Poeti minori del Settecento/VI LORENZO MASCHERONI/I. Invito a Lesbia Cidonia

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Lorenzo Mascheroni

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VI LORENZO MASCHERONI VI LORENZO MASCHERONI - II. La fabbricazione degli istromenti de' martiri

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I

INVITO A LESBIA CIDONIA.

     Perché con voci di soavi carmi
ti chiama all’alta Roma inclito cigno,
spargerai tu d’oblio dolce promessa,
onde allegrossi la minor Pavia?
5Pur lambe sponda memore d’impero,
benché del fasto de’ trionfi ignuda,
di longobardo onor pago il Tesino;
e le sue verdi, o Lesbia, amene rive
non piacquer poi quant’altre al tuo Petrarca?
10Qui l’accogliea gentil l’alto Visconte
nel torrito palagio, e qui perenne
sta la memoria d’un suo caro pegno.
Te qui Pallade chiama; e te le muse,
e l’eco, che ripete il tuo bell’inno
15per la rapita a noi, data alla Dora,
come piú volle amor, bionda donzella.
Troppo altra volta rapida seguendo
il tuo gran cor, che l’opere dell’arte
a contemplar nella cittá di Giano
20e a Firenze bellissima ti trasse,
di leggier orma questo suol segnasti.
Ma fra queste cadenti antiche torri,
guidate, il sai, dalla cesarea mano
l’attiche discipline, e di molt’oro
25sparse, ed altere di famosi nomi,
parlano un suon che attenta Europa ascolta.

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     Se di tua vista consolar le tante
brame ti piaccia, intorno a te verranno
della risorta Atene i chiari ingegni;
30e quei che a te sul margine del Brembo
trasse tua fama e le comuni muse,
e quei che pieni del tuo nome al cielo
chieggon pur di vederti. Chi le sfere
a voi trascorre, e su britanna lance
35l’universo equilibra; e chi la prisca
fé degli avi alle tarde etá tramanda;
e chi della natura alma reina
spiega la pompa triplice; e chi segna
Torigin vera del conoscer nostro;
40chi ne’ gorghi del cor mette lo sguardo;
e qua! la sorte delle varie genti
colora; e gli agghiacciati e gli arsi climi
di fior cosparge; qual per leggi frena
il secolo ritroso; altri per mano
45volge a suo senno gli elementi e muta
le facce ai corpi; altri sugli egri suda
con argomenti che non seppe Coo.
Tu, qual gemma che brilli in cerchi d’oro,
segno di mille sguardi, andrai fra quelli
50pascendo il pellegrino animo intanto
e i sensi de’ lor detti: essi de’ tuoi
dolce faranno entro il pensier raccolta.
Molti di lor potrian teco le corde
trattar di Febo con maestre dita;
55non però il suon n’udrai; ch’essi di Palla,
gelosa d’altre dèe, qui temon l’ire.
     Quanto nell’Alpe e nelle aerie rupi
natura metallifera nasconde;
quanto respira in aria e quanto in terra,
60e quanto guizza negli acquosi regni
ti fia schierato all’occhio: in ricchi scrigni
con avveduta man l’ordin dispose

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di tre regni le spoglie. Imita il ferro
crisoliti e rubin; sprizza dal sasso
65il liquido mercurio; arde funesto
l’arsenico; traluce ai sguardi avari
dalla sabbia nativa il pallid’oro.
     Ché se ami piú dell’eritrea marina
le tornite conchiglie, inclita ninfa,
70di che vivi color, di quante forme
trassele il bruno pescator dall’onda!
L’aurora forse le spruzzò de’ misti
raggi, e godé talora andar torcendo
con la rosata man lor cave spire.
75Una del collo tuo le perle in seno
educò verginella: all’altra il labbro
della sanguigna porpora ministro
splende: di questa la rugosa scorza
stette con l’òr su la bilancia, e vinse.
80Altre si fêro, invan dimandi come,
carcere e nido in grembo al sasso; a quelle
qual dea del mar d’incognite parole
scrisse l’eburneo dorso? e chi di righe
e d’intervalli sul forbito scudo
85sparse l’arcana musica? Da un lato
aspre e ferrigne giaccion molte; e -grave
d’immane peso, assai rósa dall’onde,
la rauca di Triton buccina tace.
Questo ad un tempo è pesce ed è macigno;
90questa è, qual piú la vuoi, chiocciola o selce.
     Tempo giá fu che le profonde valli
e ’l nubifero dorso d’Appennino
copriano i salsi flutti pria che il cervo
la foresta scorresse, e pria che l’uomo
95dalla gran madre antica alzasse il capo.
L’ostrica allor su le pendici alpine
la marmorea locò famiglia immensa;
il nautilo contorto all’aure amiche

