Un muover d’occhi tenero e protervo,
Un ragionar soavemente al core,
E in nobil atto d’ogni grazia il fiore,
Fatto or m’han quasi ad altra donna servo?
Eppure illeso entro il mio sen conservo
Non per assenza scemo il prisco amore:
Ma questa io sfuggo, e m’è il fuggir dolore,
Qual di saetta ad impiagato cervo.
Cor mio, che fu? ragion ne voglio intera.
Donna havvi al mondo oltre la donna mia?
O son io amante di volgare schiera?
Nol son; nè stimo in terra altra ven sia.
Debolezza ciò dunque in me non era;
Ma forza era in costei di leggiadria.