Politici e moralisti del Seicento/Nota/IV. - Torquato Accetto

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IV. - Torquato Accetto

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IV

TORQUATO ACCETTO

Di questo scrittore non si sa altro se non quel che si ricava da due volumetti che di lui si conoscono, le Rime, stampate per la prima volta a Napoli nel 16211, e il trattatello Della [p. 300 modifica] dissimulazione onesta, pubblicato anche a Napoli nel 16412. Suo padre fu un Baldassare3, sua madre una Delia Sangiorgi: il suo minore fratello si chiamava Rodrigo4. Amò gli studi poetici e filosofici, ma fu costretto dalle necessitá della vita a entrare in un’amministrazione, in una «occupazione di segreteria», come allora si diceva5. Era anch’egli dei molti che stavano attorno al marchese di Villa, Giambattista Manso. Nelle Poesie nomiche di costui6 è una sua canzone, nella quale si celebrano le fatiche che il Manso aveva spese per ravvivare in Napoli il culto degli studi, e vi si fa particolare riferenza all’accademia, che questi aveva fondata, degli Oziosi.

I suoi versi non hanno nulla o quasi del barocchismo, che imperversava allora in Italia: sono un po’ prosaici e stentati, ma semplici, e dimostrano un animo gentile. Nobile era la sua ambizione di segnare alcuna traccia di sé con la poesia. Dice nell’avvertenza che precede il giovanile volumetto delle Rime: «Nasce ciascuno con obbligo di lasciar qualche nobile segno in cui mostri che un tempo visse: è vero che non a tutti è conceduto, ma ognuno il può tentare secondo il mestier suo, e chi non vi giunge, non solo trova scusa, ma vanto, d’averlo procurato. Grande è la viltá di colui che nella stretta e corta strada di questa vita mortale passa in modo che non cura d’imprimere un’orma, ove chi viene appresso abbia d’onorarne la memoria. Io so che molti per vera umiltá, e molti altri per isciocchezza, stimano che ciò sia men d’un’ombra. A questi non rispondo; a quelli non ho che negare; pur soggiungo loro che egualmente tutte le cose di qua giú sono ombre, e chi vuol far ben il conto non ha che prendere. Ma, se [p. 301 modifica] questa è la condizione dell’uomo, basterá conoscerla e viver tra gl’inganni non ingannato. Altri si duole che ’l tempo contrasta con le carte e co’ marmi, e che la può vincer con tutti: giusto dolore della debolezza umana, la qual non perciò ha da cedere, vedendosi che nelle contese non è da riprendersi il vinto come il fuggitivo. Da tanta ragione fui persuaso a seguir talora la difficile e soave impresa dello stil poetico, a che m’è paruto di ritrovarmi disposto».

Dalla lettura di quei versi passando alla meditazione del trattatello in prosa, si viene del resto ancora meglio a conoscere uno spirito profondo e acuto, pieno di senso morale dietro i velami dell’enfasi e del paradosso. Pertanto il Croce, dopo averne illustrato l’importanza nella sua monografia sul pensiero italiano del seicento7, provvide a presentare l’autore e a pubblicare l’arguto scritto in una edizione non venale8, da cui sono tolte queste note ed è stato qui ristampato il testo, con le sole modifiche alla grafia richieste (come per la ristampa dello Zuccolo e del Malvezzi) dai criteri della collezione.

