Prose della volgar lingua/Libro terzo/LXV

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Terzo libro – capitolo LXV

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È, oltre a queste, Mentre, che vale quanto Infino e quanto Infin che, e ciò è secondo che a lei o si dà e giugne la particella Che, o si lascia; il che si fa parimente. Et è Parte, che vale quello stesso, detta nondimeno rade volte in questo sentimento: il Boccaccio: Parte che lo scolare questo diceva, la misera donna piagneva continuo; e altrove: Parte che il lume teneva a Bruno, che la battaglia de’ topi e delle gatte dipigneva. Ponsi nondimeno comunalmente Parte dai poeti, in vece di dire In parte. È In quella, che vuol dire In quel mezzo, o pure In quel punto: messer Cino:

Sta nel piacer della mia donna Amore,
come nel sol lo raggio, e ’n ciel la stella,
che nel mover degli occhi porge al core,
sí ch’ogni spirto si smarrisce in quella;

e Dante:

Qual è quel toro, che si slaccia in quella
c’ha ricevuto già ’l colpo mortale;

e il Boccaccio, il quale non pure ne’ sonetti cosí disse:

E com’io veggio lei piú presso farsi,
levomi per pigliarla, e per tenerla,
e ’l vento fugge, et ella spare in quella;

ma ancora nelle novelle: O marito mio, disse la donna, e’ gli venne dianzi di subito uno sfinimento ch’io mi credetti ch’e’ fosse morto, e non sapea né che mi far né che mi dire, se non che frate Rinaldo nostro compare ci venne in quella. Il che imitando disse piú vagamente il Petrarca:

In questa passa ’l tempo;

e ancora,

Et in questa trapasso sospirando.

E questo sentimento ispresse egli e disse eziandio con quest’altra voce In tanto.