Piccolo mondo moderno/Capitolo settimo. In lumine vitae/II

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Capitolo settimo
In lumine vitae
II

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II.


Era una lunga via dallo studio del Direttore al piccolo quartiere appartato dove la povera Elisa aveva così lungamente sofferto e ora stava morendo. C’erano scale da scendere e salire, lunghi corridoi da percorrere, cortili da attraversare. Vi passeggiavano persone tranquille di aspetto assai civile, molte delle quali salutarono rispettosamente don Giuseppe. Una di queste, un vecchio signore dall’aria distinta, riconobbe Maironi per essergli stato presentato una volta dal Direttore e lo fermò.

“Come sta la Sua signora? Soffre tanto, eh, poverina. Già la fedeltà è femmina, non può essere mascolina. Qui ci dicono matti ma si sa tutto di tutti. C’è qualcuno che veramente non ha prudenza nel parlare. Bisogna compatire! Grazie a Dio, se sono stato anch’io così, adesso non lo sono più. Vedo che Lei è con lo Spirito Santo; dicano, dicano al signor Direttore come ragiono bene, e ch’è un delitto di tenermi ancora qui!„

Il signor Direttore era poco lontano, udì, promise amorevolmente a colui di licenziarlo presto, gli consigliò di andare intanto a pigliar il suo caffè e latte. L’infelice obbedì silenziosamente, dominato, [p. 404 modifica]come un essere inferiore, da un senso, fra pauroso e sdegnoso, dell’autorità. Il Direttore si unì ai due, parlò allo smarrito Piero, con la sua filosofia serena, di Amleto, che stava leggendo, delle geniali divinazioni di Shakespeare nel rappresentare le frenosi, di quel curiosissimo Amleto che simula la pazzia e non si accorge di essere davvero non solamente un nevrastenico ma proprio un deficiente.

Sulla piccola scala del quartierino abitato dall’inferma incontrarono la marchesa Nene, che accolse il genero con un sorriso tranquillo, con un che di risoluto nel viso e nella voce, non riuscendo però a reprimere e nascondere quella sovreccitazione nervosa che la teneva continuamente in moto. Gli accennò di affrettarsi. L’Elisa desiderava vederlo almeno un momento prima di essere visitata dal professore di Bologna. Presto! Si capiva che la marchesa non voleva parole affettuose nè lagrime, che resisteva eroicamente all’angoscia perchè intorno all’ammalata tutto fosse tranquillo, nessuno perdesse la testa. Aveva mandato il piagnoloso Zaneto a riposare. Resistette al genero che voleva abbracciarla. “Vieni, vieni!„ diss’ella. “Sii forte, forte!„ come se parlasse al più innamorato dei mariti.

Ella lo precedette nella stanza sacra del dolore, calda, scura, silenziosa. Mormorò con tenerezza [p. 405 modifica]sorridente: “È qui Piero, sai; un momento, un momento solo!„ e si fece da parte. Egli entrò, scorse appena, nell’ombra, il biancor fioco del letto, la figura fosca della suora infermiera, che si era levata in piedi, udì una debole voce dolce dire: “Apra un poco„ e mentre la marchesa diceva piano: “un pochetto, sa suora, un pochetto solo„, si appressò in punta di piedi al letto, la vide.

Erano quasi tre anni che non la vedeva così da presso e gli parve trasfigurata. Il viso, da bianco e roseo ch’era stato, mostrava ora sotto le accensioni della febbre il pallore caldo dell’avorio, il naso si era venuto affilando, gli occhi parevan tanto più grandi, più scuri e più lucenti. Mai quel viso non era stato così bello, così penetrato d’anima.

Gli tese le braccia, gli prese il capo, lo raccolse a sè, gli sussurrò sulla bocca “grazie„ ed egli la baciò appena, quasi non osando.

“Che ti veda!„ diss’ella a stento, tanto il respiro era affannoso; e ravviandogli lentamente con la mano i capelli sulla fronte ch’egli aveva rialzata, lo guardò, lo guardò con i grandi occhi scuri fissi, dove scattavano, alternandosi, scintille di dolore, scintille di tenerezza, sorrisi di pace.

“Basta, Elisa, basta„, mormorò la mamma.

L’inferma piegò il viso a destra, posò le labbra sul braccio del marito. [p. 406 modifica]“Addio„, diss’ella. “Dopo, vero, torni? Ho tante cose!„

Piero si chinò a baciarle l’orecchio scoperto, vi mormorò: “Per sempre tuo, sai„.

Ella chiuse gli occhi, beata, e rispose:

“Del Signore„.