La definizione di paradossale, che abbiamo usata, è la piú ovvia per l’originale trattatello. Ma si consideri che in quella prima metá del Seicento, e ancora per qualche tempo dipoi, l’arte del fingere, del simulare e dissimulare, dell’astuzia e dell’ipocrisia, era, per le condizioni illiberali della societá di allora, assai praticata9, e forniva materia agli innumeri trattati di politica e di prudenza. «Multa obvenere hactenus, quae tam simulationem guani dissimulationem involverunt, — scriveva un giovane laureando tedesco che tolse quel tema ad argomento del suo dottorato10partim in scriptis, partim [p. 302 modifica] in vita communi, ita ut, iuxta genium seculi quoque nostri, nullus prudens reputetur, qui artem simulandi et dissimulandi non calleat» . Ma il simulare e il dissimulare entrava altresì nelle considerazioni dei moralisti e dei casisti, sulla domanda: An simulare et dissimulare liceat; e sotto quest’aspetto se ne toccava nei tanti volumi di teologia morale11, e anche in qualche libro speciale12. La conclusione consueta era che, in certe condizioni, la cosa fosse lecita, non ostante certe sentenze troppo severe e astratte di Cicerone e di Tommaso d’Aquino, alle quali se ne contrapponevano altre di sant’Agostino e del Grozio, che aveva giudicato: «Cum nec quae scimus, nec quae volumus, omnia aliis aperire tenemus, sequitur ut dissimulare quaedam apud quosdam fas sit13. Che era conclusione irreprensibile, posto che parlare o in altri modi manifestare il proprio animo siano atti pratici che ricevono il loro valore e disvalore dalla volontá buona o cattiva, pura o impura, che li ispira. Irreprensibile, altresì, sotto l’aspetto logico, è la sostanziale identitá che si usava affermare tra il simulare e il dissimulare, distinti tra loro solo come il positivo e il negativo; al che si riduceva la definizione della simulatio come eius quod revera non adest, praetexta praesentia, e della dissimulatio come eius quod revera adest, negata praesentia, della simulatio come rei absentis, e della dissimulatio come rei praesentis .

Ma l’Accetto sentiva tra le due una differenza che, se non era logica, era psicologica (cfr. il § III del trattato): e nell’approfondimento di questa differenza, per opera di un’anima piena della luce e dell'amor del vero e di una sollecitudine morale assai rara nel suo tempo, è il valore precipuo di questo saggio di nuova etica, che anticipa in piú di una pagina l’indirizzo e le sentenze dei piú celebri moralisti moderni.


Note

    Longo, 1621). Il Minieri Riccio, Notizie biogr. e bibl. degli scritt. napol. fioriti nel secolo XVII: Lettera A (Napoli 1875), ignora questa edizione del 1621, ma ne reca una che asserisce del 1626, e quella di Napoli, Gaffaro, 1638, ricordata dal Mazzuchelli.

  1. Rime di Torquato Accetto (Napoli, nella stamp. degli heredi di Tarquinio
  2. Della dissimulano ne honesta, trattato di Torquato Accetto (in Napoli, nella stamp. di Egidio Longo, 1641).
  3. Di una famiglia d’Accetto, di Massa Lubrense, alla quale apparteneva quel Reginaldo d’Accetto, scrittore di libri grammaticali, retorici e ascetici della fine del cinquecento, discorre R. Filangieri di Candida, Storia di Massa Lubrense (Napoli, 1910), pp. 411-2.
  4. Canzone per la morte del padre, in Rime cit., p. 100.
  5. Rime cit., p. 25 (nella didascalia di un sonetto).
  6. Venezia, 1635, pp. 322-4.
  7. Storia dell’etá barocca, pp. 156-159; e per la poesia dell’Accetto, ivi, pp. 326-327.
  8. Torquato Accetto, Della dissimulazione onesta, 1641), con prefazione di B. Croce; Bari, Laterza, 192S: nel primo anniversario della morie di Luigi Laterza; edizione di 300 esemplari numerati fuori commercio; pp. xi-72, 8°.
  9. L’Eritreo, scrivendo di Muzio Ricerio; «magna ille — dice — in omni sermone liberiate atque licentia uti:... quae ab aulae ambitione et ab his moribus, quibus nunc utimur, maxime aliena existimantur, nam falsos fieri atque aliud clausum in pectore, aliud in lingua proptum habere, summa prudentia dicitura (Pinacotheca, Colon. 1645, I, 111
  10. De simulatione et dissimulatione olim et hodie usuali, superiorum indultu pro loco inter philosophos aliquando obtinendo H. L. Q. C. d. xii octobr anno MDCCIX disputabit M. Carl. Gottofr. Ittig, lips. (Lipsiae, literis Immanuelis Titii). È in una miscellanea di dissertazioni filosofiche del Sei e Settecento, da me posseduta.
  11. Basta per tutti rimandare alla posteriore e conclusiva trattazione della Thoeologia moralis del Liguori, libro III, n. 171.
  12. L’Ittig ricorda nella sua dissertazione un libro del Gylich, De simulatione et dissimulatione, che per altro non mi è riuscito di vedere.
  13. De iure belli et pacis, libro III, c. I, § 7.