino bleu, formaggio pecorino e cuoche. Lasciami dire. Il Carucci non è uno specchio delle cose multicolore, mobile, ora piano, ora cavo, ora convesso, come lo sono io che poi non scrivo. Per il Carucci lo specchio è nelle cose; egli non ci vede che sè, dappertutto sè. Lasciami dire. Oh, badate! Codesto ha ad essere lo stemma del monastero. Una stella. Bene!„

Mentre Carlino Dessalle col monocolo incastrato nell’occhio destro, alzava il suo lunghissimo naso fine, la sua smunta bruna faccia originale verso lo stemma del monastero, scolpito sopra una porta, sua sorella prese il braccio di Maironi.

“Andiamo„, diss’ella, e raggiunsero il custode ancora piantato lì ad aspettare sull’altra porta che mette allo scalone.

Dessalle, pur guardando la stella, se ne avvide e si rannuvolò. Egli teneva sua sorella, maggiore di lui, per la donna più bella, più affascinante e insieme di più alto animo e di più sicuro giudizio che fosse al mondo. Gli pareva strano che [p. 96 modifica]ciascuno dei suoi conoscenti non s’innamorasse di lei, gli pareva naturale che l’amore dell’uno o dell’altro giungesse a toccarla un po’, ma ch’ella potesse con un atto, con una parola, venir meno per un solo momento alla propria dignità, non l’aveva sospettato mai. Incominciava a sospettarne adesso per la prima volta e n’era, segretamente, turbato. Che sua sorella provasse una viva simpatia per Maironi, ch’egli pure stimava molto malgrado la gran divergenza delle idee, lo intendeva. Intendeva meno ch’ella curasse poco di nascondere il proprio sentimento, mentre Maironi, se pure era innamorato, sapeva dissimulare. Aveva consentito non senza qualche difesa alla gita di Praglia per timore che Jeanne ci venisse sola; e ora gli seccava che, presente lui, ella, non paga di esser corsa dietro Maironi, anche gli si attaccasse a quel modo. La richiamò a veder lo stemma del monastero e il tono del richiamo fu alquanto vibrato. Jeanne si staccò da Maironi, che non la seguì, e venne sola, a malincuore.

Vergisst mein nicht!„, le diss’egli sottovoce, quando gli fu vicina, pigiando sul t del plurale.

Ell’alzò il viso imbronciato a guardar la stella e sussurrò:

“Credi che so condurmi„.

Carlino, contento in cuor suo di essere stato [p. 97 modifica]inteso, protestò di non aver voluto dir questo. Che! Mai!

Intanto Maironi contemplava non il doppio giro delle svelte arcate sotto le sopracciglia graziose delle cornici di terra cotta, non la torre ascendente in atto di mediatrice fra il chiostro e il cielo, ma il disordine vivo e la foga, nel cortile, dell’erbe ubbriache di primavera. Contemplava l’erbe, pieno il cuor torbido e dolente di quella offerta d’amore immenso, dell’idea che forse Dio non esisteva o almeno ch’era un Dio diverso da quello della fede cristiana, poichè di tante preghiere, penitenze e lotte lo rimunerava permettendo che in un momento simile fosse tentato così.

“Lei ama i fiori? Quelli bianchi son gigli, vero? E quelli gialli son Dente di leone? E quelli azzurri che sono? Dica, senta un’idea carina. Non han l’aria tutti questi fiori di aver saputo che non ci son più i frati severi nè i loro asini ghiottoni, che non ci son più nè comandamenti nè precetti, e d’essere allora sguisciati fuori da quella vecchia vasca là in mezzo, di essersi dispersi per fare all’amore allegramente un po’ dappertutto? Dica!„

Volendo pure almeno una paroletta dolce per l’idea carina, Dessalle posò un dito sulla spalla di Maironi che trasalì e rispose a caso:

“Certamente!„ [p. 98 modifica]Sullo scalone del Settecento che sale ai grandi androni fiancheggiati di celle, mentre il custode indicava le lapidi commemoranti visite imperiali austriache, Francesco I, Ferdinando I, e Dessalle gemeva come se lapidi e scalone gli premessero sullo stomaco, sua sorella, preso da capo il braccio di Piero, gli sussurrò affannosamente:

“Non mi abbandoni„.