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aprí la vela, equilibrò la conca:
100d’affrico poscia al minacciar, raccolti
gl’inutil remi, e chiuso al nicchio in grembo,
deluse il mar: scòla al nocchier futuro.
Cresceva intanto di sue vòte spoglie,
avanzi della morte, il fianco al monte.
105Quando da lungi preparato, e ascosto
a mortai sguardo, dall’eterne stelle
sopravvenne destin; lasciò d’Atlante
e di Tauro le spalle, e in minor regno
contrasse il mar le sue procelle e l’ire:
110col verde pian l’altrice terra apparve.
Conobbe Abido il Bosforo; ebber nome
Adria ed Eusin; dall’elemento usato
deluso il pesce, e sotto l’alta arena
sepolto, in pietra rigida si strinse:
115vedi che la sua preda ancora addenta.
Queste scaglie incorrotte e queste forme
ignote al novo mar manda dal Bolca
l’alma del tuo Pompei patria, Verona.
     Son queste l’ossa, che lasciâr sul margo
120del palustre Tesin, dall’Alpe intatta
dietro alla rabbia punica discese,
le immani affriche belve? o da quest’ossa,
giá rivestite del rigor di sasso,
ebbe lor pie non aspettato inciampo?
125ché qui giá forse italici elefanti
pascea la piaggia, e Roma ancor non era;
né lidi a lidi avea imprecato ed armi
contrarie ad armi la deserta Dido.
     Non lungi accusan la vulcania fiamma
130pomici scabre e scoloriti marmi.
Bello è il veder, lungi dal giogo ardente,
le liquefatte viscere dell’Etna,
lanciati sassi al ciel. Altro fu svèlto
dal sempre acceso Stromboli; altro corse

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135sul fianco del Vesevo onda rovente.
O di Pompeio, o d’Ercole giá cólte
cittá scomparse ed obliate, alfine
dopo si lunga etá risorte al giorno!
Presso i misteri d’Iside e le danze,
140dal nero ciel venuto a larghi rivi,
voi questo cener sovraggiunse; in voi
gli aurei lavor di pennel greco offese.
     Dove voi lascio, innamorati augelli,
sotto altro cielo ed altro sol volanti?
145Te risplendente del color del foco,
te ricco di corona, te di gemme
distinto il tergo, e te, miracol novo,
d’informe rostro e di pennuta lingua.
Tu col gran tratto d’ala il mar traversi,
150tu pur, esile colibrí, vestito
d’instabili color, dell’etra ai campi
con brevissima penna osi fidarti.
     Ora gli sguardi a sé col fulgid’ostro
chiaman dell’ali, e con le macchie d’oro
155le occhiute leggerissime farfalle
Gnor d’erbose rive: ai caldi soli
uscir dal career trasformate, e breve
ebbero il dono della terza vita.
Questa suggeva il timo, e questa il croco,
160non altramente che dall’auree carte
de’ tesori dircèi tu cògli il fiore.
Questa col capo folgorante l’ombre
rompe all’ignudo american che in traccia,
notturno, va dell’appiattata fera.
     165E voi non tacerò, voi di dolci acque
celeri figli e di salati stagni:
te, delfin vispo, cui del vicin nembo
fama non dubbio accorgimento diede,
e pietá quasi umana, e senso al canto;
170te, che di lunga spada armato il muso

