Prose della volgar lingua/Libro terzo/XIV

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Terzo libro – capitolo XIV

../XIII ../XV IncludiIntestazione 01 ottobre 2009 75% Saggi

Libro terzo - XIII Libro terzo - XV

E questo detto, e ciascun tacendosi, egli nel suo ragionar rientrò e disse: - Cade sotto le dette regole eziandio il Sé, il quale non solo nel numero del meno come questi, ma ancora in quello del piú medesimamente ha luogo. È il vero che egli primo caso non ha come hanno questi; anzi tanta somiglianza hanno queste tre voci tra loro, Me Te Sé, che ancora, qualunque volta qualunque s’è l’una delle due primiere o dinanzi o dopo ’l verbo si truova, posta con l’altra o con questa terza tra ’l verbo e lei, cosí si scrive quella che piú lontana è dal verbo come l’altra: Io mi ti do in preda, Ella ti si fe’ incontro, Io son contento di darmiti prigione, Il suono incomincia a farmisi sentire. Dartimi o Farsimi non si dicono, ma diconsi i detti in quella vece: Tu se’ contento di darmiti prigione, e simili. Dissi tra ’l verbo e lei; perciò che qualunque volta tra lei e il verbo altro v’ha, la Si nella Se si muta, rimanendo nondimeno la dinanzi allei, senza mutamento fare alcuno per questo; sí come si muta nel Boccaccio, che disse: E questo chi che ti se l’abbia mostrato, o come tu il sappi, io no ’l niego. Usasi medesimamente ciò fare, e servasi la regola già detta, eziandio con queste due voci che luogo dimostrano, Vi Ci: Le acque mi ti paion dolci, Queste ombre ti ci debbono essere a bisogno la state e Paionmivi dolci et Essertici a bisogno altresí. Ma, tornando alla somiglianza delle tre voci, dico che in essa tuttavia una dissomiglianza v’ha, la quale è questa; che quando essi dopo ’l verbo si pongono e sotto l’accento di lui, senza da sé averne, dimorano, il primiero e il terzo di loro nelle rime e in I e in E si son detti, e veggonsi all’una guisa e all’altra posti ne’ buoni antichi scrittori; ma il secondo a una guisa sola, cioè finiente in I, ma in E non giamai. Perciò che Dolermi, Consolarme, Duolmi, Valme, Dolersi, Celarse, Stassi, Fasse, si leggono nel Petrarca, il che non si fa del secondo, che lo hanno sempre, et esso e gli altri antichi, posto come io dico, Consolarti, Salutarti, e non altramente. Il che pare a dir nuovo; ché se mi si conciede il dire Onorarme, perché non debbo io poter dire eziandio Onorarte? Nondimeno l’opera sta, come voi udite; dico appo gli antichi, ché da’ moderni s’è pure usato alcuna volta per alcuno, il porlo eziandio in quella maniera. È ancora da avertire, che quando il terzo predetto si pone finiente in E, si ponga solo nel numero del meno; perciò che in quello del piú la I gli si convien sempre, Dansi, Fansi, e non Danse o Fanse, che sarebbe vizio; solo che quando esso si ponesse dopo ’l verbo, e avesse nondimeno l’accento da sé, sí come del Me e del Te dissi, in questa guisa: Essi fecero sé e gli altri arricchire.