Egli non rispose parola, strinse inconsciamente col proprio il braccio di Jeanne, rallentò subito la stretta, come atterrito. Gli occhi di lei che si erano illuminati di dolcezza, lo interrogarono con sgomento.

Egli disse allora, non volendole dire, per uno sdoppiamento della sua volontà, per un maligno impulso interiore, parole che sentiva esser il principio della sua disfatta:

“Le parlerò subito„.

Si erano avviati per un androne alla loggetta sporgente che guarda i neri approcci del monastero, il fianco della chiesa, il gran piano di settentrione fino a nevose Alpi lontane. Non udirono il custode che li richiamava:

“Signori, da questa parte!„ Dessalle gridò: “Jeanne!„ Allora si voltarono e Carlino disse a sua sorella che aveva un’idea, questa. Poichè il Governo con la sua Giunta superiore di Belle Arti, [p. 99 modifica]con i suoi elenchi di monumenti nazionali, con le sue Commissioni conservatrici di niente e rompitrici all’infinito, con le sue cataratte di retorica ministeriale, lasciava marcire e perire un gioiello simile, comperarlo per una frateria nuova di artisti e di poeti che avessero un comune concetto dell’arte e fossero già entrati negli anni della sapienza cosicchè non importasse loro più affatto nè di onori nè di amori.

“Vediamo le celle„, disse la signora. Ma Dessalle protestò che mai non avrebbe posto piede in una di quelle celle senza farsi precedere da una eccellentissima soluzione di sublimato corrosivo al quattro per mille. “Temo particolarmente i microbi frateschi„, diss’egli. “Entrateci voi ma stateci poco„.

Entrarono in una cella. Appena il custode ne tornò fuori pensando esser seguito da loro, Jeanne si fermò.

“Dunque?„ diss’ella.

Adesso Maironi non voleva più dir niente. La signora, corrucciata, si accostò al finestrino, parlò guardando i campi, a voce bassa:

“Lei non ha cuore. È egoista. Si diverte a essere amato e ha paura di compromettersi, vorrebbe dire e non dire, farsi avanti e tirarsi indietro, non tanto avanti da metter sè in pericolo [p. 100 modifica]e non tanto indietro da offender me. È antipatico, disgustoso!„

Si voltò a guardarlo. Il cruccio degli occhi dolenti, delle labbra serrate e sporte finì in un ritorno di dolcezza e di preghiera.

“Sì„, diss’egli, senza avvicinarlesi. “Disgustoso a me stesso, sopra tutto. La mia prima risoluzione era, guardi, cacciarmi in una cella di frate, per sempre!„

“Dove? Qui?„ fece la Dessalle, ironica. “Questa era la prima; e la seconda?„

Il custode rientrò facendo sonar le chiavi e disse che lo sposo della signora la desiderava. Sì Maironi che Jeanne sentirono cosa quell’uomo aveva pensato di loro. Alla signora ciò era indifferente. A Maironi parve aver dato un passo avanti nella via scura dell’abbandono di sè alla passione.