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guizzi qual dardo, e le balene assalti;
te, che al sol tocco di tue membra inermi
di subita mirabile percossa
l’avido pescator stendi sul lido.
     175Ardirò ancor tinta d’orrore esporre
ai cupidi occhi tuoi diversa scena,
Lesbia gentil; turpi sembianze e crude,
che disdegnò nel partorir la terra.
Né strane fiano a te, né men gioconde
180a te, che giá tratta per man dal novo
Plinio, tuo dolce amico, a Senna in riva
per li negati al volgo aditi entrasti.
     Prole tra maschi incognita, rifiuto
del dilicato sesso, orror d’entrambi
185nacque costui. Qual colpa sua, qual ira
dell’avaro destino a lui fu madre?
Qual infelice amore, o fiera pugna
strinse cosí l’un contro l’altro questi
teneri ancor nel carcere natale,
190che, appena giunti al di dal comun seno,
con due respir che s’incontrâro, uscendo,
Palma indistinta resero alle stelle?
Costui se lunga etá veder potea,
era ciclope: mira il torvo ciglio,
195195 unico in mezzo al volto. Un altro volto
questi porta sul tergo, ed era Giano.
Or ve’ mirabil mostro! senza capo,
son poche lune, e senza petto uscito
al sol del viver suo per pochi istanti
200fece tremando e palpitando fede.
     Folle chi altier sen va di ferree membra
ebbro di gioventú! Perché nel corso
precorri il cervo e ’l lupo al bosco sfidi
e l’orrido cinghiai vinci alla pugna,
205giá t’ergi re degli animali. Intanto
famiglia di viventi entro tue carni

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te non veggente, e sotto la robusta
pelle, di te lieta si pasce e beve
secura il sangue tuo tra fibra e fibra.
210Questo di vermi popolo infinito
ospite róse un di viscere vive:
e tal di lor cui non appar di capo
certo vestigio, qual lo vedi, lungo
ben trenta spanne, intier si trasse a stento
215dai moltiplici error labirintèi.
Qual nelle coste si forò l’albergo
col sordo dente, e quale al cor si pose.
Né sol dell’uom, ma degli armenti al campo
altri seguía le torme; e, mentre l’erba
220tondea la mite agnella, alcun di loro
limando entro il cervel, dall’alta rupe
vertiginosa in rio furor la trasse.
Tal quaggiú dell’altrui vita si nutre,
altre a nudrirne condannata, l’egra
225vita mortai che il ciel parco dispensa.
     Ecco il lento bradipo, il simo urango,
il ricinto armadillo, l’istrice irto,
il castoro architetto, il muschio alpestre,
la crudel tigre, l’ermellin di neve.
230Ecco il lurido pipa, a cui dal tergo
cadder maturi al sol tepido i figli:
l’ingordo can, che triplicati arrota
i denti, e ’l navigante inghiotte intero.
Torvo cosí dal Senegallo sbuca
235l’ippopotámo, e con l’informe zampa
dell’estuosa zona occupa il lido.
Guarda vertebre immani! e sono avanzi!
Si smisurata la balena rompe
nella polar contrada i ghiacci irsuti!
     240È spoglia: non temer se la trisulca
lingua dardeggia e se minaccia il salto
la maculata vipera e i colúbri,

