Piccolo mondo moderno/Capitolo settimo. In lumine vitae/III

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Capitolo settimo
In lumine vitae
III

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III.


Nel corso della giornata si manifestò un lieve miglioramento. Il professore di Bologna aveva necessariamente stancata l’inferma con gl’interrogatori e le auscultazioni; le aveva quindi prescritto il più assoluto riposo. La diagnosi era stata conforme a quella dei due medici curanti, la prognosi meno pessimista. Il pericolo era che al cader della febbre l’ammalata si spegnesse per esaurimento, ma il professore confidava nelle risorse di un organismo giovane e anche nei mezzi dell’arte. Egli aveva tenuto il suo discorso nel salottino attiguo alla camera dell’ammalata, rivolgendosi particolarmente alla persona che gli era stata presentata come il marito. Riuscì duro a Piero di sostenere quello sguardo, di accettare quella preferenza immeritata. Avrebbe voluto dire: “Parli a sua madre, io non son degno„. Neppure si credeva degno di [p. 407 modifica]mostrare la sua commozione vera; ne vergognava quasi come d’una ipocrisia. Il professore non intendeva ripartire prima di sera. In città si era subito saputo della sua venuta e tre o quattro richieste di consulti erano arrivate allo Stabilimento prima di lui. Piero desiderava che ritornasse da sua moglie, e uscì con esso dal salotto per dirglielo fuori, da solo a solo, con tutto quel fuoco d’affanno che sentiva in sè, che non avrebbe voluto mostrare agli altri. E lo supplicò di aprirgli la verità intera. Il professore l’aveva detta, non poteva che confermare le sue parole precedenti. “Speriamo, speriamo„, diss’egli. “Vedo che lo meritano tanto tutti e due, poveretti„. Piero strinse e scosse le mani, senza parlare, a quell’uomo buono che sempre più si persuase del proprio intuito, della diagnosi morale improvvisata così sui due piedi.

Verso le quattro del pomeriggio l’inferma dormiva, vegliata da sua madre. Nel salottino don Giuseppe stava leggendo il breviario e Zaneto, molto confortato, parlava sottovoce a Piero, rimescolava certi suoi vecchi ricordi del luogo, d’una sua zia che vi era stata curata in gioventù. Egli mise poi il discorso sull’asilo campestre che sua moglie era venuta disponendo per la figliuola, sulla opportunità di passarvi l’autunno, sul soggiorno da scegliere per l’inverno. Quando ebbe sparse tutte [p. 408 modifica]queste rose sull’entrata d’un discorso spinoso, si arrischiò a mettervi un piede.

“Mi è stato parlato„, diss’egli “di dubbi che avresti circa la provenienza della tua sostanza, dubbi che t’impedirebbero un atto di assoluta proprietà. Non lo dico per niente, sai! Non lo dico per niente! Te ne parlo per il puro tuo interesse. Si tratta di una questione che conosco. Ne ho udito discorrere in casa mia da giovinetto, più volte, e anche poi, da uomo. È una questione che non è questione. Si tratta di un testamento annullato per non so quale difetto, se di data, se di forma, se d’altro. Ora questo considerar poco i difetti di forma sarà generoso ma non è giusto. Il difetto di forma riflette sempre un dubbio sulla sostanza! Domanda a qualunque direttore di coscienza...„.

“Nessuno di costoro farà mai per me„, pensò Piero; notò in pari tempo che l’ascetico suocero e la scettica Jeanne venivano per vie diverse a incontrarsi con l’egoismo sulla stessa cattedra di consiglio.

La marchesa Nene porse il capo dall’uscio e chiamò Piero. L’Elisa si era svegliata, lo voleva. Mentre il genero entrava ella uscì, gli disse sorridendo con un’aria di compiacenza quasi affettata che l’Elisa la cacciava di camera. E soggiunse piano: “Poco, poco, poco!„ [p. 409 modifica]

La suora era uscita prima. L’inferma accennò al marito di sedere presso il letto, dal lato opposto alla finestra, gli sorrise, gli stese la mano. Egli baciò la piccola mano di avorio, arida, calda, e la tenne fra le sue.

“Meglio, non è vero, cara?„

Ella porse le labbra nel disegno di un bacio e mormorò come se non avesse udito:

“Mi rincresce tanto, adesso, di non avere avuto un bambino„.