“Credevo che recitaste compieta„, disse Dessalle, un po’ brusco. Sua sorella gli rispose che infatto aveva provato lì dentro certa inclinazione a monacarsi e che Maironi aveva sentito una divina chiamata per il ministero di sacrestano del convento. Conoscendola incapace di coprir con affettate impertinenze le traccie di una emozione diversa, Carlino rise e ritornò agli amoreggiamenti fantasiosi col monastero, al piacere di crearvi con la sua immaginazione bellezze nuove per goderne [p. 101 modifica]primo e solo, di esprimere i suoi capricci intellettuali in una forma curiosa, pregna dell’aura cerebrale sua. Aveva rassomigliato il monumento a un sogno e come quell’incognito Carucci dal quale gli pareva esser tanto disforme, vi andava specchiando i sogni suoi propri, le sue proprie fantasie estetiche. Ne assaporava certe squisitezze particolari d’arte che gli parlavano del suo favorito Quattrocento e intanto l’anima unica dell’Abbazia venerabile, vivificante ogni pietra di pensiero santo, orante nella solitudine con la maestà di un grande che si sente dissolvere in Dio, non era interrogata da lui e non gli parlava. Essa taceva pure interamente con la signora Dessalle. Jeanne Dessalle, intelligentissima d’arte, non aveva dato alle magnifiche architetture un solo sguardo attento e camminava a caso, legata i pensieri e i sensi alla presenza di Maironi. A Maironi la impertinente trovata della signora sulla vocazione era parsa forse un colpo di spillo a lui, certo una soffiatina di polvere negli occhi del fratello, soffiatina che supponeva la complicità sua. Gliene corse nel sangue prima un brivido di dolcezza poi una reazione di malcontento. Quando i suoi compagni, che lo precedevano, oltrepassata una porta senza uscio, svoltarono dal corridoio nel cortile pensile, ed egli, rimasto un poco indietro, si trovò a fronte [p. 102 modifica]quel chiaror largo, quel quadrato severo di contrapposte arcate, il puteale nel mezzo, il tabernacoletto sull’angolo del refettorio, pieno di cielo sotto il pinnacolo, fra le quattro colonnine, lo Spirito del monastero lo fermò. Preso dal suo dramma, il giovane si era scordato di essere a Praglia. Riconobbe a un tratto il chiaror largo, il quadrato di arcate, il puteale nel mezzo, il tabernacoletto sull’angolo del refettorio. Trasalì, si arrestò. Era il posto della commozione inesplicabile, della presenza misteriosa, che due volte, a intervalli di anni, aveva sentito. Sul piano del cortile, sulle fronti delle arcate, un crescente lume di sole veniva più e più colorando le pietre austere come un’ascensione interna di vita, di senso, di parola. La prima volta lo Spirito del monastero aveva inebriato il giovinetto di desiderio, aveva la seconda volta percosso l’uomo di rimprovero; adesso lo respingeva da sè, muto.

“Ebbene, caro Maironi, che fa? Venga! Ci son cose meravigliose, qui!„

Dessalle trascinò Piero nella loggia, gli mostrò la cresta scura del colle imminente al tetto della loggia opposta. “Faccia grazia, Praglia è l’abbazia del Morgante, del mio divino Morgante! Quello è il monte dei giganti! Che stava pensando, Lei? [p. 103 modifica]Non ci pianti! Pensi che oggi dovevano venire a villa Diedo la contessa Importanza e le contessine Importanzète e noi le abbiamo piantate per Lei!„

Aveva riso insieme, in passato, di questi nomignoli inflitti da certa signora di loro comune conoscenza a una nobile dama della città e alle sue figliuole che si dicevano insidiare al celibato di Carlino.

“Non per Lei, per Praglia!„ corresse Jeanne, senza voltarsi.

“Vada vada, ammansi mia sorella!„ esclamò Dessalle e si fermò a schizzare sul taccuino una elegante porta sotto le arcate di levante.

Maironi raggiunse la signora che non mostrò avvedersi di lui. Andarono così a paro per qualche momento, senza parlarsi.

“Già Lei ha paura!„ disse alfine Jeanne con voce sommessa ma vibrante. “Lei non vuol dirlo ma capisco, pensa bassezze di me, con tutta la Sua religione. Appunto perchè ha un’idea angusta, un’idea falsa della religione, dell’amore, di me, soprattutto di me, s’immagina che io La condurrò al male. È così; non mi conosce, non sa conoscermi, crede che fuori della Sua religione tutto sia impuro, tutto sia falso, tutto sia da fuggire, da odiare!„

“Lei sa che non sono libero?„ [p. 104 modifica]Nel proferire sotto voce queste parole Piero si fermò. Mai non si era parlato fra loro della demente.

Jeanne lo guardò negli occhi e rispose:

“Lo so„.

Un momento dopo, interpretando il silenzio di Maironi per desiderio di risparmiarle una conclusione ovvia e amara, riprese con fretta incauta

“Ma io non tolgo niente a Sua moglie„.