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che accesi solcan infocate arene.
Qui, minor di sua fama, il voi raccoglie
245il drago; qui il terror del Nilo stende
per sette e sette braccia il sozzo corpo;
qui dal sonante strascino tradito
il crotalo implacabile, qui l’aspe,
e tutti i mostri suoi l’Affrica manda.
     250Chi è costui che, d’alti pensier pieno,
tanta filosofia porta nel volto?
È il divin Galileo, che primo infranse
l’idolo antico, e con periglio trasse
alla nativa libertá le menti:
255novi occhi pose in fronte all’uomo, Giove
cinse di stelle; e, fatta accusa al sole
di corruttibil tempra, il locò poi,
alto compenso, sopra immobil trono.
L’altro che sorge a lui rimpetto, in vesta
260umil ravvolto e con dimessa fronte,
è Cavalier, che d’infiniti campi
fece alla taciturna algebra dono.
O sommi lumi dell’Italia, il culto
gradite dell’orobia pastorella,
265ch’entra fra voi, che le vivaci fronde
spicca dal crine e al vostro piè le sparge.
     In questa a miglior geni aperta luce
il linguaggio del ver Fisica parla.
Alle dimande sue confessa il peso
270il molle cedente aere; ma stretto
scoppia sdegnoso dal forato ferro,
avventando mortifera ferita.
Figlio del sole, il raggio setti forme
all’ombre in sen, rotto per vetro obliquo,
275splende distinto nei color dell’iri.
Per mille vie torna non vario in volto;
nella dollondia man docil depone
la dipinta corona, in breve foco

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stringesi, ed arma innumerabil punte
280a vincer la durezza adamantina.
Qui il simulato del sue rote inarca;
l’anno divide; l’incostante luna
in giro mena, e seco lei la terra.
Suo circolante anello or mostra or cela
285il non piú lontanissimo Saturno.
Adombra Giove i suoi seguaci, e segna
oltre Pirene e Calpe al vigil sguardo
il confin d’oriente: in altra parte,
virtú bevendo di scoprir nel buio
290flutto all’errante marinar la stella,
dall’amato macigno il ferro pende.
Qui declinando per accesa canna,
o tócca dall’elettrica favilla
vedrai l’acqua sparir, nascer da quella
295gemina prole di mirabil aure;
Tonda dar fiamma e la fiamma dar onda.
     Benché, qualor ti piaccia in novi aspetti
veder per arte trasformarsi i corpi,
o sia che in essi ripercosso e spinto
300per calli angusti, o dall’accesa chioma
tratto del sol per lucido cristallo
gli elementi distempri ardor di fiamma,
o sia ch’umide vie tenti, e mordendo
con salino licor masse petrose
305squagli, e divelte le nascoste terre
d’avidi umori vicendevol preda
le doni, e quanto in sen la terra chiude
a suo piacer rigeneri e distrugga
chimica forza: alle tue dotte brame
310affrettan giá piú man le belle prove.
Tu verserai liquida vena in pura
liquida vena, e del confuso umore
ti resterá tra man massa concreta,
qual zolla donde il sole il vapor bebbe.

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315Tu mescerai purissim’onda a chiara
purissim’onda, e di color cilestro
l’umor commisto appariratti, quale
appare il ciel dopo il soffiar di Coro.
Tingerai, Lesbia, in acqua il bruno acciaro,
320e all’uscir splenderá candido argento.
     Soffri per poco, se dal torno desta
con innocente strepito sugli occhi
la simulata folgore ti guizza.
Quindi osò l’uom condurre il fulmin vero
325in ferrei ceppi, e disarmò le nubi.
Ve’ che ogni corpo liquido, ogni duro
nasconde il pascol del balen: lo tragge
dalle cieche latèbre accorta mano,
e l’addensa premendo e lo tragitta,
330l’arcana fiamma a suo voler trattando.
E se per entro agli epidauri regni
fama giá fu che di Prometeo il foco,
che scorre all’uom le membra e tutte scote
a un lieve del pensier cenno le vene,
335sia dal ciel tratta elettrica scintilla,
non tu per sogno ascreo l’abbi si tosto.
     Suscita or dubbio non leggier sul vero
Félsina antica, di saper maestra,
con sottil argomento di metalli
340le risentite rane interrogando.
Tu le vedesti su l’orobia sponda
le garrule presaghe della pioggia,
tolte ai guadi del Brembo, altro presagio
aprir di luce al secolo vicino.
345345 Stavano tronche il collo: con sagace
man le immolava vittime a Minerva,
cinte d’argentea benda i nudi fianchi,
su l’ara del saper giovin ministro.
Non esse a colpo di coltel crudele
350torcean le membra, non a molte punte.