Piero protestò. Perchè parlava così? Non sapeva che guarirebbe? Che i medici n’erano sicuri? L’inferma non rispose, gli accarezzò le mani, guardandole, e dopo un momento disse con voce appena intelligibile:

“Domani sera...„.

“Cosa, domani sera?„

“Fra le sette e le nove„, diss’ella.

Piero ebbe una stretta al cuore. Forse la mente di lei si oscurava da capo? La richiamò:

“Elisa!„

Allora ella lo guardò un momento in viso e gli ridiscese quindi con gli occhi alle mani continuando l’amoroso moto delle sue, aperse le labbra. Piero non intese, si chinò, raccolse, durando ella sempre, grave in viso, a guardargli e accarezzargli le mani, questo alito: [p. 410 modifica]“Domani sera, fra le sette e le nove, vi lascio„.

Egli si sentì gelare il sangue, pensò alla divinazione dei morenti, non seppe lì per lì articolar parola. Poi la contraddisse appassionatamente. Ella gli fe’ segno, col dito alle labbra, di tacere, come s’egli alzasse la voce contro Dio che voleva così. Poi mosse un po’ il capo su per il guanciale, gli abbandonò la mano sul braccio, lo guardò affannata, supplichevole. Non gli pareva che Dio fosse stato abbastanza buono con lei?

“Una grazia grande, sai, del Signore, avermi svegliata, avermi chiamata così. Una grazia grande avervi qui tutti, anche quel santo don Giuseppe che mi aiuta. Zitto, caro, zitto„.

Ella tacque, lo trasse a sè, fece un visino afflitto, gli bisbigliò senza guardarlo:

“Non sono stata una buona moglie — zitto caro, zitto — no, ti volevo tanto bene, tanto tanto e non ho saputo dimostrarlo, devi avermi creduta fredda, è stato un gran male, adesso lo capisco„.

Gli cinse il collo con ambe le braccia, gli mormorò all’orecchio:

“Caro, vuoi che ci perdoniamo tutto? Proprio tutto tutto? Anche quello che tu non sai di me? Anche quello che io non so di te?„

Egli si staccò dolcemente dal collo, piangendo, le sottili braccia, s’inginocchiò, si strinse sulle labbra [p. 411 modifica]una mano di lei che pure lacrimava. In quel momento la marchesa, impaziente della lunga dimora di Piero, aperse l’uscio per richiamarlo. Vide, tacque, si ritirò. Don Giuseppe alzò gli occhi dal breviario a lei, credette che uscisse dalla camera dell’inferma, le domandò notizie. Ella rispose col suo solito sorriso: “Non so, vedo che non mi vogliono„. E anche a lei caddero due dolci lacrime.

Intanto l’inferma fece alzare suo marito, gli parlò ancora:

“Sei tanto giovane, non hai nessuno, col tempo...„.

Si commosse, non potè compiere la frase. Finalmente gli cinse un’altra volta le braccia al collo, gli disse ansando:

“Ti ricorderai di me, vero? Pregherai per me anche allora? Preghi come una volta, caro?„

Piero non rispondeva.

“Non preghi più come una volta?„

Nessuna risposta.

“Non preghi più? Hai perduto la religione?„

Egli non potè mentire, benchè ne fosse tentato.

“Perdonami!„ supplicò accorato. “Perdonami!„

Solo si udì, nel silenzio mortale, l’affannoso respiro dell’inferma. Ella giunse alfine le mani dicendo piano:

“Oh Piero!„

Alzò gli occhi pieni di angoscia, pregò dal fondo [p. 412 modifica]dell’anima, ineffabilmente, offerse per lui le pene sue presenti e quelle attese della purificazione futura.

“Signore, Signore„, pensò “non lasciatemi morire così!„ E subito ebbe un momento quasi di rimorso, si affrettò a soggiungere dentro di sè: “Però sia fatta la Vostra santa Volontà„.

Poi chiamò con voce fievole:

“Caro„.

Chiese il fazzoletto. Avutolo, cercò di recarselo agli occhi e la mano le ricadde sulle lenzuola.

“Non ho più la forza„, diss’ella. E aperse la mano.

Allora tremante, straziato, volendo pur dire una parola consolatrice e non riuscendovi, egli le terse col fazzoletto gli occhi lacrimosi. La poveretta potè appena dirgli:

“Grazie. Chiamami la mamma„.