La parola poteva intendersi nel senso che Jeanne aveva pensato sapendo come Piero non amasse più la moglie da un pezzo, e anche nel senso che alla signora Maironi, posto il suo stato, niente si poteva più togliere. A Piero balenò questo secondo senso. Esclamò con sdegno: “non lo dica!„ e riprese a camminare concitato. Jeanne, atterrita, lo seguì: “Come? Che ha inteso?„ E afferrato il perchè di quello sdegno, protestò con tanta violenza, mentre Maironi ripeteva “mi lasci! mi lasci! mi lasci!„ di non aver voluto alludere alla sventura di sua moglie, che quegli si arrese. Intanto si avviavano entrambi, senza volerlo nè saperlo, a una uscita del cortile. Il custode, che badava a veder disegnare Carlino, li richiamò: “Signori! Signori! Non vogliono vedere il refettorio?„ Tornarono lentamente indietro. “Credo!„ disse Maironi, con voce soverchiata dall’emozione. “Ma io non posso [p. 105 modifica]continuare così! È meglio che mi allontani, non da Lei sola, da tutto; da quanto posso, insomma. La seconda risoluzione era questa„.

“Aspetti„, disse Jeanne. Pregò il custode, per liberarsene, di portarle un bicchier d’acqua, diede un’occhiata a suo fratello che stava tuttavia disegnando, ritornò a Piero, gli disse “venga!„ lo trasse nella loggetta che presso il refettorio si porge sugli orti, al parapetto dell’arcata che guarda lo sconfinato piano di levante; tutto questo con prontezza nervosa e sicura.

“Mi ascolti!„ diss’ella rapidamente, buttandosi sul parapetto. “Lei non ha ragione di fuggirmi, non ha ragione di temermi. Lei non conosce il mio sentimento per Lei, non conosce l’anima mia. Io non vivo che per Lei nel mio interno. Ho sempre amato mio fratello come una madre, l’amo ancora con un senso di dovere materno, teneramente, direi che la mia vita esterna gli appartiene ancora tutta, che gli potrei sacrificare anche la gioia di veder Lei; ma la mia vita interna, quella che non dipende dalla mia volontà, appartiene a Lei. Se sono tanto franca e audace con Lei è perchè il sentimento mio non ha niente da nascondere, non ha niente che mi possa far vergogna, niente che Le possa fare paura e anche perchè ho una gran fiducia in Lei. Io non desidero che affetto, il resto [p. 106 modifica]mi fa ribrezzo. Sarà la mia natura fredda, sarà orgoglio, saranno i sei mesi orribili che ho passato con un marito immondo, perchè Lei sa che neppur io sono libera, sarà quel che Lei vuole, io non desidero che tenerezza di affetto. Se lei ha delle cattive immaginazioni, io sento che purificherei l’anima Sua invece di abbassarla. La purificherei meglio io che il digiuno e le preghiere nel deserto, perchè con quest’idea di combattere un nemico lo si va necessariamente a cercare e in qualunque posto Lei andasse, penserebbe male a me; nella Sua mente diventerei un’altra persona, quello che non sono, una corruttrice. Ma io...„

Qui si coperse il viso con le mani, e continuò abbassando la voce:

“Io ho un bisogno immenso, immenso, immenso che Lei mi voglia bene. Io mi dispero se Lei mi abbandona, precipito in un abisso. Mi dica che mi vuol bene, mi dica che non mi abbandona! Non mi faccia morire!„

“Signora, l’acqua„, disse il custode dietro a loro.

Jeanne si alzò dal parapetto, livida, con gli occhi rossi, prese la tazza.

“Si c’était du poison„ diss’ella, volta a Maironi, “faudrait-il boire?„

Nei grandi occhi magnetici erravano tristezza e tenerezza infinite. [p. 107 modifica]“Je crois que non„, mormorò egli malgrado sè, in una vertigine, pallido come se gli mancasse la vita.