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Giá preda abbandonata dalla morte
parean giacer; ma, se l’argentea benda
altra di mal distinto ignobil stagno
dalle vicine carni al lembo estremo
355venne a toccar, la misera vedevi,
quasi risorta ad improvvisa vita,
rattrarre i nervi, e con tremor frequente
per incognito duol divincolarsi.
Io lessi allor nel tuo chinar del ciglio
360che ten gravò; ma quella non intese
di qual potea pietá de andar superba.
E quindi in preda allo stupor ti parve
chiaro veder quella virtú, che cieca
passa per interposti umidi tratti
365dal vile stagno al ricco argento, e torna
da questo a quello con perenne giro.
Tu pur al labbro le congiunte lame,
come ti prescrivea de’ saggi il rito,
Lesbia, appressasti, e con sapore acuto
370d’alti misteri t’avvisò la lingua.
E ancor mi suona nel pensier tua voce,
quando, al veder che per ondose vie
l’elemento nuotava, e del convulso
animai galleggiante i dilicati
375stami del senso circolando punse,
chiedesti al ciel che dell’industri prove
venisse all’egra umanitá soccorso.
     Ah! se cosí, dopo il sottil lavoro
di vigilati carmi, orror talvolta
380vano di membra, il gel misto col foco,
ti va le vene ricercando, e abbatte
la gentil dalle grazie ordita salma;
quanto d’Italia onor, Lesbia, saria
con l’arte nova rallegrarti il giorno!
     385Da questa porta risospinta, al lampo
dei vincitor del tempo, eterni libri

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fugge ignoranza, e dietro lei le larve
d’error pasciute e timide del sole.
Opra è infinita i tanti aspetti e i nomi
390ad uno ad uno annoverar. Tu questo,
Lesbia, non isdegnar gentil volume
che s’offre a te: dall’onorata sede
volar vorrebbe all’alma autrice incontro.
D’ambe le parti immobili si stanno,
395serbando il loco a lui. Colonna e Stampa.
Quel pur ti prega che non piú consenta
all’alme rime tue, vaghe sorelle,
andar divise, onde odono fra ’l plauso
talor sonar dolce lamento: al novo
400vedremo allor volume aureo cresciuto
ceder loco maggior Stampa e Colonna.
     Or degli estinti nelle mute case
non ti parrá quasi calar giú viva
su l’esempio di lui, dalla cui cetra
405tanta in te d’armonia parte discese?
Scarnata ed ossea su l’entrar s’avventa
del can la forma: ah, non è questo il crudo
Cerber trifauce, cui placar tu deggia
con medicata cialda: invano mostra
410gli acuti denti; ei dorme un sonno eterno.
Ossee d’intorno a lui con cento aspetti
stanno silvestri e mansuete fere:
sta senza chioma il fier leon; su l’orma
immoto è il daino; e senza polpe il bieco
415cinghiai feroce; senza vene il lupo,
senza ululato, e non lo punge fame
delle bianche ossa dell’agnel vicino.
     Piaccia ora a te quest’anglico cristallo
a’ leggiadri occhi sottoporre; ed ecco
420di verme vil giganteggiar le membra.
Come in antico bosco, d’alte querce
denso e di pini, le cognate piante

