Prose della volgar lingua/Libro terzo/LIX

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Terzo libro – capitolo LIX

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Sono Poi e Poscia e Dapoi, che quel medesimo vagliono e dànnosi al tempo; e Dopo, che al luogo si dà, e ancora all’ordine, e alcuna volta eziandio al tempo; contraria di cui è Dinanzi. E come che, a quelle tre, paia che sempre la particella Che stia dietro in questo modo di ragionare: Poi che cosí vi piace, Poscia che io la vidi, Dapoi che sotto ’l cielo; non è tuttavia, che alcuna volta non si parli ancora senza essa:

Ma poi vostro destino a voi pur vieta
l’esser altrove;

e Che poi a grado non ti fu, che io tacitamente e di nascoso con Guiscardo vivessi. Et è oltre acciò avenuto, che in questa voce Dapoi si sono tramutate le sillabe et èssi detto Poi da; sí come le tramutò il Boccaccio, che disse: E da che diavol siam noi poi da che noi siam vecchie. Et è alcuna volta stato, che s’è lasciato a dietro la voce Poi et èssi detto Da che, in vece di dire Dapoi che, non solo nel verso:

Con lei foss’io da che si parte il sole,

ma ancora nelle prose: Da che, non avendomi ancora quella contessa veduto, ella s’è innamorata di me. È oltre acciò da sapere, che gli antichi poeti posero la detta particella Poi e la seconda voce del verbo Posso, in una medesima rima con tutte queste voci Cui Lui Costui Colui Altrui Fui; sí come si legge nelle canzoni di Guido Cavalcanti e di Dino Frescobaldi e di Dante, lasciando da parte le terze rime sue, che sono, vie piú che non si convien, piene di libertà e d’ardire. Quantunque Brunetto Latini, che fu a Dante maestro, piú licenziosamente ancora che quelli non fecero, o pure piú rozzamente, Luna e Persona, Cagione e Comune, Motto e Tutto, Uso e Grazioso, Sapere e Venire, e dell’altre di questa maniera ponesse eziandio per rime nel suo Tesoretto; il quale nel vero tale non fu, che il suo discepolo, furandogliele, se ne fosse potuto arricchire.