Gli occhi di Jeanne s’illuminarono in un lampo inesprimibile di sorriso. “Quest’acqua è torbida„, diss’ella al custode attonito. Porse la tazza fuori del parapetto, versò l’acqua pian piano fino all’ultima goccia, guardandola, sorridendo, mormorando: “Che gioia, che gioia, che gioia!„

Parve allora che gli occhi suoi si aprissero alle cose. Lasciò Piero, prese amorosamente il braccio di suo fratello, volle vedere lo schizzo della porta, suggerì uno schizzo del colle imminente alla loggia ma da un punto di vista migliore, lo andò cercando per il cortile, si fece spiegare il motto del puteale “aestus, sordes, sitim pulso„, cadde in estasi davanti al magnifico lavabo sull’entrata del refettorio, trasse Carlino nella loggetta sporgente sugli orti, gli mostrò il mare verdognolo della campagna distesa fino alle torri e alle cupole di una lontana città, umili e nere sull’orizzonte; e di là, solo di là, gittò a Maironi un’occhiata dolcissima. Voltasi poi alla scena delle loggie che l’abside alta del tempio e il campanile signoreggiano, immaginò, dicendo la sua visione a voce bassa e col volto rapito, una sera di luna, un andar lento e [p. 108 modifica]silenzioso di monaci sotto le arcate per chiarori e ombre. Si dolse che i monaci fossero scomparsi, ma poi, guardando Piero, espresse arditamente l’opinione che non vi fosse più armonia fra l’odierno spirito cattolico e la poesia di quella solitudine. Sostenne che la presente combattività cattolica poteva bene acconciarsi a conventi fra il popolo, nelle città, ma che nessuno pensava più ai deserti, che se il cattolicismo era antiquato nello spirito, tendeva però a tutte le forme moderne dell’azione. “Ci sono sempre le anime offese, al mondo„, disse Carlino; “Ci sono i solitari per natura, come io, per esempio, che sono un benedettino leggermente sbagliato. Se avessi fede piglierei l’abito e riscatterei Praglia„.

“Lei?„ fece Maironi. Le parole aggressive di Jeanne sullo spirito del Cattolicismo non lo avevano ferito; l’incontro curioso delle parole spensierate di Dessalle con i sentimenti suoi di poc’anzi non lo aveva scosso. Rideva e gli occhi gli scintillavano. Mentre Jeanne gli aveva parlato del suo amore, tanto violento e puro, egli si era sentito prendere insensibilmente da lei e anche dalla idea che i suoi timori eran ombra e sogno, che i ritegni religiosi, i ritegni del suo legame eran lacci di cose morte, che forse la stessa intera religione cattolica era un grande spettrale cadavere [p. 109 modifica]in piedi come l’Abbazia. L’occulto lavoro di tante passate tentazioni contro la fede, represse con terrore e non vinte, si manifestava ora, nell’urto della passione, con improvvise rovine.

Appena pronunciate, quasi automaticamente, le parole “je crois que non„ come colui che nudo saggia col piede una fresca corrente ed esita, ma se si sente sdrucciolare dal margine tutto di slancio le si abbandona, egli si era abbandonato al sentimento che non gli pareva più tentazione ma offerta di un Dio più vero e grande e buono del Dio appresogli da’ suoi maestri. Per un attimo, martellandogli il cuore a furia, le mura, gli archi, le colonne del monastero gli avevano roteato vorticosamente intorno. Si sentiva una furiosa voglia di cinger con un braccio la vita di Jeanne e trascinarla fuori, all’aperto, di correre l’erbe dei prati, gli oliveti, le cime dei colli, gridando al cielo la sua libertà e la sua gioia. Rideva in pari tempo, internamente, della propria voglia folle, tremava di tradirsi, si comprimeva nel petto la nuova intensa vita. E godette che Jeanne non gli fosse vicina, gli fece un acuto piacere di vederla sciolta in apparenza da lui, sapendola stretta a lui nel pensiero, ebbra di lui. E si ascoltò intanto, con profondi respiri, dilatar l’anima. Il dolcissimo sguardo lungo di Jeanne dalla loggetta dove l’acqua era stata [p. 110 modifica]idealmente convertita in veleno gli fece ancora, per un attimo, rotear le cose intorno.

“Lei?„ diss’egli, ridendo. “Un mondano come Lei?„

“Io non sono un mondano, caro Maironi. Io prendo interesse a osservare le vanità mondane e non sono mondano come un astronomo non è celeste„.

Jeanne, che in quel momento stava guardando da vicino i fregi del lavabo, i pesci marini, le tarsie di verde antico e di porfido, chiamò a sè Maironi, con un gesto.