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i rami intrecciali, la confusa massa
irta di ramuscei fende le nubi:
425cosí, ma con piú bello ordin, tu vedi
quale pel lungo dell’aperto dorso
va di tremila muscoli la selva.
Riconosci il gentil candido baco
cura de’ ricchi sericani; forse
430di tua mano talor tu lo pascesti
delle di Tisbe e d’infelici amori
memori foglie: oggi ti mostra quanti
nervi affatichi, allor che a te sottili
e del seno e del crin prepara i veli.
     435Ve’ la cornuta chiocciola ritorta,
cui di gemine nozze amor fa dono:
mira sotto qual parte, ove si senta
troncar dal ferro inaspettato il capo,
ritiri i nodi della cara vita,
440perché, qualor l’inargentate corna
ripigli in ciel la luna, anch’ella possa
uscir col nuovo capo alla campagna.
Altri a destra minuti, altri a sinistra,
ch’ebbero vita un dí, sospesi il ventre
445mostrano aperto: e tanti e di struttura
tanto diversa li fe’ nascer Giove
de’ sapienti a tormentar l’ingegno.
     Nel piú interno de’ regni della morte
scende dall’alto la luce smarrita.
450Esangue i nervi e l’ossa ond’uom si forma,
e le recise viscere (se puoi
sostener ferma la sparuta scena)
numera Anatomia: del cor son queste
le region che esperto ferro schiuse.
455Non ti stupir se l’usbergo del petto
e l’ossa dure il muscolo carnoso
potè romper cozzando: si lo sprona,
con tal forza l’allarga amor tiranno!

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Osserva gl’intricati labirinti
460dove nasce il pensier; mira le celle
de’ taciti sospir: nude le fibre
appaion qui del moto, e lá de’ sensi
fide ministre, e in lungo giro erranti
le delicate origin della vita:
465serpeggia nelle vene il falso sangue.
L’arte ammirasti: ora men tristi oggetti,
intento il tuo guardar, l’animo cerca.
     Andiamo, Lesbia: pullular vedrai
entro tepide celle erbe salubri,
470dono di navi peregrine; stanno
le prede di piú climi in pochi solchi.
Aspettan te, chiara bellezza, i fiori
dell’Indo; avide al sen tuo voleranno
le morbide fragranze americane,
475argomento di studio e di diletto.
Come verdeggia il zucchero tu vedi
a canna arcade simile: qual pende
il legume d’Aleppo del suo ramo
a coronar le mense util bevanda:
480qual sorga l’ananás, come la palma
incurvi, premio al vincitor, la fronda.
Ah non sia chi la man ponga alla scorza
dell’albero fallace avvelenato,
se non vuol ch’aspre doglie a lui prepari,
485rossa di larghi margini, la pelle.
Questa pudica dalle dita fugge;
la solcata mammella arma di spine
il barbarico cacto; al sol si gira
Clizia amorosa: sopra lor trasvola
490l’ape ministra dell’aereo mèle.
Dal calice succhiato in ceppi stretta,
la mosca in seno al fior trova la tomba.
     Qui pure il sonno con pigre ali, molle
dall’erbe lasse conosciuto dio,

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495s’aggira, e al giunger d’Espero rinchiude
con la man fresca le stillanti bocce,
che aprirá ristorate il bel mattino.
E chi potesse udir de’ verdi rami
le segrete parole, allor che i furti
500dolci fa il vento sugli aperti fiori,
degli odorati semi e in giro porta
la speme della prole a cento fronde;
come al marito suo parria gemente
l’avida pianta susurrar! che nozze
505han pur le piante; e zefiro leggero,
discorritor dell’indiche pendici,
a quei fecondi amor plaude aleggiando.
     Erba gentil (né v’è sospir di vento)
vedi inquieta tremolar sul gambo;
510non vive? e non dirai ch’ella pur senta?
Ricerca forse il patrio margo e ’l rio,
e duolsi d’abbracciar con le radici
estrania terra sotto stelle ignote,
e in europea prigion bevere a stento
515brevi del sol per lo spiraglio i rai.
E ancor chi sa che in suo linguaggio i germi
compagni di quell’ora non avvisi
che il sol, da noi fuggendo, alla lor patria,
alla Spagna novella, il giorno porta?
520Noi pur, noi, Lesbia, alla magione invita...
     Ma che non può sugl’ingannati sensi
desir che segga della mente in cima!
Non era io teco! A te fean pur corona
gl’illustri amici. A te salubri piante,
525e belve e pesci e augei, marmi e metalli
ne’ palládi ricinti iva io mostrando.
Certo guidar tuoi passi a me parca;
certo udii le parole; e tu di Brembo
oimè! lungo la riva anco ti stai.