“Non so mai come chiamarla„, diss’ella, piano. E soggiunse forte: “Cosa è scritto qui? Mi spieghi„.

Piero le tradusse il motto latino scolpito dentro l’arco, al di sopra del vaso marmoreo:

OMNES VELUT AQUA DILABIMUR.

E chinandosi come per guardare lo squisito marmo, sussurrò:

“Chiamami amore„.

Ella non rispose; egli rimase chino celando il fuoco del viso.

“Poveri fratucci!„ esclamò Dessalle alle loro spalle. “Son passati tutti davvero, eh? Ma ditemi un po’: quel motto lì come va preso? Dev’essere epicureo, dentro quella gioia di fregi, quel sorriso [p. 111 modifica]dello scettico Cinquecento! Mangiamo, beviamo e godiamo fin che ci è tempo, eh?„

Entrarono nel refettorio. Jeanne, assorta nella sua beatitudine, guardava distrattamente i motti immaginosi attorti a sculture simboliche sopra ciascuno degli stalli di legno che il secolo xviii schierò alle pareti maggiori della sala rettangolare, da capo a fondo, sotto certi quadroni male ingombri di corpi enormi. Dessalle, ammirato delle imprese scolpite sugli stalli, dei motti arguti e profondi, si staccò da Jeanne, prese con sè Maironi, lo trasse da uno stallo all’altro, leggendo, commentando, ammirando a gran voce. “Aiuti me, signor Maironi!„ disse Jeanne. “Carlo sa il latino„. Mentre Maironi veniva bevendo nei begli occhi fissi un dolcissimo richiamo, ella, che stava presso lo stallo dov’è figurata una falce di luna, gli disse con voce oscillante: “Cosa significa completur cursu?„ e quando fu a due passi, gli gittò con un lieve, rapido porger del viso la trepida parola: “amore„!

E sorrise.

Maironi non potè parlare subito. Ella rise allora due sottili, brevi getti di viso, come getti di una vena ferita sfuggenti al pollice.

“Significa...„ ricominciò il giovine e voleva dire: l’anima mia che si volge a te e tutta s’illumina, si compie nella luce tua. Ma Jeanne lo interruppe alla [p. 112 modifica]prima parola: “Non importa; mi dica che mi ama! Sì? Proprio? Combini di ritornare in città con noi.

“Udite questo, come è bello per un pozzo!„ "C’è posto!„ gridò Carlino dall’altro capo della sala. “Exercita purior!

“Che vuol dire?„ domandò Jeanne a Maironi perchè il custode s’era piantato lì accosto. E udita la spiegazione osservò: “Non avrà pensato qualche frate che esercitando fuori di qui la mente, il cuore, tutte le attività buone sarebbe diventato più puro, più sano?„

“E questa, e questa?„ gridò Dessalle. “Una sirena. Dulcedine perdit!

“Se la capisco bene, non è peregrina!„ esclamò Jeanne, vivacemente. Maironi tacque. Dessalle chiamò il custode, gli chiese di chi fosse l’affresco della Crocifissione.

“Di Bartolomeo Montagna, pittore vicentino„.

Dessalle volle che sua sorella e Maironi venissero ad ammirare il grande affresco. Vennero, lodarono assai scarsamente, con sorpresa e sdegno di Carlino. Il Cristo non piaceva loro affatto; nelle altre figure si vedeva l’epoca buona e non più.

“Ma guardate Maria, dunque! Per me ve lo dico subito, un’altra sola Maria in tutta l’arte che conosco mi ha commosso più di questa, la Maria di Van Dyck al museo di Anversa, che ha in grembo [p. 113 modifica]il Cristo morto e spande le braccia con quel viso al cielo, ti ricordi, Jeanne? con quel viso lagrimoso e amaro che dice: — perchè? — Questa, religiosamente, è superiore. È piena di coraggio, crede nella risurrezione di suo figlio. Qui arrischio, caro Maironi, di pigliarmi una febbriciattola di fede anch’io. Lei poi mi prende nel suo Municipio per assessore delle Belle Arti, eh?„

Maironi sorrise a fior di labbro e rispose solo: “va bene„.